#Finsubito news dalla rete – Mandava agli inquisiti la foto del registro segreto degli indagati: Domenico Bruno, autista dell’Ufficio Gip di Milano, arrestato con un avvocato


di
Luigi Ferrarella

Individuata una «banca» informale di ‘ndrangheta. Fra le 30 misure anche l’operatore giudiziario indagato questa estate per come gestiva i beni sequestrati

Non era stato arrestato quando quest’estate era emerso che, da semplice autista dell’ufficio dei Giudici per le indagini preliminari del Tribunale di Milano divenuto invece gestore di fatto dei beni sequestrati e depositati sul Fug-Fondo unico giustizia, aveva quasi svincolato 1 milione di euro (bloccati appena in tempo) a beneficio di un ‘ndranghetista già favoreggiatore della latitanza di un importante boss calabrese. Ma mercoledì mattina Domenico Bruno è stato arrestato – in una differente inchiesta di altri magistrati sempre della Procura di Milano insieme alla Direzione nazionale antimafia – per le ipotesi di reato di «accesso abusivo» al registro degli indagati e «rivelazione di segreto» nell’aver fatto avere la foto degli indagati proprio ad alcuni dei principali indagati di questa inchiesta di ‘ndrangheta, bitcoin e «banche» informali cinesi sfociata stamattina in 16 arresti in carcere e 14 ai domiciliari ordinati dal gip Luca Milani su un’associazione per delinquere aggravata dall’agevolazione e dal metodo mafioso, attiva per gli inquirenti nel riciclaggio internazionale, nelle frodi fiscali, nelle bancarotte e nei traffici di droga con propaghino in Spagna e Svizzera.

La catena dello screenshot

Bruno, nella sua qualità di operatore giudiziario dell’Ufficio Gip dove ancora nessuno ha saputo ricostruire attraverso quali ordini di servizio avesse negli anni assunto mansioni così delicate come la gestione dei beni in sequestro, è accusato dai pm Grazia Colacicco e Pasquale Addesso di aver materialmente svolto pochi mesi fa gli accessi abusivi al sistema informatico giudiziario rischiestigli da Giuseppe Piscioneri attraverso un mediatore molto particolare come l’avvocato di tanti processi di ‘ndrangheta Rocco Romellano, che poi per gli inquirenti aveva veicolato gli esiti a Piscioneri: in particolare l’elenco degli indagati proprio di questa inchiesta al momento del 9 e del 18 dicembre 2025. A quel punto Piscioneri correva a casa di Paolo Pelaggi a Segrate e, insieme, credendo di essere al sicuro sulla piattaforma di comunicazioni criptate Signal, avvisavano Luigi Mercadante inviandogli una fotografia dello screenshot del registro degli indagati. Piscioneri, Pelaggi e Mercadante sono fra gli arrestati in carcere, Bruno e Romellano sono stati posti ai domiciliari. Nell’operazione di stamattina il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, con il Gruppo di Monza, ha anche eseguito
il sequestro ordinato sempre dal gip Milani su beni per 21 milioni di euro.





















































La «banca ombra»

Il cuore dell’inchiesta dei pm Addesso e Colacicco resta peró una società di autonoleggio a Però (Milano) trasformata in “banca occulta” da due referenti (Piscioneri e Pelaggi) di cosche della ‘ndrangheta crotonese già condannati nei processi «Infinito» e «Aemilia»), e da un esponente (Mercadante) del clan di camorra dei Casalesi, con l’aiuto di complici cinesi (Zhu Lianggang e Zheng Mingyang) e albanesi (Ervin Tafa).

Vecchie fatture e nuove criptovalute

Nello schema ricostruito dalla GdF, una volta ricevuti i bonifici di pagamento delle ingenti fatture false, gli indagati retrocedevano agli imprenditori compiacenti l’importo in contanti tratti da evasioni fiscali e narcotraffici. I soldi venivano poi trasferiti su conti esteri, e qui investiti in criptovalute di arduo tracciamento anti riciclaggio.
Così la GdF ha individuato quattro momenti di questa oliata catena. All’inizio la «banca occulta» riceveva contante dai cinesi che lo raccoglievano nella propria comunità da illeciti di natura tributaria, e dal calabrese Saverio Zoccoli che per gli inquirenti portava soldi dei traffici di droga. In cambio i portatori di contanti ricevevano criptovalute su conti in Asia, Canada e Sudamerica. Le società «cartiere», deputate a produrre le fatture false fingendo di operare nei settori dell’edilizia e della logistica in Lombardia e Campania, venivano usate e poi presto fatte fallire per essere rimpiazzate da nuove. La restituzione dei contanti avveniva a fronte dei bonifici delle fittizie fatturazioni prodotte dalle imprese «cartiere», con la trattenuta di una commissione tra il 2% e il 5% per l’illecito servizio bancario reso. I guadagni ripartivano verso conti in Lussemburgo,
Lituania e Germania,
e da lì riciclati in exchange che inviavano la criptovaluta generata verso wallet nella disponibilità dell’associazione. Durante le indagini, che contestano il reato di associazione a delinquere aggravato dal fine di agevolare le ‘ndrangheta calabrese e la «Quarta Mafia» foggiana, è stata così osservata dalla GdF la circolazione di
fatture false per 110 milioni di euro e trasferimenti all’estero per 68
milioni.

Finanziere arrestato

Nel filone riguardante le infiltrazioni dell’organizzazione tra gli apparati di sicurezza è stato posto agli arresti domiciliari, oltre all’autista del tribunale, anche un finanziere del Gruppo metropolitano di Milano, Achille Vesce, la cui ipotesi di corruzione sta nell’aver per gli inquirenti barattato con la promessa di 3.000 euro una posizione fiscale del suocero di Zheng Mingyang.
lferrarella@corriere.it

21 ottobre 2026 ( modifica il 21 ottobre 2026 | 16:44)


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