#Finsubito news dalla rete – Agroalimentare italiano, export da record ma la bilancia commerciale torna in rosso – Ettore Fieramosca


Nel 2025 le esportazioni raggiungono 72 miliardi di euro, ma le importazioni crescono a un ritmo quasi doppio. L’Europa resta il principale mercato di riferimento, mentre dazi statunitensi e nuovi accordi commerciali ridisegnano le prospettive del settore.

Un export ai massimi storici, ma cresce il deficit

L’agroalimentare italiano continua a rafforzare la propria presenza sui mercati internazionali, ma il 2025 restituisce un quadro più articolato rispetto a quello suggerito dal solo record delle esportazioni. Secondo il Rapporto CREA Commercio con l’estero dei prodotti agroalimentari 2025, le vendite oltreconfine raggiungono 72,03 miliardi di euro, in aumento del 5,6% rispetto all’anno precedente. Le importazioni, tuttavia, crescono ancora più rapidamente, segnando un +10,1% e arrivando a 72,45 miliardi di euro.

Il risultato è un saldo commerciale negativo per circa 426 milioni di euro, dopo l’avanzo di 2,4 miliardi registrato nel 2024. Una dinamica che si inserisce in un contesto di crescita degli scambi, ma anche di persistenti tensioni sui mercati internazionali delle materie prime.

Il peso dell’agroalimentare rimane rilevante nel commercio estero nazionale: il settore rappresenta circa l’11,2% delle esportazioni italiane di merci e il 12,2% delle importazioni. Il confronto con il quadro complessivo evidenzia una differenza significativa: mentre la bilancia commerciale italiana continua a registrare un avanzo, quella agroalimentare torna in territorio negativo.

Il dato non ridimensiona il ruolo internazionale del comparto, ma richiama l’attenzione sulla struttura degli scambi e sulla capacità del sistema produttivo di generare valore lungo le filiere.

Europa primo mercato, cresce il peso degli approvvigionamenti esteri

L’Unione europea si conferma il principale interlocutore commerciale dell’agroalimentare italiano. Nel 2025 concentra circa il 60% delle esportazioni e quasi il 70% delle importazioni del settore. Le vendite21 verso i Paesi dell’UE raggiungono 42,9 miliardi di euro, in crescita dell’8,1%, mentre gli acquisti arrivano a 50,3 miliardi, con un incremento del 9,3%.

La Germania si conferma il principale mercato di destinazione del Made in Italy agroalimentare, con esportazioni per 8,86 miliardi di euro. Seguono Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Positiva la dinamica delle vendite verso i principali mercati europei, con performance particolarmente favorevoli anche in Spagna e in diversi Paesi dell’Europa centro-orientale.

Sul fronte delle importazioni, la graduatoria dei fornitori è guidata da Francia, Germania, Spagna e Paesi Bassi. Fuori dall’Europa, si distingue il Brasile, con acquisti italiani per circa 2,44 miliardi di euro.

La geografia degli scambi riflette due caratteristiche complementari: da un lato, la forza commerciale delle produzioni italiane sui mercati europei; dall’altro, la necessità di ricorrere alle forniture internazionali per assicurare materie prime e ingredienti alle filiere agricole e industriali nazionali.

Il valore della trasformazione: la forza dell’industria alimentare

La composizione degli scambi conferma il ruolo strategico della trasformazione industriale. Nel 2025 il settore primario registra importazioni per 25,3 miliardi di euro ed esportazioni per 10,1 miliardi, con un deficit superiore a 15 miliardi. L’industria alimentare e delle bevande presenta invece un quadro opposto: esporta prodotti per 61,6 miliardi di euro, a fronte di importazioni per 46,6 miliardi.

È nella capacità di trasformare materie prime in prodotti destinati al consumo che si concentra una parte importante della competitività internazionale italiana. Pasta, prodotti da forno, formaggi, conserve e bevande rappresentano alcune delle principali espressioni di questa specializzazione.

Tra le voci più rilevanti dell’export agroalimentare figurano i prodotti dolciari a base di cacao, con 3,63 miliardi di euro e una crescita del 21,4%, e il caffè torrefatto, che raggiunge 3,03 miliardi, in aumento del 23,6%. Crescono anche i formaggi, con Grana Padano e Parmigiano Reggiano che registrano esportazioni per circa 1,79 miliardi di euro, in aumento del 18,1%.

Non tutti i comparti, però, seguono la stessa traiettoria. Le conserve di pomodoro e pelati scendono a 2,77 miliardi di euro, con una contrazione del 7,9%, mentre l’olio extravergine d’oliva registra una diminuzione del valore esportato del 17,2%, nonostante un aumento delle quantità del 18,2%.

Quest’ultimo dato è particolarmente significativo: volumi in crescita non si traducono necessariamente in maggiori ricavi. Prezzi, composizione delle vendite e condizioni dei singoli mercati possono incidere in misura determinante sul risultato economico delle esportazioni.

Made in Italy, un paniere da oltre 52 miliardi

Il rapporto CREA individua nel Made in Italy agroalimentare (il paniere composto dai prodotti più rappresentativi dell’ agricoltura e industria alimentare nazionale)   uno dei principali punti di forza del sistema nazionale. Nel 2025 l’aggregato, che include l’olio evo, la pasta, i vini, i salumi , formaggi e le conserve,, gli ortofrutticoli freschi raggiunge 52,19 miliardi di euro, con una crescita del 3,7% in valore e del 3,3% in quantità, rappresentando circa il 72,5% dell’export agroalimentare italiano.

La Germania resta il primo mercato, con 8,86 miliardi di euro, seguita dagli Stati Uniti, con 6,61 miliardi, dalla Francia, con 5,65 miliardi, e dal Regno Unito, con 4,20 miliardi.

All’interno del paniere, il Made in Italy agricolo registra una dinamica particolarmente positiva: 6,37 miliardi di euro di esportazioni, in aumento del 9,6%. A trainare il risultato è soprattutto la frutta fresca, che cresce del 14,6% in valore e del 13,1% in quantità, raggiungendo circa 3,70 miliardi di euro.

Più complesso il quadro del Made in Italy trasformato, che nel complesso registra una lieve flessione dello 0,7%. Al suo interno convivono performance positive, come quella dei formaggi, e contrazioni importanti, tra cui quelle dell’olio d’oliva e del vino confezionato.

Dazi statunitensi, segnali di pressione su alcuni prodotti

Gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati più importanti per l’agroalimentare italiano. Nel 2025, tuttavia, le esportazioni verso il Paese si attestano a 7,55 miliardi di euro, in calo del 4,2% rispetto al 2024. Le quantità esportate aumentano invece del 2,8%, raggiungendo 2,35 milioni di tonnellate.

La divergenza tra valore e volumi segnala una riduzione dei valori medi unitari e riflette, secondo il CREA, una combinazione di fattori: la diversa composizione dei flussi, con un maggiore peso di prodotti a prezzo medio più contenuto, il possibile assorbimento di una parte dei maggiori costi tariffari da parte degli esportatori, l’anticipazione degli acquisti da parte degli importatori statunitensi in vista dei dazi e la successiva frenata della domanda. La contrazione è particolarmente evidente per alcuni prodotti simbolo del Made in Italy, tra cui l’olio extravergine di oliva e i vini rossi DOP  per i quali il rapporto rileva un netto calo del valore esportato, a fronte di una maggiore tenuta dei volumi.

Accordi commerciali, nuove opportunità e concorrenza

In un contesto caratterizzato da maggiore incertezza commerciale, gli accordi dell’Unione europea con i Paesi terzi possono aprire nuove opportunità per le imprese italiane, ma anche aumentare la pressione competitiva su alcune produzioni.

Il caso del Mercosur è emblematico. Nel 2025 l’Italia importa dall’area agroalimentare per circa 3,68 miliardi di euro, a fronte di esportazioni per poco meno di 500 milioni. Gli acquisti riguardano soprattutto caffè greggio, mangimi, semi di soia, mais e carni bovine. Sul versante delle vendite italiane, tra i prodotti più rilevanti figurano pasta, conserve di pomodoro e mele.

L’accordo UE-Mercosur prevede la riduzione o l’eliminazione di numerosi dazi, con contingenti e condizioni specifiche per prodotti sensibili, tra cui carne bovina, pollame e zucchero. Sono previste anche clausole di salvaguardia per consentire all’Unione europea di intervenire qualora un aumento delle importazioni minacci gravemente i produttori europei.

Per l’Italia, le prospettive sono quindi articolate: da una parte, la possibilità di ampliare le vendite di prodotti trasformati in un mercato di grandi dimensioni; dall’altra, il rischio di una maggiore concorrenza in alcuni comparti agricoli e zootecnici.

Gli effetti concreti dipenderanno dai tempi di attuazione dell’accordo, dall’utilizzo dei contingenti, dalle condizioni di mercato e dalla capacità delle imprese di intercettare la domanda locale.

 


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