Per chi deve decidere come impiegare i propri risparmi, l’autunno si apre con un quadro più articolato di quello che gli analisti delineavano a inizio anno, quando le previsioni puntavano su un graduale calo del costo del denaro e su un’inflazione ormai sotto controllo. Nel giro di pochi mesi il conflitto in Medio Oriente, le tensioni sullo stretto di Hormuz e il rincaro dell’energia hanno rimesso in discussione quelle premesse, con il Brent tornato sopra i 100 dollari al barile a fine settembre.
La crescita globale, nonostante tutto, regge. Secondo l’Interim Economic Outlook pubblicato dall’Ocse il 23 settembre, il Pil mondiale dovrebbe aumentare del 2,9% nel 2026 e del 3% nel 2027, in rallentamento rispetto al 3,4% del 2025. Il segretario generale dell’organizzazione, Mathias Cormann, ha però avvertito che le riserve che finora hanno permesso di assorbire gli shock si stanno esaurendo. Dietro una media globale ancora solida, inoltre, le grandi aree economiche procedono a ritmi molto diversi tra loro, ed è da questa distanza che passano le scelte di chi investe.
Stati Uniti, una crescita sostenuta dall’intelligenza artificiale
Sulla sponda americana dell’Atlantico la crescita poggia soprattutto sugli investimenti legati all’intelligenza artificiale, cioè sulla costruzione di data center e sulla spesa delle grandi aziende tecnologiche per le infrastrutture di calcolo, mentre i consumi delle famiglie mostrano segni di rallentamento. L’Ocse stima per gli Stati Uniti un aumento del Pil del 2,2% nel 2026, più del doppio dell’1% previsto per l’Eurozona, e la tenuta dell’economia americana si lega così in misura crescente alle aspettative sulla redditività di quegli investimenti.
Sul fronte dei prezzi il quadro è meno rassicurante. Nel dato di agosto il PCE, la misura dell’inflazione a cui guarda la Federal Reserve, è sceso al 3,4%, ma la Fed prevede ancora un’inflazione PCE del 3,7% a fine anno, ben lontana dall’obiettivo del 2%. Il 16 settembre la banca centrale guidata da Kevin Warsh ha alzato i tassi di un quarto di punto, nella forchetta tra il 3,75% e il 4%. Il rendimento del Treasury decennale ha superato il 5% a metà settembre, il livello più alto dal 2007, e secondo i dati di mercato a fine mese si è spinto oltre il 5,2%. Il dato ha un peso che supera i confini americani, perché i titoli del Tesoro statunitense sono il riferimento su cui si misura il costo del denaro a livello internazionale: quando i loro rendimenti salgono, tendono a trascinare verso l’alto anche quelli degli altri Paesi, Italia compresa.
Europa a passo lento, l’Italia meglio delle attese
Sull’altra sponda dell’Atlantico il passo è più lento e le differenze tra Paesi sono marcate. Per l’Eurozona l’Ocse prevede una crescita dell’1% sia nel 2026 sia nel 2027, una media che tiene insieme la Spagna, attesa al 2,6%, e la Francia, ferma allo 0,4%. In questo contesto l’Italia ha sorpreso in positivo: l’organizzazione parigina ha alzato la stima per il 2026 allo 0,9%, dallo 0,5% indicato a giugno, grazie alla tenuta di consumi e investimenti e alla spinta del PNRR, i cui finanziamenti si chiudono però a fine 2026 e contribuiscono a spiegare il rallentamento allo 0,6% previsto per il 2027.
A complicare il quadro italiano è l’inflazione. Secondo la stima preliminare dell’Istat, a settembre i prezzi al consumo sono saliti del 4,2% su base annua, il valore più alto da tre anni, spinti soprattutto dai rincari energetici. La Banca centrale europea ha reagito il 10 settembre con un rialzo di 25 punti base, che ha portato il tasso sui depositi al 2,50%, e il costo del denaro più alto si è trasmesso ai titoli di Stato: il rendimento del Btp decennale a fine settembre si muoveva intorno al 4,6%, il livello più alto dall’ottobre 2023, con lo spread sul Bund tedesco salito sopra i 100 punti base per la prima volta dalla primavera del 2025.
Cina trainata dall’export, Giappone dalla tecnologia: l’Asia a due velocità
In Asia il quadro si divide tra due economie che seguono percorsi lontani tra loro. La Cina mantiene una crescita robusta, che l’Ocse stima al 4,5% nel 2026, ma il motore è quasi tutto esterno. Secondo i dati diffusi dalle dogane di Pechino il 14 ottobre, a settembre le esportazioni sono aumentate del 36,3% su base annua e nei primi nove mesi dell’anno l’avanzo commerciale ha raggiunto 938 miliardi di dollari, nonostante i dazi introdotti dall’amministrazione Trump. La domanda interna, al contrario, resta debole, frenata da consumi che faticano a ripartire e da una crisi immobiliare non ancora chiusa.
Il Giappone presenta una situazione diversa. L’economia cresce poco, con un Pil atteso in aumento dello 0,8% nel 2026, mentre la Borsa di Tokyo attraversa una fase di forte rialzo: il Nikkei ha superato per la prima volta quota 60.000 punti ad aprile e il 30 settembre ha chiuso a 66.753 punti, sostenuto dai titoli legati all’intelligenza artificiale e ai semiconduttori. La distanza si spiega con la composizione dell’indice, in cui pesano molto i grandi gruppi esportatori e i produttori di componenti per l’elettronica, più esposti alla domanda globale di tecnologia che ai consumi interni. Il caso giapponese mostra che la crescita di un Paese e il rendimento della sua Borsa possono seguire strade diverse, un aspetto da considerare quando si decide l’esposizione geografica di un portafoglio.
Obbligazioni, azioni e oro: come cambiano le prospettive per i portafogli
Le differenze tra le aree economiche si riflettono sui mercati finanziari e modificano il peso relativo delle diverse classi di investimento. Il ritorno dei rialzi dei tassi ha restituito alle obbligazioni il ruolo di fonte di rendimento che negli anni dei tassi a zero avevano perso. Accanto all’opportunità c’è però il rischio di prezzo: quando i rendimenti di mercato salgono, il valore dei titoli già in portafoglio scende, e il calo è tanto più marcato quanto più lunga è la scadenza, per cui la durata media delle obbligazioni detenute va calibrata sull’orizzonte di chi investe.
Sul fronte azionario la spinta arriva soprattutto dalla tecnologia, ma la concentrazione dei rialzi su un solo tema rappresenta un elemento di fragilità. Tra i principali rischi per le prospettive globali, l’Ocse indica infatti la possibilità che i ritorni degli investimenti in intelligenza artificiale si rivelino inferiori alle attese, insieme a interruzioni prolungate delle forniture energetiche dal Medio Oriente e a un ulteriore aumento dei rendimenti dei titoli di Stato. L’oro, dal canto suo, ha perso circa un quarto del proprio valore rispetto al record di oltre 5.600 dollari l’oncia toccato a inizio anno e a inizio ottobre si muoveva poco sopra i 4.200 dollari: il metallo non paga cedole, e quando le obbligazioni tornano a rendere e il dollaro si rafforza una parte della domanda si sposta altrove.
Nel loro insieme, questi movimenti indicano che nessuna area e nessuna classe di attivo offre da sola una risposta adeguata allo scenario attuale. La diversificazione, geografica e per strumenti, rappresenta in questo quadro la via principale per gestire rischi di natura così diversa, a patto che la composizione del portafoglio resti legata a obiettivi e orizzonti temporali definiti e non alla notizia del giorno.
Orientarsi in uno scenario frammentato: il ruolo della consulenza indipendente
In una fase come quella attuale, la consulenza finanziaria assume quindi un peso particolare, perché permette di leggere i movimenti dei mercati alla luce della situazione e degli obiettivi di ciascun risparmiatore e di tradurli in scelte coerenti nel tempo.
Un supporto utile arriva, per esempio, dalla consulenza finanziaria indipendente, in cui le strategie consigliate sono libere da conflitti d’interesse, dal momento che non sono legate alla vendita di un prodotto. A garantirlo è il modo in cui il professionista viene remunerato: il compenso arriva soltanto dal cliente, attraverso una parcella concordata, senza provvigioni o retrocessioni da parte di banche, società di gestione o compagnie assicurative.
In Italia, un punto di riferimento in quest’ambito è la società di consulenza finanziaria indipendente IoInvesto SCF, nata a Bergamo nel 2020 per iniziativa di Danilo Zanni, i cui consulenti, iscritti all’albo unico dei consulenti finanziari tenuto dall’OCF, investono negli stessi strumenti che raccomandano ai propri clienti. Il metodo della società parte dall’analisi della situazione iniziale e dalla definizione degli obiettivi di vita, ciascuno con il proprio orizzonte temporale. Su questa base viene costruito un portafoglio diversificato con strumenti efficienti come gli ETF, fondi quotati che replicano l’andamento di un indice, mentre il patrimonio resta depositato presso la banca del cliente. Il portafoglio viene poi seguito nel tempo attraverso la piattaforma IoInvesto Plus e ribilanciato quando i movimenti dei mercati ne alterano la composizione. In una fase in cui il rialzo dei rendimenti o la corsa dei titoli tecnologici possono spostare in pochi mesi i pesi tra obbligazioni e azioni, il ribilanciamento periodico consente di riportare il portafoglio all’equilibrio deciso in partenza, senza inseguire i movimenti di breve periodo.
Fmi, banche centrali e Medio Oriente: i passaggi dei prossimi mesi
Un primo aggiornamento è già arrivato dal Fondo monetario internazionale, che il 13 ottobre, agli Annual Meetings di Bangkok, ha presentato il nuovo World Economic Outlook: la crescita mondiale è stimata al 3,1% nel 2026 e al 3,4% nel 2027, quella italiana allo 0,8%, con l’avvertimento che la capacità di tenuta dell’economia globale potrebbe essere vicina al limite. Le prossime riunioni della Fed e della Bce, la seconda in calendario il 29 ottobre, dovrebbero chiarire se la stretta di settembre resta un intervento isolato o rappresenta l’avvio di un nuovo ciclo di rialzi.
Il fattore che più di ogni altro condiziona le prospettive resta però il Medio Oriente. L’esito dei negoziati tra Stati Uniti e Iran sullo stretto di Hormuz ha un effetto diretto sul prezzo del petrolio e, attraverso l’energia, sull’inflazione e sulle decisioni delle banche centrali. Una distensione potrebbe alleggerire la pressione sui prezzi e sui rendimenti, mentre un nuovo stallo rischierebbe di prolungare la fase dei tassi elevati.
La crescita globale attesa per il 2027 si colloca tra il 3% stimato dall’Ocse e il 3,4% indicato dal Fmi, ma la sua solidità dipende in larga parte da quanto rapidamente l’energia possa tornare su prezzi più contenuti.
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