#Finsubito news dalla rete – Manchester City, gli affari di Burnham con Abu Dhabi


Lo scandalo del Manchester City, le violazioni finanziarie accertate dalla Premier League a carico del club dello sceicco di Abu Dhabi Mansour bin Zayed Al Nahyan, che ha annunciato ricorso, spiega meglio di mille altre vicende la miseria della politica contemporanea. E in particolare la miseria della socialdemocrazia europea. Incapaci di immaginare una via di uscita dal tardo capitalismo, quelli che una volta erano i partiti del lavoro e del welfare state hanno scelto da tempo di sottomettersi ai voleri della finanza estrattiva. La principale responsabile della fine della vita umana sul pianeta Terra. Le amorevoli relazioni tra il gruppo di Abu Dhabi e il primo ministro laburista britannico Andy Burnham, dal 2017 allo scorso giugno sindaco della Grande Manchester, ne sono il paradigma.

Il problema non è che Burnham, appena esploso lo scandalo, abbia dichiarato, tra la sorpresa dei suoi stessi alleati e consiglieri, che sarebbe molto preoccupato se la proprietà emiratina abbandonasse il Manchester City e gli altri investimenti nel Regno Unito. Neppure che abbia sostenuto la svendita di interi pezzi di Manchester a prezzo di saldo alla speculazione edilizia degli Emirati Arabi. E nemmeno che, secondo quanto riportano ora i media inglesi, avrebbe cercato di coprire le tracce di cene e incontri con i rappresentanti del gruppo emiratino. Il problema sono tutte queste cose messe insieme. Il problema di Burnham, e della socialdemocrazia europea, non è giudiziario. È politico.

I successi del Manchester City e la nascita del “Manchesterism”

Nel settembre 2008, pochi giorni dopo il crollo di Lehman Brothers, Abu Dhabi United Group Investment and Development Limited, la società dello sceicco Mansour, acquista il Manchester City per una cifra intorno ai 200 milioni di sterline (circa 250 milioni di euro al cambio dell’epoca). Negli anni seguenti ne inietta nel club oltre un miliardo e mezzo. Acquista campioni e spazi pubblicitari, lo stadio e le aree limitrofe. Ma non si limita al calcio, o a Manchester. Come ricorda il Financial Times, Mansour entra con oltre 3 miliardi di sterline in Barclays. Poi diversifica gli investimenti, dai porti alle reti in fibra ottica, fino ai parchi eolici offshore, rendendo gli Emirati Arabi Uniti una presenza sempre più rilevante nell’economia del Regno Unito.

Molti degli investimenti sono comunque a Manchester, città a tradizione laburista e cuore dell’area metropolitana di cui nel 2017 diventa sindaco Andy Burnham, che la trasforma in un’area di successo, o presunta tale. Di sicuro durante il suo mandato Manchester è la città con la più alta crescita economica del Regno Unito. La popolazione aumenta di oltre 100mila unità. E proprio grazie al successo della luccicante immagine del “Manchesterism”, trainato anche dai successi del Manchester City, Burnham, ex blairiano spostatosi a sinistra per trasformarsi nella versione rassicurante di Corbyn, diventa leader del partito laburista. E adesso primo ministro. Ma a che prezzo Manchester è diventata così cool? Cosa è stato davvero il “Manchesterism”? Ce lo raccontano il Manchester City e gli affari di Burnham con il gruppo di Abu Dhabi.

Burnham, il Manchester City, la speculazione edilizia e la finanziarizzazione della città

Nel 2014 il Comune di Manchester e il gruppo di Abu Dhabi sottoscrivono il piano “Manchester Life”: un miliardo di sterline in investimenti edilizi per la costruzione di oltre mille appartamenti destinati all’affitto e quattrocento per la vendita. Senza che fosse previsto alcun alloggio di edilizia sociale o a canone accessibile. Durante il mandato di Burnham il piano va avanti con il sostegno anche dell’autorità metropolitana, che finanzia tre progetti di Manchester Life con 55 milioni di sterline dal proprio fondo per la casa. Un rapporto pubblicato all’inizio del 2026 dalla Greater Manchester Combined Authority (guidata da Burnham fino allo scorso giugno) ha rivelato che dal 2017 al 2024 su circa 11mila alloggi costruiti a Manchester solo 679 (il 6%) sono stati classificati come accessibili. Ovvero a prezzi calmierati. Ma non è finita qui. Torniamo ai proprietari del Manchester City, che mentre Guardiola vinceva campionati e coppe erano i veri artefici del “Manchesterism”.

Uno studio del 2024 dell’Università di Sheffield ha accusato il Comune di aver «svenduto il patrimonio pubblico». Secondo i ricercatori, il consiglio comunale avrebbe concesso i terreni ad Abu Dhabi a un costo inferiore rispetto a progetti analoghi. E l’amministrazione non avrebbe percepito alcun provento dagli affitti o dalle vendite degli immobili. Gli autori dello studio hanno infatti descritto l’operazione, tutta orchestrata dal laburismo mancuniano, come un «trasferimento di ricchezza pubblica a privati, difficilmente giustificabile come una scelta prudente». Ecco che, come raccontiamo da anni su Valori parlando di calcio e finanza, il calcio e la costruzione degli stadi ancora una volta sono le teste di ponte attraverso cui il capitale impone la finanziarizzazione della città.

Gli investimenti di Abu Dhabi nel Regno Unito, oltre il calcio

Come riporta The Guardian, un documento del consiglio comunale di Manchester evidenzia che, sebbene le intese con Abu Dhabi abbiano generato «benefici significativi», sono emerse «carenze nella documentazione, nel monitoraggio e nei meccanismi di garanzia». In particolare per quanto riguarda gli aspetti legati alla condivisione degli utili. Sempre al quotidiano britannico, Richard Goulding, coautore della ricerca dell’Università di Sheffield, ha dichiarato: «Da un lato l’accordo con Abu Dhabi ha portato capitali. Dall’altro, gran parte di queste risorse è confluita in appartamenti i cui canoni di locazione sono trasferiti all’estero». E poi ha concluso dicendo che Manchester Life solleva «interrogativi su che tipo di Gran Bretagna si stia cercando di costruire e a chi giovi, di fatto, il modello di Manchester che è stato realizzato».

Non solo di Manchester si vive, però. Come spiega The Conversation, nel 2021 il Regno Unito e la Mubadala Investment Company, fondo sovrano di Abu Dhabi, hanno istituito una partnership di investimento da 10 miliardi di sterline nei settori della tecnologia, delle infrastrutture, dei trasporti marittimi, dell’assistenza sanitaria, delle scienze biologiche e della transizione energetica. Ad aprile 2026 gli impegni di investimento ammontavano a quasi 30 miliardi di sterline in settori cruciali per il Regno Unito: la portata del rapporto tra le due parti si estende ben oltre il calcio e l’intrattenimento.

La terrificante scatola lynchiana dietro il guardiolismo del Manchester City

E chi è la seconda parte in causa? Lasciamo perdere lo sguardo coloniale che vorrebbe Abu Dhabi fare operazioni di soft power o sportwashing per accreditarsi agli occhi degli occidentali. I fondi del Golfo si sono già comprati l’Occidente da tempo. E lo hanno fatto perché sono la cima della piramide, e la massima espressione, del tardo capitalismo finanziario. Sono regni del terrore capitalisti che si reggono sugli idrocarburi quanto sulla transizione energetica, sulle biotecnologie quanto sul commercio. Ma soprattutto sugli investimenti finanziari. Come ricorda il New York Times, un fondo di Abu Dhabi presieduto proprio da Mansour è pure collegato a uno dei più grandi scandali finanziari di sempre: quello del fondo 1Mdb, raccontato nel libro Billion Dollar Whale.

Sono teocrazie del consumo, violente e oscurantiste, che odiano i diritti umani, propugnano il benessere dei pochi e la sofferenza dei molti. Tanto quanto i loro omologhi suprematisti nella Silicon Valley, con cui infatti sono in affari. Ecco, al di là di quelle che potranno essere le responsabilità giudiziarie e penali, qual è il cuore nero del “Manchesterism”. La terrificante scatola lynchiana nascosta dietro il guardiolismo del Manchester City che ammaliava sui campi di calcio. Ecco chi sono non tanto i compagni di merende quanto i veri e propri ideologi del laburismo britannico. E, per estensione, della socialdemocrazia europea. La responsabilità di Burnham non è solo di aver svenduto una città, ma di aver liquidato un’idea. Quella che la sinistra possa immaginare un altro mondo possibile.


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