#Finsubito news dalla rete – Le imprese del Canavese lavorano, gli ordini aumentano. Peccato che si guadagni sempre meno…


In Canavese succede una cosa abbastanza curiosa. Le aziende lavorano, gli ordini aumentano, gli imprenditori pensano di assumere nuovo personale e qualcuno ha persino voglia di investire. Tutto bene? Quasi. Perché c’è un piccolo particolare: si guadagna sempre meno. E siccome un’impresa non è un’associazione di volontariato, prima o poi qualcuno dovrà spiegare come si faccia a essere ottimisti quando i conti economici continuano a peggiorare.

La fotografia arriva da Confindustria Canavese, che ha appena diffuso i risultati dell’indagine congiunturale relativa all’ultimo trimestre del 2026. Il titolo scelto dagli industriali è rassicurante: «Tenuta del sistema produttivo e impegno per il rilancio». Che suona bene. Molto bene. Peccato che, andando a guardare i numeri, ci sia qualcosa che stona.

Prendiamo la redditività, cioè la capacità delle aziende di guadagnare con quello che producono e vendono. L’indice che misura le aspettative degli imprenditori passa da -6,3 a -10,5. Non è una diminuzione degli utili del 10,5%, sia chiaro. È il saldo tra chi prevede un miglioramento e chi teme un peggioramento. Ma il significato non cambia: aumentano i pessimisti. E non di poco.

In compenso gli ordini vanno meglio. Il relativo indice sale a +6,6, mentre quello della produzione resta positivo, anche se scende da +3,8 a +2,6. A tirare la carretta è soprattutto il mercato italiano. L’export, invece, perde un po’ di smalto: da +4,6 a +3,3.

Insomma, qualche cliente in più sembra esserci, le prospettive di lavoro non mancano, ma tra vendere e guadagnare continua a esserci una bella differenza.

E qui entrano in scena le bollette.

Il 72,5% delle aziende segnala un aumento dei costi energetici. Il 71% lamenta rincari nei trasporti e nella logistica. Il 68,8% deve fare i conti con materie prime più care. Praticamente una gara a chi aumenta di più. E a perdere, naturalmente, sono le imprese che quei costi devono pagarli.

Il risultato è che anche quando arrivano nuove commesse non è affatto detto che rimangano più soldi in cassa. Una parte se ne va in energia, un’altra nei materiali, un’altra ancora per far viaggiare le merci. Poi bisogna pagare gli stipendi, le tasse, i fornitori. E magari aspettare che i clienti si ricordino di saldare le fatture.

Già, perché c’è anche questo.

Secondo l’indagine, quasi un’impresa su quattro, il 24,7%, segnala ritardi nei pagamenti. Il tempo medio per incassare è di 69 giorni. Più di due mesi. Nel frattempo, però, nessuno sospende le bollette in attesa che arrivi il bonifico.

E allora viene spontaneo chiedersi quanto possa durare questa situazione. Soprattutto per le piccole e medie imprese, che non sempre hanno le spalle abbastanza larghe da anticipare denaro all’infinito.

C’è poi la questione degli ordinativi. Confindustria segnala un miglioramento, ed è certamente una buona notizia. Ma guardando quanto lavoro le aziende hanno già in portafoglio, l’entusiasmo si ridimensiona.

Il 36,1% delle imprese dispone di commesse sufficienti per lavorare da uno a tre mesi. Un altro 29,2% ha ordini per un periodo compreso tra tre e sei mesi. Mettendo insieme i due dati, significa che quasi due aziende su tre hanno una copertura degli ordini compresa tra uno e sei mesi. E le commesse che garantiscono lavoro per periodi più lunghi diminuiscono.

Non proprio il massimo per chi deve decidere se comprare nuovi macchinari, assumere personale o ampliare la produzione.

Eppure gli imprenditori canavesani, a quanto pare, non hanno intenzione di fermarsi. Tre imprese su quattro prevedono investimenti nei prossimi dodici mesi. Il 31,1% parla di investimenti significativi, mentre il 43,2% pensa soprattutto a sostituire attrezzature e impianti.

Anche qui, però, bisognerebbe distinguere. Comprare un macchinario nuovo perché quello vecchio è arrivato alla frutta non significa necessariamente che l’azienda stia crescendo. A volte significa semplicemente che, per continuare a produrre, non se ne può fare a meno.

Sul fronte dell’occupazione le aspettative migliorano sensibilmente. L’indice passa da +1,3 a +6,6. Significa che aumentano gli imprenditori intenzionati ad assumere rispetto a quelli che prevedono di ridurre il personale. Non sono ancora posti di lavoro creati, naturalmente. Per quelli bisognerà aspettare e vedere.

Intanto diminuisce leggermente anche il ricorso previsto alla cassa integrazione, dall’11,4 al 9,3% delle aziende intervistate. Un dato positivo, anche se quel 9,3% ricorda che le difficoltà non sono affatto scomparse.

A soffrire maggiormente è soprattutto l’industria manifatturiera, quella delle fabbriche, degli impianti, delle macchine che consumano energia e dei prodotti che devono essere trasportati. Il settore dei servizi presenta aspettative complessivamente migliori, pur con qualche difficoltà sugli ordini e soprattutto sulle vendite all’estero.

C’è un altro numero che merita attenzione. Le aziende canavesane utilizzano mediamente il 76% della propria capacità produttiva. Nell’industria si scende addirittura al 72,8%, mentre nei servizi si arriva all’80,1%.

Significa che, almeno sulla base di questo indicatore, esiste ancora capacità inutilizzata. Le fabbriche potrebbero produrre di più con gli impianti e le risorse di cui già dispongono. Il problema è trovare gli ordini, naturalmente. E soprattutto ordini sui quali sia possibile guadagnare.

Nel confronto con il resto del Piemonte, il Canavese non va né particolarmente bene né particolarmente male. Fa registrare aspettative leggermente migliori sugli ordinativi e sull’export, ma peggiori per produzione, redditività e occupazione. Insomma, nessun miracolo economico alle porte.

Il nuovo presidente di Confindustria Canavese, Augusto Geminiani, preferisce sottolineare la capacità di resistenza delle imprese.

«I dati della nostra indagine confermano la capacità di tenuta del sistema produttivo canavesano in una fase ancora complessa e caratterizzata da molti elementi di incertezza», spiega.

E aggiunge: «Le imprese del territorio continuano a dimostrare capacità di adattamento e volontà di investire, accompagnate da segnali positivi anche sul fronte occupazionale».

Fin qui l’ottimismo. Poi, però, anche Geminiani deve fare i conti con il problema dei problemi.

«Permangono tuttavia alcune criticità, a partire dall’aumento dei costi, in particolare quelli energetici, e dalla pressione sulla redditività, che rischia di compromettere la competitività delle aziende».

Ecco. Il punto è proprio questo. Perché un’azienda può anche riempirsi di ordini, ma se per portarli a termine spende troppo, prima o poi comincia ad avere qualche problema. E se il fenomeno riguarda una parte importante del sistema produttivo, il rischio non è più soltanto quello di qualche bilancio meno brillante.

Geminiani insiste sulla necessità di sostenere gli investimenti, l’innovazione e lo sviluppo delle competenze, per preparare le imprese ai cambiamenti economici e tecnologici. E sul fatto che il miglioramento degli ordini, soprattutto sul mercato nazionale, rappresenti un segnale incoraggiante, pur richiedendo prudenza.

Tutto condivisibile. Resta una contraddizione che i numeri mettono nero su bianco: gli imprenditori si aspettano più lavoro, ma meno redditività.

Confindustria la chiama «tenuta del sistema produttivo». E probabilmente, considerate le difficoltà, tenere è già qualcosa.

Certo che se per tenere bisogna lavorare di più e guadagnare di meno, viene da domandarsi che cosa succederà quando arriverà il momento di crescere davvero. 




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