L’Ipo di Anthropic potrebbe essere la più grande della storia: oltre 2 mila miliardi di valutazione per un’azienda che accumula oltre 42 miliardi di perdita netta e dedica un terzo delle 261 pagine del suo prospetto informativo ai fattori di rischio. In un mercato dove l’andamento dei listini dipende sempre più da come si muovono alcune Big Tech, quali sono i pericoli reali per gli investitori? Ne parliamo con Gianluca Verzelli, uno dei manager più esperti di Banca Patrimoni Sella, di cui è responsabile large, private e wealth management.
Partiamo dal quadro generale. Il mercato azionario sembra sempre più dipendente dall’intelligenza artificiale. È così?
Nell’ultimo anno abbiamo visto una partecipazione un po’ più ampia e trasversale alla crescita. La rivalutazione non ha riguardato solo i titoli tech e l’intelligenza artificiale: c’è stata rotazione tra settori, e anche gruppi che non erano legati alla tecnologia hanno avuto buone performance. Questo è positivo. Ma è vero che dipende comunque in parte dall’AI: gli investimenti in intelligenza artificiale hanno ampliato la crescita economica e si trasmettono ad altri comparti. Penso alle costruzioni, alle infrastrutture, all’energia. Quindi sì: l’impatto dell’AI sui listini è stato molto forte e continua a esserlo.
Ma è normale che Nvidia e le sue sorti siano diventati quasi argomento di discussioni al bar?
È sempre successo questo fenomeno, storicamente. Anche perché Nvidia è un titolo presente ormai nella maggior parte dei portafogli, anche quelli più classici e strutturati. Non è più una novità. Rappresenta e viene acquisito da chi vede in positivo la crescita legata all’intelligenza artificiale. E la differenza rispetto ad altre bolle speculative del passato è che qui non parliamo di utili prospettici fantasiosi da realizzare fra cinque o dieci anni: quest’anno il titolo ha fatto più o meno un 20%, ma è salito perché gli utili li ha praticamente raddoppiati. Il price earning sugli utili del prossimo anno è intorno a 24. Non stiamo parlando di attività più o meno fantascientifiche che salivano in Borsa a razzo senza fondamento. Detto questo, però, bisognerebbe cominciare un po’ a diversificare: molto spesso gli investitori che comprano titoli della filiera dell’intelligenza artificiale lo fanno un po’ a raffica, tutto quel che trovano. Ci sono aziende il cui valore è triplicato e altre che hanno perso in modo significativo. Bisogna discriminare, e pensare che certe aspettative di rivalutazione possono essere eccessive. Comunque, non si può non considerare che la tecnologia è il settore più capitalizzato e insieme più performante dal 2001…
Ovvero?
Ho qui uno studio di Columbia Threadneedle Investments, una delle maggiori società di gestione patrimoniale al mondo che spiega esattamente da dove nasce tanta attenzione e tanta fiducia per questi comparti. Guardando indietro dal 2001, cioè il track record degli ultimi trent’anni, è il settore con più capitali, con la migliore sovraperformance, che è più grande al mondo, e che registra la crescita più rapida.
E arriviamo ad Anthropic. Che tipo di evento sarà questa Ipo?
È un momento significativo per tutto il settore, considerando le dimensioni notevolissime di questa quotazione. Io vedo sempre la quotazione come un fatto positivo, perché si tratta di un processo che per forza di cose porta alla luce elementi, porta numeri, porta chiarezza. Dà agli analisti la possibilità di fare valutazioni più precise sul vero valore del titolo, sulla sostenibilità del business. È un momento della verità. Ben venga, in questo senso, l’Ipo: non guardiamo solo all’elemento dimensionale, ma anche all’elemento di trasparenza che accompagna questi processi.
Però parliamo di una valutazione record dell’Ipo per un’azienda con enormi perdite che denuncia un rischio esistenziale legato alla sua tecnologia. Non la preoccupa? E poi ci sono anche gli elementi di contorno: le dichiarazioni strane o preoccupanti che quotidianamente i manager dell’AI rilasciano, un certo folklore dei loro atteggiamenti, la richiesta di mani libere ma anche di un maggior controllo pubblico.
Il folklore ci sta, e certamente oggi c’è maggiore sensibilità proprio per la dimensione e per il settore, per il momento particolare che vive l’industria dell’AI. Ci sta tutto. Ma poi c’è la crudezza dei numeri: quando uno si quota il mercato capisce le prospettive, fa le valutazioni. È successo anche con SpaceX: il mercato si tara e si riassesta su quotazioni più logiche, lima le follie, gli eccessi. Non li segue solamente. Non mi azzardo ovviamente a fare previsioni, turbolenze potranno esserci. Non vorrei sembrare troppo ottimista, ma di solito il mercato dimostra sempre di riuscire a trovare un punto di equilibrio logico. C’era una frase che dicevano quando iniziavo a lavorare i vecchi agenti di cambio: “Il mercato ha sempre ragione”. Magari in un primo momento non si capisce un certo livello di prezzo, ci sono operazioni, ma poi i fondamentali emergono. La mia idea è che il mercato, alla fine, mette a posto le cose. Guarda agli elementi positivi e anche a quelli mediatici, come quelli che lei evidenziava, però poi ritorna sui valori, sui numeri. Che si tratti di Volkswagen, dell’automobilistico, o di altri settori particolarmente sotto i riflettori.
Ma queste aziende sono diventate talmente grandi da avere un fatturato pari al PIL di una nazione. Se qualcosa va storto, chi rimedia? Chi può avere la forza economica o l’autorità per mettere a posto le cose?
L’unica possibilità è l’autogestione del mercato, che corregge prima o poi le esagerazioni. L’abbiamo visto in tante situazioni: il mercato a un certo punto si autoregola. Certo, l’elemento dimensionale fotografa un cambiamento strutturale del mondo, e questo purtroppo si ripercuote anche su economie come quella europea, che sono rimaste più indietro.
Ma se la correzione si rivelasse troppo “correttiva”? Se la “rottura della bolla” finisse in un bagno di sangue sui mercati? Viste le dimensioni di questi colossi, il ruolo che hanno nei governi, nella politica, nell’opinione pubblica…
Capisco cosa dice, però io da operatore di mercato posso vederla solo in termini di eventuale aggiustamento e correzione dei prezzi su livelli più corretti. Il resto fa parte oramai di un trend storico abbastanza inarrestabile. È difficile interrogarsi su queste cose senza andare sulla filosofia. La fotografia della realtà oggi è che l’economia americana continua a crescere, che gli utili delle aziende americane continuano a crescere. Questo dicono i numeri. Detto questo, se guardiamo al mercato azionario, sta salendo oramai da più o meno cinque anni, a parte un anno di rallentamento. Le correzioni spesso vengono da elementi che uno non si aspetta. Ci aspettavamo una correzione dovuta alla geopolitica, con tutte le guerre che sono scoppiate, e invece questi elementi non hanno scalfito la positività degli investitori. Il mercato oggi è ancorato su una crescita regolare degli utili che battono quasi sempre le aspettative. E abbiamo visto che il nervosismo nasce quando, pur essendo buoni i numeri, non si battono le aspettative: in quel caso le correzioni arrivano in modo molto forte e netto.
Quindi la sua preoccupazione principale non è Anthropic, ma la progressione degli utili?
Sì. Se devo dire cosa mi solletica qualche cautela in più è proprio questa progressione degli utili che va avanti da tanto tempo. Come può reagire il mercato quando magari ci sarà un fisiologico, normale rallentamento? Ci siamo abituati tutti a aziende che battono le stime, che alzano sempre l’asticella. Sta andando così, specialmente tra i giganti americani. Questo potrebbe essere un motivo per il mercato per ripulirsi, sistemarsi. E più grande è la dimensione, più chiaramente una correzione può essere un elemento significativo di cui tenere conto. Ma i mercati sono in grado di autocurarsi, di saper prendere le misure, anche affrontare processi che hanno dimensioni impressionanti come l’Ipo Anthropic. Specie dal punto di vista di noi europei, di noi italiani.
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