#Finsubito news dalla rete – Dal campo al supermercato prezzi aumentati fino al 421%. Carote e uva costano cinque volte di più


Gli agricoltori guadagnano sempre meno, mentre i consumatori continuano a pagare prezzi elevati per frutta e verdura. È il paradosso della filiera agroalimentare italiana, al centro della mobilitazione nazionale organizzata da Cia-Agricoltori Italiani davanti a Montecitorio. Una protesta che riguarda da vicino anche le imprese agricole della Capitanata, territorio nel quale l’agricoltura rappresenta una componente fondamentale dell’economia.

A raccontare la situazione è il Corriere della Sera, in un articolo firmato da Massimiliano Jattoni Dall’Asén, che riporta i dati raccolti dalla Cia sulla distanza tra i prezzi riconosciuti ai produttori e quelli pagati dai cittadini nei supermercati.

Le cifre sono eloquenti. Un chilo di carote viene pagato all’agricoltore appena 28 centesimi, ma raggiunge 1,46 euro al dettaglio. L’uva da tavola passa da 58 centesimi a 2,99 euro al chilo. Differenze che superano il 400% e che alimentano la protesta di un settore alle prese con costi produttivi crescenti e margini economici sempre più ridotti.

Dal campo al supermercato, prezzi moltiplicati fino a cinque volte

Secondo le rilevazioni diffuse dalla Cia e riprese dal Corriere della Sera, a settembre le carote hanno registrato un incremento del 421% tra il prezzo all’origine e quello finale. Per l’uva da tavola la differenza è stata del 416%.

Non va meglio per altri prodotti ortofrutticoli. Le melanzane, pagate 62 centesimi al chilo ai produttori, vengono vendute a 2,75 euro, con un incremento del 344%. Le pesche passano da 74 centesimi a 2,88 euro, mentre i peperoni salgono da 92 centesimi a 3,15 euro.

Divari significativi riguardano anche le pere Abate, che passano da 1,18 a 3,22 euro, le zucchine, da 1,05 a 2,82 euro, e la lattuga romana, da 1,68 a 3,48 euro.

Naturalmente, la differenza tra il prezzo riconosciuto all’agricoltore e quello praticato al consumatore non rappresenta interamente il profitto della grande distribuzione. Trasporto, conservazione, confezionamento, lavorazione, scarti e altri costi contribuiscono alla formazione del prezzo finale. Ma secondo l’organizzazione agricola è necessario comprendere meglio come venga distribuito il valore economico lungo la filiera.

Crollano i compensi ai produttori, aumentano gasolio e fertilizzanti

Il problema non riguarda soltanto il divario tra produzione e vendita. Gli agricoltori devono fare i conti anche con una progressiva riduzione dei prezzi riconosciuti per diversi prodotti.

Secondo i dati diffusi dalla Cia, l’olio extravergine d’oliva ha registrato una flessione del 50%, le susine del 30%, albicocche e uva da tavola del 25%, pesche e pere del 22%. Riduzioni anche per mele, latte spot e pollo.

Una situazione aggravata dall’aumento dei costi necessari a mantenere in attività le aziende agricole.

Ad agosto 2026, secondo l’organizzazione, i carburanti agricoli risultavano più cari del 40% rispetto all’estate precedente, mentre i fertilizzanti avevano registrato un incremento del 12%.

Il confronto con il 2021 restituisce un quadro ancora più pesante. Il gasolio agricolo, che prima della guerra in Ucraina costava tra 48 e 70 centesimi al litro, viene oggi indicato tra 1,50 e 1,70 euro. Per concimi e fertilizzanti gli aumenti accumulati oscillano tra il 40 e il 100%.

Costi che incidono direttamente sulle attività di coltivazione, irrigazione, raccolta e trasporto, comprimendo ulteriormente i margini delle imprese.

La denuncia della Cia: “Una tempesta perfetta”

A descrivere le difficoltà del settore è il presidente nazionale della Cia, Cristiano Fini, che denuncia una situazione sempre più complicata per migliaia di aziende agricole italiane.

“Siamo dentro una tempesta perfetta, colpiti dagli effetti delle guerre e del cambiamento climatico”, afferma Fini, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera.

Il presidente sottolinea come i prezzi riconosciuti agli agricoltori, in numerosi casi, non siano più sufficienti a coprire i costi di produzione. Parallelamente, le famiglie devono affrontare una spesa alimentare sempre più onerosa.

Una contraddizione che rischia di compromettere la sostenibilità economica delle imprese e di ridurre ulteriormente il potere d’acquisto dei consumatori.

Cinque giornate di protesta davanti a Montecitorio

Per richiamare l’attenzione del governo e del Parlamento, Cia-Agricoltori Italiani ha programmato cinque giornate di mobilitazione nazionale davanti a Montecitorio: il 13, 14, 20, 21 e 22 ottobre.

Lo slogan scelto per la protesta è “I conti non tornano”, un riferimento alla distanza tra le spese sostenute dalle aziende e i ricavi ottenuti dalla vendita dei prodotti agricoli.

Tra le richieste dell’organizzazione figurano il rafforzamento delle organizzazioni dei produttori, un monitoraggio più efficace dei prezzi lungo la filiera e maggiori controlli sulle pratiche commerciali sleali.

La Cia sollecita inoltre il rifinanziamento del credito d’imposta sul gasolio agricolo, nuovi interventi per contrastare i rincari produttivi e ulteriori risorse destinate all’Agricoltura 4.0, con l’obiettivo di sostenere l’innovazione tecnologica delle imprese.

Al centro della mobilitazione c’è anche la valorizzazione delle produzioni italiane e delle filiere corte, considerate strumenti utili per ridurre, dove possibile, i passaggi commerciali.

Il rischio di abbandono delle campagne

La questione assume particolare rilevanza nei territori a forte vocazione agricola come la provincia di Foggia, dove la sostenibilità economica delle coltivazioni rappresenta una condizione essenziale per la tenuta di numerose attività produttive.

Il rischio denunciato dalla Cia non riguarda soltanto la riduzione dei guadagni, ma anche la possibilità che un numero crescente di imprenditori rinunci a coltivare terreni diventati economicamente poco sostenibili.

Un fenomeno che potrebbe tradursi nell’abbandono delle campagne, nella perdita di capacità produttiva e nell’indebolimento dell’intero sistema agroalimentare nazionale.

Per l’organizzazione agricola, produttori e consumatori condividono dunque un interesse comune: costruire una filiera capace di garantire compensi adeguati a chi lavora la terra e prezzi sostenibili per chi acquista.

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