A Torremaggiore, nel Foggiano, una parte dei pomodori ha ricevuto acqua quando i sensori nel terreno dicevano che era arrivato il momento di irrigare. Nel 2023 sono bastati 350 millimetri d’acqua contro 410 delle parcelle gestite secondo la pratica abituale dell’agricoltore. Nel 2024, 400 contro 470. Circa il 15% in meno in entrambe le stagioni.
Solo che l’acqua risparmiata è metà della storia. I pomodori coltivati con le tecniche di agricoltura di precisione hanno raggiunto una resa media complessiva di 138,6 tonnellate per ettaro, contro 102,9, mentre quella commercializzabile è arrivata a 111,2 tonnellate per ettaro contro 72,7. Meno irrigazione, quindi, e più prodotto utilizzabile.
È quanto hanno ottenuto i ricercatori dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro nello studio Precision agriculture for water saving: The case of processing tomato and table grape, pubblicato il 23 settembre su Plants, People, Planet. Per due anni, nel 2023 e nel 2024, il gruppo ha portato sensori, droni e strumenti ottici direttamente nei campi pugliesi, lavorando su pomodoro da industria della varietà Taylor e uva da tavola Allison.
I sensori aspettano che sia il terreno a chiedere acqua
Il principio è semplice: irrigare quando serve davvero. Nel vigneto di Rutigliano, in provincia di Bari, i ricercatori hanno installato sensori capaci di controllare in tempo reale il potenziale idrico del terreno. I dati venivano registrati ogni dieci minuti e, raggiunta una determinata soglia, partiva l’irrigazione; una volta ristabilito il livello previsto, la valvola veniva chiusa. Gli agricoltori potevano ricevere anche gli avvisi tramite un’app.
Con questo sistema, nel 2023 l’uva ha richiesto il 14,5% d’acqua in meno e nel 2024 l’8,2% in meno rispetto alla gestione tradizionale. Nel primo anno la resa non ha mostrato differenze significative; nel secondo le viti gestite con agricoltura di precisione hanno prodotto di più. In entrambe le stagioni è migliorata l’efficienza nell’uso dell’acqua.
Sul pomodoro il meccanismo era simile. I sensori erano collocati a 30 centimetri di profondità e controllavano continuamente l’acqua disponibile nel terreno. Anche qui i dati arrivavano ogni dieci minuti e guidavano l’apertura e la chiusura dell’irrigazione.
Il bello è che i ricercatori non hanno avuto due annate fotocopia. Nel 2023 la primavera è stata insolitamente piovosa, poi tra metà luglio e inizio agosto le temperature hanno superato i 40 °C. Nel 2024 è successo quasi il contrario: inverno e primavera asciutti, caldo sopra la norma già tra maggio e giugno e meno acqua disponibile per l’irrigazione. Il sistema si è quindi trovato a lavorare in condizioni parecchio diverse.
Sopra i pomodori volavano anche i droni
I droni non decidevano quando aprire l’acqua. Avevano un altro lavoro: guardare le piante dall’alto e capire come stavano. Nel campo di pomodori venivano utilizzate immagini termiche e indici vegetazionali per seguire vigore, temperatura e stress delle piante durante la stagione.
All’inizio quelle irrigate secondo la gestione tradizionale apparivano perfino più vigorose, probabilmente proprio per la maggiore quantità d’acqua ricevuta. Più avanti, però, quella vegetazione è entrata prima in senescenza. Le parcelle gestite con i sensori hanno mantenuto un andamento più uniforme e condizioni compatibili con un minore stress idrico.
Le immagini termiche hanno raccontato la stessa cosa da un’altra prospettiva: nei momenti più caldi le chiome dei pomodori gestiti con agricoltura di precisione risultavano più fresche e meno variabili, un segnale di migliore risposta fisiologica alle alte temperature. In pratica, non c’era soltanto un contatore dell’acqua a dire che il sistema stava consumando meno. C’erano anche le piante.
Un sensore controlla il frutto senza distruggerlo
I ricercatori hanno usato anche un sensore portatile nel vicino infrarosso, lo SCiO, per provare a misurare maturazione e caratteristiche qualitative direttamente sul frutto, senza doverlo tagliare o spremere ogni volta per analizzarlo. Sull’uva i modelli per stimare il contenuto zuccherino hanno funzionato bene nelle due stagioni, con coefficienti R² rispettivamente di 0,77 e 0,80.
Sul pomodoro ha dato buoni risultati soprattutto la previsione della sostanza secca, parametro particolarmente importante per la trasformazione industriale. La stima dei gradi Brix del pomodoro, invece, è risultata molto meno precisa. Tre dei quattro modelli sviluppati hanno comunque mostrato prestazioni considerate dagli autori adatte a future applicazioni pratiche.
In pratica, un agricoltore potrebbe fare controlli molto più rapidi direttamente in campo: capire quando raccogliere, verificare la qualità del prodotto senza sacrificare continuamente campioni e mettere insieme le informazioni sul frutto con quelle che arrivano da terreno e piante.
Il problema adesso è far arrivare questi strumenti anche nelle aziende più piccole
Lo studio nasce nell’ambito di AgriPuglia, progetto finanziato dalla Regione Puglia proprio per sperimentare e trasferire alle aziende tecnologie di agricoltura di precisione. La Regione aveva già organizzato dimostrazioni direttamente nei campi di pomodoro e il progetto si è concluso dopo due anni di ricerca applicata.
Gli autori vedono sensori, irrigazione automatizzata, droni e strumenti ottici come pezzi di uno stesso sistema, e indicano incentivi pubblici e formazione tra gli strumenti necessari per renderli accessibili anche alle aziende agricole più piccole. I costi iniziali esistono, soprattutto per sensori e software, ma nello studio vengono messi in relazione con il risparmio di acqua ed energia, la maggiore stabilità delle rese e la riduzione del prodotto scartato.
Il 15% non è naturalmente una percentuale da appiccicare a qualsiasi terreno italiano: lo studio riguarda due colture, due località pugliesi e due stagioni. Ma qui la tecnologia non è rimasta su un monitor in laboratorio. È finita davvero tra filari e pomodori, ha aspettato che il terreno avesse bisogno d’acqua e, quando non serviva, ha semplicemente lasciato il rubinetto chiuso.
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