Il prezzo del gasolio continua a mettere in ginocchio interi settori produttivi e adesso anche i sindaci delle grandi città italiane chiedono al Governo di intervenire immediatamente. La rivolta degli autotrasportatori contro il caro carburanti, esplosa nel Mezzogiorno e accompagnata da blocchi stradali, presidi e difficoltà nella distribuzione delle merci, si trasforma in un’emergenza nazionale. A lanciare l’allarme sono i sindaci metropolitani del Coordinamento Anci, che denunciano il rischio concreto di un Paese paralizzato e sollecitano una riduzione temporanea delle accise sul carburante.
La presa di posizione arriva sabato 17 ottobre, mentre la mobilitazione coinvolge camionisti, agricoltori, pescatori e operatori della logistica. I primi cittadini descrivono una situazione sempre più difficile, nella quale l’aumento dei costi energetici non minaccia soltanto i bilanci delle imprese, ma anche la continuità dei servizi e la tenuta economica delle comunità locali.
«Nelle nostre città e lungo le reti viarie da Nord a Sud, con un’intensità particolarmente acuta che dalle regioni meridionali si sta estendendo al resto del Paese, stiamo toccando con mano la sofferenza del tessuto sociale ed economico: autotrasportatori, agricoltori, pescatori e operatori della logistica sono allo stremo per via di un caro-carburante ormai insostenibile, con il gasolio che tocca cifre fuori mercato», affermano i sindaci nella nota diffusa dal Coordinamento.
Il documento segna anche un passaggio politico significativo. Gli amministratori metropolitani rivendicano una posizione comune, al di là degli schieramenti, e chiedono che l’emergenza venga affrontata senza ulteriori rinvii. Il problema, sottolineano, non riguarda esclusivamente le categorie che stanno manifestando: il trasporto delle merci, l’approvvigionamento dei prodotti e numerose attività economiche dipendono quotidianamente dalla disponibilità di carburante a costi sostenibili.
«Come sindaci e amministratori locali siamo i primi a raccogliere l’allarme che arriva dalle nostre comunità. Di fronte alla prospettiva di un Paese che rischia di fermarsi, le appartenenze politiche passano in secondo piano: siamo tutti, indistintamente, dalla parte dei lavoratori, delle famiglie e delle imprese che mandano avanti l’economia quotidiana», prosegue la dichiarazione.
Al centro dello scontro c’è soprattutto il calendario degli interventi. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti aveva convocato le rappresentanze dell’autotrasporto per il 27 ottobre, alle 16, con la partecipazione prevista anche di rappresentanti della Presidenza del Consiglio, del Ministero dell’Economia e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Una convocazione giudicata necessaria, ma troppo lontana rispetto alla gravità della situazione.
«In questo quadro, l’iniziativa ministeriale di aprire un tavolo di confronto è un passaggio doveroso. Ciò che tuttavia desta un’evidente perplessità è la tempistica: fissare l’incontro al 27 ottobre significa pretendere che la realtà si adegui a calendari che non tengono conto dell’emergenza. Purtroppo undici giorni di attesa, per chi deve fare rifornimento ogni mattina per lavorare e garantire i servizi essenziali alle città, rappresentano un tempo siderale che non si piega ai rituali della burocrazia», attaccano i sindaci.
Nel frattempo, la pressione delle proteste ha già spinto il ministro dei Trasporti Matteo Salvini a cercare un’accelerazione. Il vicepremier ha avviato le verifiche per anticipare il confronto a martedì 20 ottobre, presso la Prefettura di Milano. Sabato mattina anche il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, dopo un colloquio con Salvini, ha annunciato la partecipazione di una delegazione di autotrasportatori siciliani all’incontro previsto per martedì.
Il Governo sta inoltre lavorando per sbloccare risorse già stanziate e individuare nuovi sostegni economici. Tra gli interventi allo studio figurano fondi aggiuntivi per l’autotrasporto, il rafforzamento delle misure contro il caro gasolio e l’estensione al 2027 del credito d’imposta. Salvini ha indicato la necessità di reperire almeno 80 milioni di euro nell’immediato, mentre resta aperta la questione dei 590 milioni già stanziati per il rinnovo del parco veicolare delle imprese, non ancora arrivati al settore a causa di ostacoli burocratici.
Le difficoltà sono particolarmente evidenti nel Mezzogiorno, dove la protesta ha interessato Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia, con disagi alla viabilità e alla circolazione delle merci. In Sicilia il Comitato Trasportatori Siciliani ha subordinato la revoca del fermo alla sottoscrizione di un protocollo di impegni da parte del ministro. Tra le richieste figurano lo sblocco dei pagamenti arretrati, l’erogazione dei crediti d’imposta e ulteriori finanziamenti per le imprese.
Per i sindaci metropolitani, tuttavia, la convocazione anticipata non può essere l’unica risposta. La richiesta è di accompagnare il confronto con una decisione fiscale capace di ridurre nell’immediato il costo del rifornimento.
«Chiediamo che il tavolo di confronto venga anticipato a queste ore e che si valuti subito un intervento straordinario di riduzione temporanea delle accise, unico strumento in grado di dare una boccata d’ossigeno immediata a chi lavora e a tutto il sistema produttivo e dei servizi», spiegano gli amministratori.
La proposta punta dunque ad agire direttamente sulla componente fiscale del prezzo dei carburanti. Un intervento che richiederebbe una decisione del Governo e una valutazione delle risorse necessarie per compensare il minor gettito. Nella nota dell’Anci non vengono indicati né l’entità del taglio richiesto né la sua possibile durata: la priorità dichiarata è ottenere un provvedimento straordinario senza attendere la conclusione dei confronti ministeriali.
La mobilitazione degli autotrasportatori ha così aperto un confronto che coinvolge ormai anche gli enti locali. Da una parte le categorie produttive chiedono di recuperare margini economici erosi dai rincari; dall’altra gli amministratori temono che il protrarsi delle agitazioni possa provocare conseguenze sempre più pesanti per le città. E mentre il Ministero tenta di accelerare il dialogo, i sindaci chiudono il loro appello con un’accusa che non lascia spazio a interpretazioni.
«Prendere tempo significa scegliere di non decidere, in un momento in cui i territori, i lavoratori e le nostre comunità meriterebbero rispetto».
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