Giovanni Stellin a 76 anni opera ancora bambini in Africa: «Muoiono di più per mancanza di medici che per le guerre». Il primo intervento quando era ancora studente, la corsa all’alba prima di entrare in sala operatoria e l’incidente stradale in cui morì il suo mentore
Il suo primo intervento chirurgico?
«Da studente, facevo il quarto anno di Medicina».
Neanche laureato?
«Oggi sarebbe impossibile lo so».
Se qualcuno vedesse uno studente che opera chiamerebbe la polizia…
«Comunque era un interventino, dovevo cambiare la batteria di un pacemaker in posizione sottocutanea. Altri tempi, i giovani erano liberi di imparare anche se non posso dire fosse meglio così. Il primo vero intervento da solo è stato dopo la laurea. Un mese dopo. Avevo 25 anni e lo ricordo bene: dovevo correggere un difetto del setto atriale e di fianco avevo il professor Vincenzo Gallucci pronto ad aiutarmi in caso di necessità».
Insieme a Gallucci, come aiuto primario, effettuerà a Padova 10 anni più tardi il primo trapianto al cuore in Italia…
«Che notte quella notte, ricordo che arrivò dal ministro della sanità Degan l’attesa telefonata di via libera. Gallucci riunì tutti e disse solo: si parte. Andammo insieme prima a Treviso a prelevare il cuore dal corpo di un giovane sfortunato».
Stiamo parlando con Giovanni Stellin, cardiochirurgo trevigiano cresciuto professionalmente a Padova, un luminare giramondo che entra nel cuore dei bambini. Con le mani e il bisturi la prima volta. La seconda quando li risveglia su un letto di ospedale: da quel momento non ne esce più. Ha operato oltre cinquemila bimbi che gli devono la vita. Negli anni Stellin è diventato prima docente e direttore della scuola di chirurgia pediatrica di Padova e poi presidente di due tra le più rinomate società europee (ECHSA) e mondiali (WSPCHS) di Cardiochirurgia.
Oggi ha 76 anni e non riesce a smettere, opera ancora al cuore i bambini…
«Parto per l’Eritrea fra pochi giorni, ad Asmara stiamo lavorando a un programma europeo per curare le cardiopatie pediatriche. Però se dice così forse non ha mai visto morire un bambino cardiopatico».
No in effetti…
«Non muoiono all’improvviso, ma lentamente. A volte passano mesi. Diventano scuri, si raggomitolano, pian piano non si muovono più e alla fine non riescono a respirare. Vanno operati subito, nei primissimi mesi di vita, altrimenti i danni diventano irreversibili. Quindi non è che non riesco a smettere, non voglio. Ovviamente faccio tutto da volontario».
Quanti interventi fa all’anno?
«Una cinquantina: per operare servono competenze, manualità e strategia e credo di averle ancora. La manualità non la perdi mai, quando hai imparato a operare non lo dimentichi: è come andare in bicicletta. Mi piace soprattutto insegnare ai giovani chirurghi, in Africa ci sono un sacco di medici che promettono bene e bisognerebbe fare di più per aiutarli. Ogni tanto mi arrabbio anche per questo».
Con chi si arrabbia?
«Ma lo dico così in generale, mi arrabbio per esempio con chi ha paura solo delle guerre. Giusto indignarsi per Gaza e per l’Ucraina ma poi ci dimentichiamo che ci sono decine di migliaia di bambini che non muoiono sotto le bombe ma semplicemente perché non riescono a essere curati».
In Italia non opera più?
«Non da quando sono andato in pensione, nelle cliniche private non ci sono quasi mai gli strumenti e le garanzie adatte per questo tipo di interventi. Servono ospedali veri».
Una storia che ricorda fra le tante?
«Quella di una donna in gravidanza, bellissima tra l’altro. Venne da me con una diagnosi che dava poche speranze. Operai la figlia un mese dopo la nascita, aveva le arterie che non si erano formate bene. L’intervento lo avevo imparato a Melbourne, in Australia, da un famoso professore, Roger Mee. Insieme agli anni allo Staten Island Hospital di New York e soprattutto al Boston Children Hspital, legato ad Harvard e forse il più importante al mondo, sono stati i periodi più importanti per la mia crescita professionale».
E come finì l’intervento?
«La bimba oggi ha diciotto anni è sta benissimo. Ancora ci sentiamo con la famiglia. Vede, quando ho cominciato a lavorare la mortalità per gli interventi ai bambini cardiopatici era del 15%, oggi siamo sotto al 2%. Ma qualcuno che non ce la fa c’è sempre e si immagini i genitori».
Lei parla molto con i genitori?
«Ho imparato che devi essere attentissimo a quello che dici. Esci dalla sala operatoria distrutto, ma le parole che stai per pronunciare resteranno impresse per sempre nella vita di queste persone. C’è gente che ancora mi manda regali, che si ricorda esattamente ogni singolo articolo e aggettivo che ho pronunciato e che loro hanno ascoltato come una sentenza».
Dice che esce distrutto dalla sala operatoria. Si prepara anche fisicamente?
«Adesso opero relativamente poco rispetto ad una volta ma la preparazione fisica è fondamentale. Nelle settimane in cui operavo in ospedale non accettavo inviti a cena. Avevo la sveglia alla cinque meno un quarto del mattino, facevo mezz’ora di corsa e arrivavo in ospedale alle sette. Un chirurgo sa quando entra ma non sa quando esce, può essere dopo mezz’ora o dopo dodici ore e deve essere in grado di resistere».
Torniamo all’intervento più famoso, quello eseguito con il professor Gallucci. Come cominciò?
«Gallucci era un chirurgo eccezionale, ma a mio avviso il trapianto di cuore non è un intervento difficilissimo da un punto di vista tecnico e medico. Mi spiego: quando hai una portiera ammaccata è più facile sostituirla che aggiustarla. Il difficile è organizzare il lavoro di network, prevedere i problemi, evitare il rigetto e le infezioni. Anche in questo era bravissimo».
Prima ci fu l’espianto…
«Andai con Gallucci a Treviso, ricordo i genitori del giovane deceduto (Francesco Busnello morì in un incidente stradale a 18 anni ndr) come persone stupende. Quell’incontro fu abbastanza duro. Poi entrammo in sala operatoria con il Professor Valfrè».
E di lì a Padova con la preziosa cassetta…
«Traportavamo il cuore in un contenitore da pic nic con soluzione fisiologica e ghiaccio. Ricordo che in sala operatoria a Padova c’era un sacco di gente, mai visto tanta gente così, si capiva che era un momento storico e forse ne volevano fare parte».
Ci furono rischi?
«Gallucci non ebbe nessun problema, le sue suture erano perfette. Il cuore cominciò pian piano a battere e dalla circolazione extracorporea si arrivò a quella normale. Durò tutto meno di due ore e il paziente (Ilario Lazzari ndr) si riprese bene. Purtroppo si riammalò e non al cuore. Morì sette anni più tardi a causa di una trasfusione di sangue infetto a Milano».
Lazzari morì nel 1992, un anno dopo il tragico incidente d’auto che costò la vita al professor Gallucci. C’era anche lei su quell’auto…
«Si eravamo in tre, eravamo andati a Milano e stavamo tornando in autostrada».
Cosa ricorda di quella notte?
«Nulla, ho perso i sensi. Avevo numerose fratture e sono rimasto in coma a lungo. Purtroppo Gallucci morì e per me fu devastante. Lo fu anche per tutta la cardiochirurgia mondiale».
Si parlò di un guasto meccanico dell’auto..
«C’era una ruota a terra e lavori sull’autostrada, l’inchiesta alla fine mi scagionò e non mi attribuì nessuna responsabilità. Sì al volante c’ero io ma sono sicuro che non ho sbagliato. Gallucci voleva sempre che a guidare l’auto fossi io, ero al volante anche la sera del trapianto di cuore».
Non le ho ancora chiesto perché ha deciso di fare il medico…
«Mio nonno era medico di famiglia e c’erano un sacco di racconti belli su di lui. Poi fu mio fratello Antonio a spingermi e mentre studiavo capii che era la strada giusta. Tutto quello che leggevo mi affascinava e diventava una scoperta, mi laureai con una sessione di anticipo».
Una passione che la guida ancora a 76 anni…
«Trovo tremendamente ingiusto che un bimbo debba morire quando potrei facilmente salvarlo».
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