#Finsubito news dalla rete – Stablecoin senza effettivi vantaggi? Il test di Banca d’Italia fotografa un mercato che sta già cambiando


Il paper n. 86 della collana “Mercati, infrastrutture, sistemi di pagamento” pubblicato a fine luglio da Banca d’Italia è, per quanto noto, il primo esercizio di mystery shopping sulle stablecoin condotto da una grande banca centrale.

Riporta di come quattro ricercatori di Via Nazionale abbiano trasferito 200 USDC lungo dieci corridoi economici tra l’Italia e Argentina, Brasile, Sudafrica, Emirati Arabi Uniti e Giappone. Il messaggio risultante dal test sembra, a prima vista, netto: le stablecoin non offrirebbero un vantaggio di costo sistematico. I costi totali registrati andrebbero dallo 0,30% a quasi il 9% dell’importo.

Ma la realtà è differente: le commissioni di trasferimento on-chain pesano in media lo 0,4%, mentre il resto è generato dall’on-ramping e dal ramp-off, cioè avviene nelle conversioni tra moneta fiat e crypto-asset.

Anche i tempi in realtà dipendono dalle infrastrutture domestiche tradizionali, ancora necessarie per eseguire i test: sotto i venti minuti dove esistono pagamenti istantanei, uno o due giorni altrove. Ma il quadro è ancora più sfumato della sintesi dichiarata dagli autori dello studio.

Il peso sul dibattito europeo

Formalmente è un lavoro di ricerca, che non impegna l’Istituto. Ma il Governatore Panetta ne aveva anticipato le conclusioni il 5 maggio, chiedendo “non solo regole, ma alternative migliori” all’utilizzo delle monete private digitali. Ed il tempismo conta.

La consultazione della Commissione sulla revisione del Regolamento (UE) 2023/1114 (MiCAR) si è chiude a fine settembre, mentre la relazione prevista dall’art. 140 è attesa entro giugno dell’anno prossimo. Guarda caso, nella sua risposta, pubblicata a settembre, l’EBA chiede di mantenere il divieto di interessi per gli emittenti di EMT (artt. 40 e 50) e le soglie di riserva in depositi bancari, oltre a un regime dedicato alla multi-emissione.

Il rischio, allora, sembra che il paper diventi l’argomento per trattare il token di moneta elettronica, che il MiCAR già equipara alla moneta elettronica (art. 48, par. 2), come uno strumento da contenere, più che come un mezzo di pagamento da integrare.

Sarebbe – se ci è concesso – una lettura parziale. I regimi troppo restrittivi, pensiamo a quello giapponese, spingono la domanda offshore, ed è esattamente ciò che è accaduto in Europa con alcune ben note stablecoin denominate in dollari, che hanno rinunciato ad ottenere una licenza e, ciononostante, guidano solidamente il mercato decentralizzato. Il MiCAR impone già all’emittente il rimborso alla pari e senza commissioni (art. 49, parr. 2 e 4), quindi l’attrito misurato nel paper nasce chiaramente a monte ed a valle, presso gli intermediari tradizionali.

Ed è proprio lì che la revisione, coordinata con PSD3 e PSR, dovrebbe intervenire.

I limiti del test

Primo: la maturità del mercato. In Europa il regime dei token di moneta elettronica si applica dal 30 giugno 2024. Un segmento giovane, soggetto a selezione tra operatori e a rapida evoluzione tecnologica, fotografato con una sola stablecoin e dieci operazioni: gli autori stessi escludono che i risultati siano generalizzabili.

Nella realtà i costi dipendono dai volumi. Su 200 dollari le commissioni fisse pesano molto, mentre le fee degli exchange scendono per scaglioni di volume. Confrontare questa nicchia con circuiti che dall’Italia hanno movimentato 8,6 miliardi di euro di rimesse nel 2025 misura solo l’esistenza del mercato, non il suo potenziale.

Secondo: il campione. I paesi sono stati scelti anche per “fattibilità operativa”, in base alla rete di addetti finanziari di Via Nazionale. India e Turchia sono state escluse perché gli addetti non potevano aprire conti su relativi exchange. Nessuno dei cinque paesi figura tra le prime dieci destinazioni delle rimesse dall’Italia, guidate attualmente dal Bangladesh. L’Argentina sconta un regime di cambi multipli; negli Emirati il mittente ha pagato con carta di credito, perché privo di conto bancario, con un supplemento del 3,8%.

Le banche hanno già gli strumenti per cambiare il gioco

Il 26 agosto Revolut ha lanciato EURR, token di moneta elettronica in euro emesso da Bridge Building S.A. (gruppo Stripe) e offerto da Revolut Digital Assets Europe, CASP autorizzato a Cipro, per ora disponibile in Danimarca, Polonia e Portogallo. La conversione da fiat avviene senza spread né commissioni: è esattamente la rampa che il paper indica come principale fonte di costo.

Sul fronte bancario, Qivalis, consorzio di 37 banche tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo, attende l’autorizzazione della banca centrale olandese per una stablecoin in euro prevista nel secondo semestre. Il banking tradizionale procede più lentamente dei player nativi, ma ha in mano la carta decisiva: il conto che custodisce i fondi iniziali e finali dei clienti.

Se ingresso e uscita avvengono nello stesso ecosistema, il “sandwich” fiat-token-fiat si assottiglia. Lo riconosce lo stesso paper: se le stablecoin fossero spendibili senza riconversione, i vantaggi sarebbero “sostanzialmente più elevati”.

L’euro digitale e il fattore tempo

L’alternativa pubblica, un euro digitale inclusivo, ha fatto un passo avanti: il 9 luglio il Parlamento europeo ha approvato il mandato negoziale e i triloghi sono avviati.

Ma la BCE colloca la prima emissione nel 2029, e solo se il regolamento sarà adottato entro il 2026: otto anni dall’avvio della fase di indagine, nel migliore dei casi. Nel frattempo, secondo lo stesso paper, il 98% della capitalizzazione delle stablecoin rimane in dollari, mentre quelle in euro valgono solo lo 0,2%.

Il paper è un contributo serio, perché porta dati dove il dibattito procede spesso per slogan. D’altro canto, va letto per ciò che misura: il costo di on-ramping e ramp-off da conti bancari tradizionali a marzo 2026, non l’efficienza dello strumento.

L’inefficienza registrata si nasconde nell’interfaccia tra token e sistema tradizionale, cioè in un’area che banche e regolatori possono ridurre. È da qui, forse, che dovrebbe partire la revisione del MiCAR.


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