Una batosta per il Partito repubblicano il 3 novembre alle elezioni di midterm sembra ormai sicura. Di conseguenza, dopo l’insediamento del nuovo Congresso a gennaio, entreremo nel dopo-Trump. Gli Stati Uniti sono una Repubblica presidenziale, è vero, la politica estera e la difesa in particolare sono prerogative dell’esecutivo. E Trump ha ancora un biennio alla Casa Bianca. Ma il Congresso ha l’ultima parola in materia di bilancio. Se taglia i fondi al Pentagono mancheranno i mezzi per la guerra con l’Iran. Proprio questo calcolo sul calendario politico spiega il comportamento del regime di Teheran.
Anche in altre parti del mondo si diffondono aspettative sul verdetto degli elettori americani, palesemente insoddisfatti. C’è la speranza che una volta «castigato il bullo», con un Trump ridimensionato e ridotto alla condizione di «anatra zoppa» (destino comune alla maggioranza dei presidenti Usa nell’ultimo biennio del secondo mandato), i benefici possano sentirsi in tutte le crisi internazionali aperte. Con l’inizio del dopo-Trump potrebbe cominciare la ricostruzione di un ordine mondiale più stabile. Ma queste speranze sono fondate? In molti casi hanno un difetto: esagerano il ruolo di Trump, quasi che guerre e caos siano riconducibili sempre a lui.
Cominciamo dalla più vicina, l’Ucraina. Putin gettò la maschera e cominciò ad attuare i suoi piani di espansionismo aggressivo con George W. Bush alla Casa Bianca: anno 2008, guerra in Georgia.
Proseguì annettendosi la Crimea con la forza militare: Obama alla Casa Bianca, anno 2014. Infine invase l’Ucraina durante la presidenza Biden nel 2022. Tre presidenti americani diversi da Trump non riuscirono a contenere il neonato imperialismo russo. Peggio ancora fecero gli europei. Venne dall’Europa il no all’ingresso dell’Ucraina nella Nato, che Bush aveva ventilato nel 2008, e che probabilmente avrebbe impedito la guerra attuale.
Oggi è giusto vigilare contro l’affarismo del duo Witkoff-Kushner che gestisce i negoziati con Putin per conto di Trump. Ma per mezzo secolo è stato l’affarismo degli europei (tedeschi in testa) a finanziare Mosca e il suo riarmo: fu il cancelliere socialdemocratico Willy Brandt a inseguire la chimera di una Urss pacificata a suon di investimenti e commercio, una tradizione ripresa dai suoi compagni Schröder e Scholz con la Russia post-sovietica. In quanto alla Merkel, ignorò gli avvertimenti di Obama che voleva fermare il gasdotto Nord Stream 2 e che la metteva in guardia contro l’eccessiva dipendenza dall’energia russa. Oggi l’Europa aiuta l’Ucraina, ma i missili russi che fanno stragi di civili sono stati fabbricati coi soldi europei. L’establishment Ue oggi sembra aver preso finalmente le misure della minaccia di Mosca, ma nel frattempo ha lasciato che il disagio sociale alimentasse partiti di estrema destra apertamente russofili (AfD) o anti-Nato (Le Pen). Non è detto che nel dopo-Trump la coppia franco-tedesca sia determinata a fermare Putin.
In Medio Oriente la guerra di Trump contro l’Iran è una causa della sua perdita di popolarità. Benché gli Usa abbiano l’autosufficienza energetica, la logica dei mercati aperti fa sì che benzina e diesel rincarino alla pompa anche per gli automobilisti americani. Ma l’Iran è una spina nel fianco di Washington da 47 anni, da quando la rivoluzione khomeinista ha giurato di distruggere Israele, di soggiogare i vicini arabi, e di cacciare gli americani dall’area. Dalla crisi di Suez (1956) alla guerra dello Yom Kippur (1973), fino all’invasione dell’Iraq sotto Bush Jr (2003), i conflitti mediorientali hanno sempre avuto la capacità di destabilizzare i mercati dell’energia, o di scatenare crisi nell’Alleanza atlantica.
Gli errori di Trump sono innegabili e imperdonabili, ma sono più la norma che l’eccezione. Inoltre chi vagheggia un «ordine perduto» dovrebbe leggersi il capolavoro di storia del Medio Oriente che è The Cauldron di Simon Sebag Montefiore: in quell’area del mondo guerre, conflitti etnici e religiosi, erano costanti già all’inizio del Novecento sotto l’impero ottomano. Il risorgere oggi di nostalgie imperiali turco-ottomane, persiane, arabe, garantisce che i conflitti continueranno anche nell’ipotesi — irrealistica — che le superpotenze esterne si allontanino dalla regione.
Infine l’idea che il dopo-Trump segni l’abbandono dei protezionismi e il ritorno all’Età dell’Oro della globalizzazione, è contraddetta da quel che sta accadendo lungo l’asse Bruxelles-Pechino. All’apice della loro insofferenza verso il bullo della Casa Bianca, alcuni europei arrivarono a reagire ai suoi dazi invocando una grande alleanza Ue-Cina per isolare e punire l’America. Da allora il mercato Usa nonostante i dazi ha continuato ad essere il più ricettivo e il più generoso di soddisfazioni (in particolare per il made in Italy). Quello cinese ha continuato a chiudersi, secondo una logica autarchica. La Repubblica Popolare vuole che il mondo intero dipenda da lei, e non vuole dipendere da nessuno.
L’ultima vittima di questa macchina da guerra è l’industria automobilistica, tedesca e non solo. Perfino i più liberisti fra gli eurocrati ormai sono pentiti, quanto lo è la Confindustria tedesca, per le ingenuità commesse in passato. Ancora due anni fa Berlino temeva i danni che Pechino può infliggere se l’Europa alza barriere protettive contro l’invasione di prodotti cinesi. Nel 2026 Berlino teme ciò che può accadere all’industria tedesca se l’Europa non reagisce. Il costo dell’inazione viene giudicato superiore al costo delle rappresaglie cinesi.
Il dopo-Trump forse attenuerà i timori su un’America inaffidabile, imprevedibile, spesso apertamente ostile all’Europa. Non basterà a garantire che questa Europa abbia aperto gli occhi su tutte le altre minacce che la circondano, e sia decisa ad agire di conseguenza.
9 ottobre 2026
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