#Finsubito news dalla rete – Urbanistica, chiusa a Bologna l’inchiesta sui permessi facili nata dall’esposto dei comitati: la Procura chiede l’archiviazione. «Non ci sono illeciti sui palazzi»


di
Daniela Corneo

Gli inquirenti: «I cittadini potevano contestare prima gli strumenti urbanistici del Comune». Il primo firmatario dell’esposto, ora candidato civico, l’ex dem De Pasquale: «La battaglia continua politicamente»

La Procura ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sui permessi rilasciati dal Comune per la costruzione di una dozzina di palazzi in città, nata dall’esposto di sette comitati cittadini che a dicembre del 2024, seguendo il solco della maxi inchiesta sull’urbanistica a Milano, avevano chiesto ai pm di far luce sull’iter che ha portato negli ultimi anni alla realizzazione di alcuni edifici sorti fuori dal centro storico. 

Le ipotesi nell’esposto dei comitati ambientalisti

I comitati ambientalisti, nel loro esposto, ipotizzavano presunte irregolarità nelle concessioni edilizie da parte del Comune e un utilizzo «disinvolto» della Scia, la Segnalazione certificata di inizio attività, un iter semplificato rispetto al «permesso di costruire».




















































La richiesta di archiviazione dell’inchiesta

Ma a luglio la pm titolare dell’inchiesta, Anna Sessa, ha chiesto al gip di archiviare l’inchiesta, dopo aver ricevuto la relazione di 150 pagine con cui i carabinieri, avvalendosi di esperti di urbanistica ed edilizia dell’Alma Mater, tra cui la prorettrice vicaria e docente di Tecnica e pianificazione urbanistica Simona Tondelli, hanno messo nero su bianco che «dall’esame delle pratiche edilizie trattate non sono emerse né violazioni di disposizioni tecniche o di strumenti urbanistici che risultino idonee a integrare le ipotesi di reati urbanistico-edilizi né irregolarità contabili in tema di oneri di urbanizzazione e monetizzazione». 

A fare da guida il Piano urbanistico generale del Comune

Insomma, per gli inquirenti i palazzi oggetto dell’esposto «appaiono conformi al perimetro normativo di riferimento». Che, nel caso dei palazzi bolognesi, non è la normativa nazionale, ma quella locale. Di fatto a «comandare», come norma la stessa Regione, sono i Piani urbanistici generali (Pug) dei Comuni: sono questi strumenti a restare determinanti nell’indicare se un determinato intervento urbanistico rispetta o meno le condizioni poste dalle amministrazioni.

La via amministrativa per le contestazioni

Quindi, secondo gli inquirenti, gli autori dell’esposto avrebbero dovuto, se mai, contestare gli interventi edilizi sui palazzi «incriminati» in sede amministrativa, tenendo conto che gli strumenti urbanistici adottati da Palazzo d’Accursio «nella fase partecipativa immediatamente successiva alla loro adozione sono stati suscettibili di osservazioni e/o opposizioni nell’ambito di una partecipazione procedimentale collettiva nella quale ciascun cittadino, associazione o comitato può attivamente intervenire nel procedimento amministrativo, potendo così a buon diritto contribuire a formare il quadro istruttorio per una più completa e corretta decisione». 

In sostanza: i comitati avrebbero potuto alzare la mano prima e opporsi agli strumenti urbanistici adottati dal Comune, perché è quella la sede naturale dove poter far sentire la propria voce. Prima la partecipazione e, se mai, il ricorso al Tar, laddove lo si ritenga opportuno.

Gli inquirenti: «Bologna non sovrapponibile a Milano»

Quanto alla sovrapposizione affacciata dai comitati tra il caso Milano e gli interventi sui palazzi di Bologna, dopo un’articolata disamina tecnico-normativa, gli inquirenti concludono: «I due modelli sono profondamente diversi tra loro» e «il modello emiliano-romagnolo si configura come un sistema fortemente orientato alla tutela del territorio, alla riduzione del consumo di suolo e alla semplificazione procedimentale che attribuisce alla rigenerazione urbana il ruolo di paradigma ordinario della trasformazione urbana». In ogni caso, sottolineano i carabinieri, «tutti gli interventi segnalati attraverso l’esposto si richiamano a strumenti urbanistici di un previgente perimetro normativo su cui è stata condotta un’approfondita analisi di dettaglio».

De Pasquale e il ruolo dei comitati

I comitati hanno deciso di non opporsi all’archiviazione. Ma Andrea De Pasquale, l’ex dem primo firmatario dell’esposto che ha lanciato ad aprile, insieme a Luca Prodi, la sua lista civica «Prospettiva Comune», ribadisce quello che aveva già detto un anno fa: «L’esposto è stato un modo per far accendere la lampadina su un tema su cui abbiamo chiesto invano ascolto. Non ci ha ascoltati il Comune, ci siamo rivolti alla magistratura. Il tema nasce politico e deve proseguire sul piano politico, perché serve un cambio di passo a livello urbanistico».

La possibilità del Tar e le elezioni 2027

Certo i comitati che hanno presentato l’esposto potrebbero adesso bussare alle porte del Tar, che sarebbe la sede opportuna come sottolineato dagli inquirenti, ma intanto va avanti la battaglia politica che ha all’orizzonte le Amministrative 2027. 

Va avanti la battaglia sull’ambiente

«Gli inquirenti dicono che le regole urbanistiche su quei palazzi sono state rispettate — continua De Pasquale — ma non ci stanno dicendo che si deve continuare a utilizzare il suolo urbano in questo modo. È questo uso che vogliamo fermare: servono più verde e più spazi per usi pubblici, la battaglia va continuata. Ognuno ci metta del suo come può, ma serve un cambio radicale sul tema ambientale».
daniela.corneo@rcs.it

1 ottobre 2026 ( modifica il 1 ottobre 2026 | 08:58)


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