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֎Il dibattito non dovrebbe concentrarsi sulla quantità dei visitatori, ma sulla qualità delle relazioni che un territorio costruisce con il proprio futuro. È qui che si misura la differenza tra una politica di sviluppo e una politica di mera valorizzazione economica. E, almeno finora, il cosiddetto «modello Fasano» appare molto più incline alla seconda che alla prima֎
L’intervento dell’assessore al Turismo e alle Politiche giovanili della Città di Fasano, Pierfrancesco Palmariggi, su «Repubblica» del 29 settembre si inserisce in un dibattito ormai centrale per molte realtà della Puglia: quali siano gli effetti della crescita turistica sui territori e sulle comunità che li abitano. Si tratta di una discussione importante e necessaria, che tuttavia rischia di perdere efficacia quando viene ricondotta a una contrapposizione semplicistica tra chi celebra il turismo come motore di sviluppo e chi viene rappresentato come nostalgico di un passato marginale e privo di prospettive. Un cattivo esempio di riduzionismo che fa della complessità carta straccia.
Nessuno mette in discussione che il turismo abbia contribuito anche eccessivamente a trasformare profondamente l’economia pugliese. Il punto è un altro: comprendere chi beneficia di questa trasformazione, quali costi produce e quale visione di territorio essa sta progressivamente costruendo.
Nel suo intervento Palmariggi evoca una presunta «terza via» tra il «luna park turistico» e l’abbandono economico. Si tratta di una formula suggestiva, ma priva di un contenuto chiaramente definito. Quali strumenti di pianificazione la renderebbero concreta? Quali limiti sarebbero stati posti alla rendita immobiliare? Quali meccanismi garantirebbero una distribuzione equa dei benefici economici? Quali politiche impedirebbero la progressiva esclusione dei residenti dagli spazi più attrattivi, oltre che da quelli economici?
Istituzioni e programmazione
Il richiamo alla «terza via» appare particolarmente problematico anche perché richiama una lunga stagione politica che, dall’Europa degli anni Novanta fino ai nostri giorni, ha spesso giustificato la progressiva riduzione del ruolo programmatorio delle istituzioni pubbliche. In nome della modernizzazione e della competitività, il governo del territorio è stato progressivamente sostituito dalla sua valorizzazione economica. Lo Stato e gli enti locali non spariscono, ma mutano funzione: non orientano i processi di sviluppo, li accompagnano.
È precisamente questo il nodo che merita di essere discusso.
Quando si parla di «governare il turismo», infatti, non si dovrebbe intendere semplicemente la promozione del territorio o il rilascio di autorizzazioni. Governare significa pianificare. Significa stabilire limiti, definire priorità collettive e subordinare gli interessi particolari all’interesse pubblico.
Sotto questo profilo, il caso della pianificazione costiera è emblematico. Da anni la Regione Puglia prevede strumenti finalizzati alla tutela e alla gestione delle aree costiere, ma l’attuazione concreta di tali strumenti procede con estrema lentezza. Eppure il litorale rappresenta uno degli asset principali dell’economia turistica locale.
Se non si pianifica preventivamente l’uso di una risorsa strategica, difficilmente si può sostenere che il fenomeno venga realmente governato.
Più realisticamente, si interviene ex post per gestire trasformazioni già determinate da soggetti dotati di maggiore capacità economica e privilegiate relazioni di potere.
L’antropologia del turismo ha mostrato da tempo come i processi di turistificazione non consistano semplicemente nell’arrivo di visitatori, ma nella progressiva riconfigurazione dello spazio secondo logiche di mercato. Studiosi come Sharon Zukin, David Harvey, Saskia Sassen e Sara Gainsforth hanno evidenziato come le politiche di valorizzazione territoriale tendano spesso a trasformare luoghi, culture e paesaggi in asset economici, generando al tempo stesso nuove forme di esclusione e disuguaglianza.
Quale modello economico
La questione centrale, dunque, non è il numero dei turisti ma il modello economico che il turismo contribuisce a consolidare.
Quando si celebrano i milioni di euro prodotti dall’indotto turistico, sarebbe opportuno chiedersi quale quota di quella ricchezza rimanga effettivamente sul territorio, quanto venga reinvestito nei servizi pubblici, quali effetti produca sul costo della vita, sull’accesso alla casa, sulla qualità del lavoro e sulle possibilità delle giovani generazioni di continuare a vivere nei luoghi in cui sono nate e quanto si trasforma in cultura e in socialità condivise.
Queste domande non sono espressione di ostilità verso il turismo. Al contrario, costituiscono il presupposto di qualsiasi valutazione seria sulla sostenibilità sociale di un modello di sviluppo.
Un ulteriore elemento problematico riguarda il ricorso alla categoria di identità. Nel testo dell’assessore l’identità locale viene richiamata come valore da preservare, ma senza mai essere definita. Di quale identità stiamo parlando? Di quella agricola, marinara, contadina, artigianale, commerciale o religiosa? La questione non è marginale. Negli ultimi trent’anni il territorio in seguito alla spinta della turistificazione ha conosciuto trasformazioni profonde che hanno modificato radicalmente il tessuto produttivo e sociale locale.
Decine di attività artigianali sono scomparse, molte economie tradizionali, anziché essere accompagnate verso processi di innovazione hanno perso centralità e una parte significativa del settore agricolo e zootecnico è stata progressivamente riconvertita verso l’ospitalità turistica. Numerose masserie storiche che hanno contribuito alla definizione del paesaggio rurale e della sua fiorente economia condivisa, nate come luoghi di produzione agricola e zootecnica, sono oggi strutture ricettive nelle quali la funzione principale non è più la produzione di beni agricoli del territorio e per il territorio, la tenuta della cultura rurale, bensì la gestione dei flussi turistici e dei posti letto.
Ancora più problematico è il fatto che proprio i processi di turistificazione tendono spesso a selezionare alcuni aspetti della cultura locale, spesso i più esteriori e marginali narrati e apparenti non proprio reali rispetto alla vocazione storica propria del territorio, trasformandoli in risorse economiche di pochi e per pochi in fittizie rappresentazioni consumabili non proprio da chi il territorio lo vive da sempre e lo vede mutare inerme e senza alcuna reale ricaduta economica, sociale e culturale.
Le trasformazioni del paesaggio
Il paesaggio stesso appare sempre più modellato dalle esigenze del mercato dell’ospitalità. Piscine, prati ornamentali, scomparsa degli oliveti secolari e monumentali, resort diffusi e campi da golf ridefiniscono progressivamente l’uso dello spazio rurale a discapito della biodiversità e dei servizi ecosistemici, mentre la pressione sulle risorse idriche aumenta in una fase storica in cui l’agricoltura locale è attraversata da crescenti difficoltà economiche e ambientali.
Di fronte a questi processi diventa legittimo domandarsi se stiamo assistendo alla preservazione di un’identità territoriale oppure alla sua riconfigurazione secondo le esigenze della rendita turistica.
L’antropologia mostra da tempo come le identità non siano essenze immutabili custodite nel passato, ma processi storici e relazionali in continua trasformazione. Proprio per questo motivo l’identità non può essere evocata come uno slogan rassicurante. Occorre invece interrogarsi su quali pratiche sociali, quali economie, quali forme di abitare e quali relazioni con il territorio si intendano concretamente preservare. In assenza di questa riflessione, il richiamo all’identità rischia di ridursi a una formula retorica che accompagna la trasformazione del territorio mentre ne occulta le contraddizioni.
L’autenticità diventa così una categoria di marketing prima ancora che una realtà sociale. Quando il concetto viene utilizzato in modo generico, rischia di trasformarsi in una parola d’ordine priva di contenuti verificabili, mentre altre categorie e valori reali vengono marginalizzati o rimossi.
La stessa retorica della valorizzazione territoriale merita di essere interrogata criticamente. Valorizzare, infatti, non è un termine neutrale. Significa attribuire valore. La domanda da porsi è dunque: valore per chi?
Negli ultimi anni, tanto nel dibattito sulla Zes (Zona economica speciale) quanto in quello sul turismo, si è consolidata una narrativa che concepisce il territorio prevalentemente come piattaforma di attrazione degli investimenti e di produzione della rendita. Si tratta di una visione coerente con l’orizzonte neoliberale dominante, all’interno del quale paesaggi, patrimoni culturali, coste, campagne e persino relazioni sociali vengono reinterpretati come risorse economiche da mettere a profitto a vantaggio e a scapito di chi?
Ciò che rimane spesso in ombra sono le comunità che abitano i luoghi.
La vera questione, allora, non è stabilire se il turismo sia un bene o un male. È chiedersi chi abbia il potere di decidere il futuro del territorio e secondo quali criteri. Se le trasformazioni vengono pianificate democraticamente, tenendo conto dei bisogni collettivi, della sostenibilità ambientale e della giustizia sociale, il turismo può certamente rappresentare una risorsa. Se invece la direzione dello sviluppo viene progressivamente affidata alle sole logiche della rendita e dell’attrazione degli investimenti, allora il rischio è che le comunità locali smettano di essere soggetti del cambiamento e diventino semplicemente parte sterile della scenografia nostalgica e solo narrata con immagini destinate a non avere riscontro nel paesaggio e presto nemmeno nella memoria.
Per questo il dibattito non dovrebbe concentrarsi sulla quantità dei visitatori, ma sulla qualità delle relazioni che un territorio costruisce con il proprio futuro. È qui che si misura la differenza tra una politica di sviluppo e una politica di mera valorizzazione economica. E, almeno finora, il cosiddetto «modello Fasano» appare molto più incline alla seconda che alla prima.
Giuseppe Vinci, Antropologo, ricercatore indipendente
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