#Finsubito news dalla rete – Mercati, ING resta costruttiva: utili e AI sostengono l’azionario


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Gli investimenti nell’intelligenza artificiale continuano a sostenere i mercati, nonostante tassi elevati, tensioni energetiche e rischi sul debito pubblico. Per alcune aree il 2027 si annuncia più complesso, in particolare per Europa e Italia

Manca ancora un intero trimetra alla fine del 2026 ma i mercati come sempre guardano lontano e il 2027 si presenta già carico di contraddizioni. Da un lato, l’instabilità geopolitica e energetica e le pressioni sui conti pubblici complicano il quadro macro. Dall’altro, il messaggio proveniente dai mercati è molto meno negativo di quanto questo scenario potrebbe suggerire. È da qui che prende avvio l’analisi di ING: la crescita globale resta positiva, il mercato del lavoro si mostra resiliente e gli utili societari continuano a sostenere l’azionario. Un elemento, quest’ultimo, destinato a diventare ancora più decisivo in una fase in cui tassi più elevati lasciano meno spazio a un’ulteriore espansione delle valutazioni.

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Utili al centro

Secondo Bob Homan, global chief investment officer di ING, la crescita degli utili è stata così solida da consentire al mercato azionario di essere interessante nonostante il rialzo dei prezzi delle quotazioni. “Molti dicono che i mercati siano molto costosi e che le valutazioni siano elevate. Ma c’è un modo semplice renderle sostenibili: far crescere gli utili”, spiega Homan. La banca indica infatti una crescita degli utili globali del 25-35% nel 2026, con tech e AI in prima linea. Le aspettative stanno ora moderandosi rispetto ai livelli eccezionalmente elevati raggiunti finora, ma restano orientate verso una crescita a doppia cifra nei prossimi due anni in diversi comparti e aree geografiche.

Non ancora una bolla

Passando poi al tema delle valutazioni legate all’intelligenza artificiale, Homan spiega come, nella sua visione, il confronto con le bolle del passato risulti incompleto perché le grandi società coinvolte nel ciclo AI stanno già generando ricavi, profitti e flussi di cassa considerevoli. “Non pensiamo che sia ancora una bolla”, afferma il cio, sottolineando anche il fatto che le big tech hanno la capacità di finanziare gli investimenti: “Anche se tutta questa spesa nell’intelligenza artificiale non producesse risultati, società come Microsoft resterebbero aziende di grande successo. Generano già abbastanza utili senza gli algoritmi”. Secondo ING, gli investimenti degli hyperscaler nelle infrastrutture per l’intelligenza artificiale potrebbero infatti superare i 700 miliardi di dollari nel 2026. Questa spesa coinvolge diversi settori legati allo sviluppo della tecnologia, come semiconduttori, reti, cloud, apparecchiature elettriche, utility e generatori. La domanda legata all’AI si sta dunque allargando dai produttori di chip alle infrastrutture necessarie a sostenere la nuova capacità di calcolo, creando opportunità lungo una catena del valore molto più ampia rispetto ai soli grandi nomi tecnologici.

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La cornice macro resta fragile

Se Bob Homan guarda soprattutto a ciò che continua a sostenere i mercati, Carsten Brzeski, global head of Macro di ING, sposta invece l’attenzione sui fattori che potrebbero metterne alla prova la tenuta: energia, inflazione, tassi e sostenibilità del debito pubblico. Secondo l’esperto, l’aumento dei rendimenti riflette la rivalutazione da parte dei mercati delle conseguenze della guerra in Medio Oriente, del caro energia e dei rischi inflazionistici. Se però i prezzi energetici dovessero iniziare a diminuire verso fine anno e gli effetti di secondo ordine sull’inflazione rimanessero contenuti, sia la Fed sia la BCE potrebbero limitarsi a un solo ulteriore rialzo dei tassi.

Sul fronte del debito pubblico, Brzeski ritiene limitato il rischio immediato di una crisi di liquidità o insolvenza. Ma il caso della Francia rappresenta un importante campanello d’allarme: il modello di crescita finanziato dal debito sta mostrando i propri limiti e i mercati potrebbero costringere Parigi e altri Paesi dell’Eurozona verso politiche più restrittive. Un eventuale contagio agli altri mercati obbligazionari dell’area euro diventerebbe inoltre un elemento particolarmente rilevante per le scelte della BCE.

Brzeski si sofferma anche sul tema del cambiamento climatico che, nella sua visione, rappresenta un fattore economico oltre che ambientale: caldo, siccità e incendi potrebbero infatti incidere sulla crescita del PIL per circa 0,3 punti percentuali nel 2026. Da qui la necessità per l’Europa di accelerare gli investimenti in adattamento, nell’adattamento, a partire da infrastrutture, edifici e strutture sanitarie.

Italia resiliente nel 2026, più debole nel 2027

Paolo Pizzoli, senior economist di ING, parte da un dato positivo per analizzare il panorama italiano: l’economia del nostro Paese ha mostrato nel 2026 più resilienza delle attese, nonostante lo shock energetico legato alla chiusura dello stretto di Hormuz. Consumi e investimenti hanno infatti continuato a sostenere l’economia e il PIL è cresciuto dello 0,2% nel secondo trimestre. Guardando al 2027, tuttavia, il quadro si complica. Innanzitutto, i prezzi di petrolio, raffinati e gas aumentano il rischio di un rallentamento dell’economia, mentre sull’Italia aleggia anche lo spettro di un possibile nuovo rialzo dei tassi da parte della BCE. A pesare saranno anche il venir meno della spinta del PNRR e un costo del servizio del debito più elevato, in un anno che sarà elettorale anche per l’Italia. ING stima quindi +0,9% circa per il PIL italiano nel 2026 e +0,7% nel 2027. In questo contesto, anche la prossima Legge di Bilancio dovrà fare i conti con margini di manovra limitati, soprattutto se il governo continuerà a considerare la solidità dei conti pubblici una priorità in vista dell’appuntamento elettorale.

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Il ritorno del portafoglio 60/40

In un quadro sempre più complesso, resta la domanda degli investitori su come muoversi nell’imprevedibilità. Per Homan il tradizionale portafoglio 60-40 ritrova un senso perché, a differenza della fase dei tassi a zero, i bond possono tornare a generare rendimento. Ma il cio di ING distingue tra rischio pubblico e privato: il debito pubblico è cresciuto nel corso delle crisi, mentre famiglie e imprese si trovano mediamente in una posizione finanziaria migliore rispetto al passato. I bilanci corporate restano infatti sostenuti da redditività e generazione di cassa, motivo per cui ING guarda con maggiore favore al rischio di credito e agli spread rispetto al governativo puro. “Oggi, se sui titoli governativi si può ottenere il 4% o più, l’obbligazionario torna a essere una componente del portafoglio”, osserva Homan. In quest’ottica, il cio vede opportunità anche nel debito dei mercati emergenti, dove gli spread continuano a offrire una remunerazione interessante per il rischio assunto.

Da un punto di vista di come il singolo investitore approccia i mercati la chief investment strategist Cristina Mazzurana richiama l’attenzione sulla comprensione innanzitutto dei bisogni. “Il primo passo è sempre concentrarsi sulle variabili che può effettivamente controllare: esigenze, flussi di risparmio e orizzonte temporale”, spiega. Da qui l’importanza della pianificazione e del ruolo della consulenza, chiamata non tanto a prevedere l’andamento dei mercati quanto ad aiutare l’investitore a individuare obiettivi e tempi coerenti con le proprie esigenze.

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