I giudici ripristinano i limiti agli acquisti di terreni rurali dopo averli rimossi appena dieci giorni prima. Le proprietà straniere sono cresciute del 6,25% dal 2018, anno dell’ultima rilevazione per nazionalità
In Argentina perfino la terra può cambiare destino nel giro di dieci giorni. Non perché venga comprata o venduta, ma perché i giudici decidono chi possa farlo e fino a che punto. Il 29 settembre la Corte Suprema aveva riaperto agli stranieri le porte di uno dei più grandi patrimoni agricoli del pianeta, rimuovendo un ostacolo giudiziario alla liberalizzazione voluta dal presidente Javier Milei. Il 9 ottobre le ha richiuse. Almeno per il momento. Una marcia indietro che ripristina i limiti alla proprietà straniera dei terreni rurali e riaccende una questione che in Argentina non è mai stata soltanto economica: a chi appartiene la terra e quanto di essa può finire nelle mani dei capitali internazionali?
La posta in gioco è enorme. Secondo i dati del Registro nazionale delle terre rurali, ottenuti dal sito indipendente argentino Chequeado, nell’agosto 2026 erano 13,3 milioni gli ettari posseduti da persone fisiche o società straniere, una superficie quasi grande quanto la Grecia e pari a circa il 5% delle terre rurali del Paese. Nel 2018 erano 12,5 milioni: in otto anni sono aumentati di circa 781 mila ettari, il 6,25%. Una crescita maturata sotto governi diversi, dunque non attribuibile soltanto alla presidenza Milei.
Gli italiani secondi tra i proprietari stranieri
C’è anche una consistente presenza italiana in questo patrimonio fondiario. Nell’ultima rilevazione disponibile per nazionalità, riferita purtroppo al lontano 2018, gli statunitensi occupavano il primo posto con 2,95 milioni di ettari. Subito dietro comparivano gli italiani, con 2,17 milioni, seguiti dagli spagnoli con 1,8 milioni. Insieme, queste tre nazionalità concentravano quasi 6,9 milioni di ettari, il 55% dell’intera superficie rurale allora in mani straniere. Seguivano gli svizzeri con 840 mila ettari, i cileni con 806 mila, gli uruguaiani con 645 mila, i canadesi con 481 mila, gli olandesi con 443 mila, i francesi con 404 mila e i tedeschi con 260 mila. Seppur vecchia, questa graduatoria restituisce la dimensione internazionale della proprietà fondiaria argentina.
Ma la distribuzione geografica racconta una realtà molto diversa dalla media nazionale. Nessuna delle 23 province argentine supera, nel suo complesso, il tetto del 15% di proprietà straniera stabilito dalla legge. Ma 31 dipartimenti, cioè suddivisioni amministrative delle province, sono già oltre quel limite, e 14 superano addirittura il 25%.
I casi più eclatanti si trovano a San Carlos, nella provincia settentrionale di Salta, dove il 59,8% delle terre rurali appartiene a soggetti stranieri, e nella vicina Molinos, con il 57,8%. A General Lamadrid, nella Rioja, la quota raggiunge il 56,7%; a Lácar, nella provincia patagonica di Neuquén, il 54,2%; a Campana, nell’area di Buenos Aires, il 50,3%. Il superamento della soglia non significa necessariamente che tutte queste proprietà siano illegali: la normativa del 2011 tutela i diritti precedentemente acquisiti e non obbliga automaticamente a vendere i terreni posseduti prima della sua entrata in vigore.
Anche l’evoluzione della proprietà straniera è tutt’altro che uniforme. Tra il 2018 e il 2026 la superficie in mani estere è cresciuta in 14 province ed è diminuita in nove. L’aumento percentuale maggiore si è registrato nel Chaco, con un +232%, mentre in termini assoluti il primato appartiene a Santa Cruz, dove gli ettari posseduti da stranieri sono passati da 1,16 a 1,92 milioni: circa 758 mila in più, il 64%. Salta resta invece la provincia con la maggiore incidenza di proprietà straniere, l’11,4% della superficie rurale, seguita da Misiones con l’11,3% e San Juan con il 10,43%.
Dai vigneti al litio, la terra vale più dei raccolti
Sarebbe però riduttivo considerare la vicenda soltanto una battaglia sulla proprietà dei campi. In Argentina la terra significa agricoltura e allevamento, ma anche acqua, foreste, turismo, risorse minerarie e investimenti immobiliari. Ed è proprio la concentrazione della proprietà straniera in alcune aree a sollevare interrogativi sul controllo economico di patrimoni naturali strategici.
Secondo l’Observatorio de Tierras, legato al programma di ricerca di storia agraria della Facoltà di Economia dell’Università di Buenos Aires, la fascia dei Valles Calchaquíes, nella provincia di Salta, presenta una concentrazione particolarmente elevata di proprietà straniere. Un fenomeno storicamente associato all’espansione dei vigneti di alta gamma e degli investimenti turistici e immobiliari, ai quali si è progressivamente affiancato l’interesse minerario. Nella stessa provincia, secondo i dati della Segreteria argentina delle Miniere riportati da Chequeado, si trovano 33 dei 57 progetti legati al litio censiti nel Nord-Ovest del Paese, in diverse fasi di sviluppo. La presenza di attività estrattive non implica, naturalmente, che i proprietari stranieri dei terreni possiedano anche i giacimenti.
A Misiones, invece, la concentrazione fondiaria è collegata anche alla presenza del gruppo forestale cileno Arauco, che attraverso società riconducibili al gruppo possiede, secondo l’Observatorio, oltre 240 mila ettari. Due esempi che mostrano come la proprietà straniera possa assumere forme molto diverse: dalle grandi tenute agricole agli investimenti industriali, fino alla gestione delle risorse forestali.
La legge del 2011 e il progetto di Milei
È su questo patrimonio che Milei aveva deciso di intervenire appena arrivato alla Casa Rosada. Il 20 dicembre 2023, dieci giorni dopo l’insediamento, il presidente aveva firmato il maxi decreto 70/2023, un provvedimento di 366 articoli destinato a modificare profondamente le regole economiche argentine, dal mercato del lavoro a numerosi altri settori. L’articolo 154 cancellava la Ley de Tierras, approvata nel 2011 durante la presidenza di Cristina Fernández de Kirchner.
La legge stabilisce che gli stranieri non possano detenere complessivamente più del 15% delle terre rurali, con limiti applicati anche a livello provinciale e nelle suddivisioni amministrative inferiori. Una sola nazionalità non può concentrare più del 30% della quota riservata agli stranieri. Nella zona agricola più produttiva, la cosiddetta zona núcleo, un singolo proprietario estero non può superare i mille ettari, o una superficie equivalente in altre regioni. Sono previste inoltre restrizioni per i terreni che comprendono o costeggiano importanti corpi idrici permanenti.
Per Milei, eliminare questi vincoli significa rimuovere ostacoli agli investimenti stranieri, in un Paese che – secondo lui – ha bisogno di capitali per valorizzare il proprio potenziale agricolo, energetico e minerario. Il governo contesta inoltre l’equivalenza tra proprietà straniera e perdita di sovranità: un terreno acquistato da una società estera continua a essere territorio argentino, sottoposto alle leggi e alla giurisdizione nazionale.
Una distinzione giuridicamente importante, che non esaurisce però il confronto sul controllo economico delle risorse naturali.
Per le organizzazioni ambientaliste e i settori politici contrari alla liberalizzazione, la cancellazione dei vincoli rischierebbe di favorire un’ulteriore concentrazione fondiaria e di indebolire gli strumenti di tutela del territorio.
Il tentativo di liberalizzazione aveva già incontrato ostacoli in Parlamento. Nel marzo 2026 il governo aveva presentato una proposta che prevedeva nuovamente l’eliminazione delle restrizioni. Di fronte alla mancanza di consensi, la maggioranza aveva cercato un compromesso: innalzare al 25% il tetto provinciale ed eliminare quello nei singoli dipartimenti. Ma neppure questa soluzione aveva raccolto il sostegno necessario, costringendo l’esecutivo a ritirare l’intero capitolo sulle terre per far avanzare il resto del progetto di legge sulla tutela della proprietà privata.
Dieci giorni, due sentenze e un paradosso politico
La battaglia si era così spostata nei tribunali. Il 29 settembre la Corte Suprema aveva annullato una precedente sentenza che bloccava l’abrogazione della legge sulle terre, respingendo per mancanza di legittimazione il ricorso del Centro degli ex combattenti delle Malvinas di La Plata. Senza pronunciarsi sulla costituzionalità del decreto, i giudici avevano di fatto riaperto la strada alla liberalizzazione voluta da Milei.
Dieci giorni dopo, il nuovo ribaltamento. Questa volta la Corte è intervenuta in una causa promossa dall’associazione ambientalista Árbol de Pie, insieme a rappresentanti di comunità indigene e ad altri ricorrenti, fondata non soltanto sulla questione della sovranità nazionale, ma anche sulla tutela dell’ambiente, della biodiversità e dei territori delle popolazioni originarie.
Con una misura cautelare interinale, i giudici hanno sospeso provvisoriamente gli effetti dell’articolo 154 per garantire una tutela giudiziaria effettiva e prevenire possibili danni irreparabili. La decisione del 9 ottobre è stata adottata a maggioranza dai giudici Horacio Rosatti e Ricardo Lorenzetti, insieme ai due magistrati chiamati a integrare il collegio, Diego Barroetaveña e Juan Ignacio Pérez Curci. Contrario Carlos Rosenkrantz, secondo il quale la Corte non aveva il potere di disporre direttamente quella misura in questa fase del procedimento.
La causa torna ora al tribunale federale di Bariloche, che dovrà valutare la legittimazione dei ricorrenti e la loro richiesta cautelare. Non si tratta quindi di una dichiarazione definitiva di incostituzionalità del decreto di Milei. E le due decisioni della Corte, per quanto opposte nei loro effetti immediati, riguardano procedimenti e questioni processuali differenti.
Ed è proprio qui che arriva il paradosso politico. La decisione, pur bloccando una delle liberalizzazioni volute dal presidente, potrebbe alleggerire la pressione sul suo governo. Il maxi decreto del dicembre 2023 era già stato respinto dal Senato argentino nel marzo 2024, ma per farlo decadere occorre anche il voto contrario della Camera dei deputati. L’opposizione ha convocato una seduta per il 15 ottobre, mentre le organizzazioni sociali hanno annunciato una mobilitazione contro l’eliminazione dei limiti alla proprietà straniera delle terre.
Ripristinando i vincoli, la Corte ha temporaneamente sottratto ai contestatori uno degli argomenti più forti. E secondo quanto riferito il 9 ottobre dal sito argentino TN, nella stessa opposizione si teme ora di non raggiungere il numero legale necessario per aprire la seduta parlamentare. Per Milei, insomma, una sconfitta giudiziaria potrebbe trasformarsi in un inatteso sollievo politico.
Per ora l’Argentina torna dunque alle regole del 2011. Gli investitori stranieri potranno continuare ad acquistare terreni, ma entro limiti precisi. La controversia giudiziaria resta aperta, così come la domanda economica che l’accompagna: quanto vale per un Paese la libertà di attrarre capitali e quanto conta conservare strumenti di controllo sulla proprietà delle proprie risorse territoriali? In Argentina, dove la terra è insieme produzione, patrimonio e identità nazionale, la risposta continua a dividere. E, come dimostrano le ultime decisioni della Corte Suprema, può cambiare nel giro di appena dieci giorni.
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