Una tenda al posto di una stanza, un materassino davanti all’università e una domanda rivolta alla politica: quanto costa oggi, in Italia, il diritto di studiare? Dopo tre anni dalle mobilitazioni che avevano portato gli studenti ad accamparsi davanti agli atenei, la protesta contro il caro affitti universitari torna nelle piazze italiane. E mentre gli universitari denunciano il peso crescente di affitti, bollette, trasporti e spesa quotidiana, anche a Torino cresce la mobilitazione studentesca, con occupazioni negli istituti superiori in vista dello sciopero nazionale del 16 ottobre.
La nuova iniziativa si chiama «Cara Italia, quanto ci costi?» ed è stata lanciata dall’Unione degli Universitari (Udu), che ha organizzato una mobilitazione nazionale davanti a una decina di atenei e a piazza Montecitorio, a Roma. Un ritorno delle tende che arriva anche sulla scia delle proteste universitarie in Francia e Spagna, dove il costo degli alloggi e le difficoltà economiche degli studenti sono diventati temi centrali del dibattito pubblico.
«È una protesta diffusa per denunciare il carovita universitario, il fallimento delle politiche abitative e la trasformazione del diritto allo studio in un affare per i privati», spiegano gli organizzatori.
Al centro della contestazione c’è soprattutto il problema degli alloggi universitari, considerati sempre meno accessibili per gli studenti fuori sede. Il costo di una stanza può rappresentare una delle spese più pesanti per una famiglia, al punto da condizionare la scelta della città nella quale frequentare l’università.
A Milano, uno dei mercati immobiliari più costosi d’Italia, gli studenti hanno montato le tende dietro alla Biblioteca degli Alberi. Qui la protesta ha assunto un significato particolarmente concreto, accompagnata dalla denuncia di prezzi che, secondo i rappresentanti dell’Udu, arrivano a cifre difficilmente sostenibili per molti giovani.
«Le stanze singole nel mercato privato costano 700 euro al mese, ma i posti letto negli studentati arrivano anche a 1.300 euro mensili. Questo è un business, non un servizio che vuole garantire il diritto di tutti a studiare. Non sono solo gli affitti, ci sono le bollette, i trasporti, la spesa. Uno studente sceglie se comprare l’olio o un libro per un esame», denuncia Claudia Marostegan, portavoce dell’Unione degli Universitari di Milano.
Una testimonianza che mette al centro il problema del costo complessivo della vita universitaria. Per chi studia lontano da casa, infatti, l’affitto rappresenta soltanto una parte delle spese: bisogna aggiungere i trasporti, le utenze, i pasti, il materiale didattico e tutto ciò che serve per vivere quotidianamente in una città.
La protesta non riguarda quindi soltanto la disponibilità di camere, ma la possibilità stessa di frequentare un’università senza che le condizioni economiche della famiglia diventino un ostacolo determinante.
A Roma, invece, le tende sono comparse davanti alla Minerva dell’Università La Sapienza, dove si sono ritrovati studenti provenienti da realtà differenti: spazi sociali, movimenti studenteschi, organizzazioni giovanili dei partiti e collettivi. La mobilitazione si è svolta anche sotto lo slogan «Piamo casa», con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sull’emergenza abitativa.
PROTESTA STUDENTI CARO AFFITTI ALLA SAPIENZA (foto di repertorio)
Particolarmente dura è la posizione di Sabrina Brizzola, coordinatrice nazionale dell’Unione degli Universitari, che contesta direttamente la gestione dei fondi destinati alle residenze studentesche.
«Il Pnrr è stato regalato ai privati, l’università è al collasso. Chiediamo almeno 7 miliardi per l’università pubblica e il diritto allo Studio. Siamo tornati in tenda perché dopo aver piantato tre anni fa le tende in tutta Italia, sulla casa abbiamo visto solo peggioramenti. La ministra Bernini crede di aver risolto l’emergenza abitativa quando invece ha sprecato 1,2 miliardi del Pnrr per camere private che possono costare 1000 euro al mese», afferma Brizzola.
La rappresentante dell’Udu contesta anche i risultati rivendicati dal governo sul fronte degli alloggi universitari.
«La ministra vanta 60 mila posti letto, ma ad oggi sono stati realizzati appena 33 mila posti, mancando l’obiettivo del Pnrr. Solo il 3,8% sono pubblici. Non è edilizia universitaria: è speculazione sulle spalle degli studenti più deboli», sostiene.
Le dichiarazioni chiamano direttamente in causa la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e l’utilizzo delle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Secondo l’Udu, il coinvolgimento dei soggetti privati nella realizzazione degli alloggi rischia di non garantire prezzi realmente accessibili agli studenti con minori disponibilità economiche.
Le richieste avanzate dal sindacato studentesco vanno però oltre la questione abitativa e riguardano una riforma complessiva del finanziamento dell’università pubblica.
L’Unione degli Universitari chiede 1,7 miliardi di euro per le borse di studio, con l’obiettivo di rafforzare il sostegno economico agli studenti, e un piano pluriennale da 4 miliardi di euro per la realizzazione di alloggi universitari interamente pubblici.
A queste richieste si aggiungono 2 miliardi di euro per rendere progressivamente gratuita l’università, attraverso l’abolizione delle tasse universitarie, e 1,5 miliardi complessivi destinati alla gratuità dei trasporti pubblici e al contenimento dei prezzi delle mense.
Si tratta di una piattaforma di rivendicazioni che punta a ridurre il peso economico dell’istruzione superiore e a rendere più accessibile la frequenza universitaria, soprattutto per chi proviene da famiglie con redditi più bassi.
Sul fronte opposto, il Ministero dell’Università e della Ricerca respinge la rappresentazione di un sistema fermo e rivendica i risultati ottenuti negli ultimi anni, in particolare attraverso gli investimenti per aumentare la disponibilità di posti letto.
Secondo i dati richiamati dal ministero, negli ultimi vent’anni erano stati costruiti soltanto 2mila posti letto, con un costo medio di 80mila euro per ciascun posto. Negli ultimi anni, invece, anche grazie ai finanziamenti del Pnrr, sarebbe stato raggiunto l’obiettivo di oltre 60mila posti letto, dei quali 33mila già pronti.
Il ministero sottolinea inoltre che il 40% dei posti letto si trova nel Sud Italia, mentre il 30% del totale, pari a oltre 18mila posti, è riservato al diritto allo studio. Per quanto riguarda il sostegno economico agli universitari, le risorse disponibili per le borse di studio superano gli 845 milioni di euro.
È proprio sull’interpretazione di questi numeri che si concentra una parte importante dello scontro tra studenti e governo. L’Udu contesta il peso degli operatori privati e i prezzi richiesti per alcuni alloggi, mentre il ministero mette in evidenza l’aumento complessivo della capacità ricettiva e le risorse investite.
La distinzione tra posti già disponibili, posti programmati e alloggi effettivamente accessibili a tariffe sostenibili rappresenta uno dei punti centrali del confronto. Per gli studenti, infatti, l’aumento delle strutture non risolve necessariamente il problema se i costi rimangono troppo elevati rispetto alle possibilità economiche delle famiglie.
La mobilitazione universitaria si intreccia intanto con un’altra ondata di proteste, quella che sta interessando le scuole superiori.
Una decina di istituti tra Roma, Napoli e Torino sono stati occupati dai collettivi di Osa e Cambiare Rotta, in un clima di crescente mobilitazione in vista delle prossime giornate di protesta nazionale.
Il primo appuntamento è fissato per venerdì 16 ottobre 2026, con lo sciopero studentesco denominato «No Meloni Day». Una seconda mobilitazione è già prevista per il 20 novembre, segno della volontà delle organizzazioni studentesche di proseguire la contestazione anche nelle prossime settimane.
A Torino, dunque, il ritorno delle proteste nelle scuole si inserisce in un quadro nazionale nel quale il tema del diritto allo studio assume un significato sempre più ampio. Non soltanto il costo dell’università, ma anche le condizioni materiali che permettono ai giovani di accedere all’istruzione e completare il proprio percorso formativo.
Il ritorno delle tende, a tre anni dalla precedente mobilitazione, rappresenta per l’Udu il segnale che le difficoltà denunciate allora non sono state superate. Il sindacato studentesco considera insufficienti gli interventi realizzati e chiede un cambiamento nelle politiche abitative e nei finanziamenti pubblici.
Il governo, attraverso il ministero guidato da Anna Maria Bernini, rivendica invece gli investimenti effettuati e l’incremento dei posti letto, sostenendo di aver accelerato un processo rimasto per lungo tempo limitato.
Tra queste due posizioni rimane il problema concreto affrontato dagli studenti fuori sede: trovare una stanza a un prezzo sostenibile e riuscire a pagare tutte le spese necessarie per frequentare l’università.
È su questo terreno che la protesta «Cara Italia, quanto ci costi?» cerca di riportare l’attenzione. Perché dietro i numeri dei posti letto e dei finanziamenti ci sono migliaia di giovani che devono fare i conti con il costo degli studi e con la possibilità, non sempre scontata, di scegliere liberamente il proprio futuro universitario.
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