La Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge sul riconoscimento e la tutela delle persone che assistono e si prendono cura dei propri familiari. Il provvedimento definisce per la prima volta in modo organico la figura del caregiver familiare e introduce quattro profili in base al carico assistenziale, un contributo economico mensile per i caregiver prevalenti in possesso di specifici requisiti e nuove misure per favorire la conciliazione tra lavoro e cura. Un passaggio atteso da tempo, che punta a dare una cornice normativa all’attività di milioni di persone impegnate nell’assistenza gratuita a familiari con disabilità, anziani non autosufficienti e persone fragili. Ma il testo approvato non convince le associazioni che rappresentano i caregiver. La critica di Carer ETS è netta. “La Camera ha approvato una legge ‘sui’ caregiver non ‘per’ i caregiver”, afferma Loredana Ligabue, Segretario di Carer ETS, commentando il via libera parlamentare. “Una legge che non riconosce il lavoro di cura e non ne solleva il carico, che discrimina in base alla convivenza, che offre un sussidio di povertà anziché opportunità”, aggiunge.
Quattro profili di caregiver: il nodo delle ore di assistenza e della convivenza
Il disegno di legge individua quattro profili di caregiver familiare, differenziati in base alle ore settimanali dedicate all’assistenza e, per alcune categorie, alla convivenza con la persona assistita. Il caregiver prevalente è definito sulla base di almeno 91 ore settimanali di assistenza e della convivenza con una persona non autosufficiente. Il caregiver convivente deve garantire almeno 30 ore settimanali, ma meno di 91. Per il caregiver non convivente la soglia è di almeno 30 ore settimanali, mentre il profilo con impegno ridotto comprende chi dedica all’assistenza almeno 10 ore, ma meno di 30. È proprio questa classificazione a suscitare le maggiori perplessità di Carer ETS. “La legge si pregia poi di dividere i caregiver in categorie: chi convive e chi non convive attribuendo ai primi la medaglia della cura come se questo fosse il parametro che definisce il carico e la qualità assistenziale!”, osserva Ligabue. E aggiunge: “Non è un riconoscimento: è una discriminazione. È la conferma che chi non convive non esiste, nonostante rappresenti una parte enorme della cura reale in questo Paese”. La critica riguarda quindi il rischio che la convivenza diventi un criterio determinante per il riconoscimento del carico assistenziale, senza restituire pienamente la complessità delle situazioni familiari. L’assistenza, infatti, può richiedere un impegno quotidiano significativo anche quando il caregiver non vive nella stessa abitazione della persona assistita.
Il contributo economico e il rischio di lasciare indietro milioni di persone
Tra le principali novità del provvedimento figura un contributo economico destinato, a partire dal 2027, ai caregiver familiari prevalenti che soddisfano determinati requisiti. Per accedervi, è necessario non svolgere attività lavorativa oppure percepire un reddito da lavoro entro il limite di 3mila euro lordi annui e avere un Isee non superiore a 25mila euro. L’importo viene determinato trimestralmente, con un limite massimo di 1.200 euro per trimestre. Per i caregiver con Isee fino a 15mila euro il contributo è determinato indipendentemente dall’indicatore economico; per quelli con Isee superiore a 15mila e fino a 25mila euro, l’importo viene ridotto proporzionalmente. Per Carer ETS, tuttavia, il sostegno economico previsto non risponde alla dimensione del fenomeno né alla varietà dei bisogni delle persone coinvolte. “Nel nostro Paese, con questa legge, si chiede ai caregiver conviventi (guarda caso donne) di assistere almeno 91 ore alla settimana senza respiro, lasciando il lavoro, annullandosi nella cura e ricevendo per questo un misero obolo e un elenco di supporti a livello territoriale da garantire da parte delle Regioni a risorse invariate”, dichiara Ligabue. “Si fotografa una Italia fatta di diseguaglianze di genere, sociali e territoriali”. La segretaria di Carer ETS richiama anche i dati sulla diffusione dell’assistenza informale, sostenendo che la platea potenzialmente raggiunta dal contributo sarebbe troppo limitata rispetto alle necessità del Paese. “No, non si è capito che varare misure che daranno come unico beneficio un contributo economico contro la povertà a favore di poco più di 50mila beneficiari in un Paese che, come raccontato dall’ISTAT, vede oggi più di 12 milioni di persone impegnate nel dare aiuto, significa dire non solo che nulla cambierà ma anche che quei 12 milioni sono davvero invisibili”, afferma. Il contributo economico, dunque, rappresenta uno degli elementi centrali della riforma, ma secondo l’associazione non può sostituire politiche strutturali capaci di alleggerire il carico assistenziale, sostenere le famiglie e garantire servizi accessibili.
Lavoro, salute e vita personale: le tutele che, secondo Carer ETS, non bastano
Il provvedimento introduce alcune misure per favorire la conciliazione tra lavoro e assistenza. I caregiver dipendenti appartenenti ai profili prevalente e convivente possono chiedere una modifica delle modalità di svolgimento della prestazione o dell’orario di lavoro, anche attraverso il lavoro agile, quando compatibile con l’attività svolta. È inoltre prevista una priorità nella trasformazione del rapporto da tempo pieno a tempo parziale, con diritto al ripristino del tempo pieno. Per i genitori caregiver di figli minorenni con disabilità, il congedo parentale viene esteso fino al compimento dei 18 anni del figlio. Il testo contempla anche la possibilità di cessione gratuita di riposi e ferie da parte dei colleghi, secondo le modalità stabilite dalla contrattazione collettiva. Sono previste, inoltre, misure a sostegno del benessere psicofisico dei caregiver prevalenti e conviventi, tra cui sostegno psicologico, formazione, visite domiciliari e interventi di sostituzione nell’attività assistenziale secondo quanto previsto dal progetto di vita o dal Piano di assistenza individualizzato. Ma, secondo Ligabue, il problema è che queste misure non garantirebbero un livello uniforme di tutela su tutto il territorio nazionale. “Ben altro rispetto alla domanda di aiuto che le associazioni e gli amministratori locali raccolgono ogni giorno attraverso voci sempre più stanche e sfiduciate, con tragedie che continuano ad animare la cronaca quando neppure il supporto psicologico questa legge riconosce come livello essenziale a valere su tutto il Paese!!”, sottolinea. La preoccupazione riguarda soprattutto la distanza tra i bisogni quotidiani delle famiglie e la capacità dei servizi territoriali di rispondere in modo concreto e continuativo. Il rischio evidenziato dall’associazione è che l’accesso agli aiuti continui a dipendere dalle risorse disponibili e dalle politiche adottate a livello regionale, alimentando differenze tra territori.
La cura non può restare un affare privato delle famiglie
Il disegno di legge riconosce al caregiver un ruolo nella valutazione multidimensionale della persona assistita e nella predisposizione del progetto di vita o del Piano di assistenza individualizzato. Prevede inoltre il diritto a ricevere informazioni sui bisogni assistenziali e sulle cure necessarie, nel rispetto della privacy e previo consenso della persona assistita. Il testo contempla anche il riconoscimento delle competenze maturate attraverso l’attività di cura, che possono diventare crediti formativi per percorsi professionali nell’area sociosanitaria. Sono previste misure specifiche anche per gli studenti caregiver, con la possibilità per scuole e università di valorizzare le competenze acquisite e introdurre strumenti di sostegno alla frequenza. Per Carer ETS, tuttavia, la riforma non affronta il problema alla radice: la tendenza a delegare alle famiglie, e soprattutto alle donne, la responsabilità dell’assistenza, senza costruire un sistema di servizi in grado di condividere concretamente il lavoro di cura. “Questa legge nulla ha a che vedere con le politiche messe in atto in tanti Paesi europei e con il confronto nel Parlamento europeo per conciliare cura e lavoro, per superare il gap di genere e agire per una ‘società della cura’ in grado di condividere carichi e responsabilità tra generi e generazioni, tra persone e comunità, tra sfera privata e sfera pubblica”, afferma Ligabue . Una visione che, secondo l’associazione, dovrebbe superare la contrapposizione tra assistenza familiare e servizi pubblici, riconoscendo che la cura è una responsabilità sociale e non soltanto una questione privata.
Solitudine e burnout restano le emergenze da affrontare
La critica di Carer ETS si concentra anche sulle conseguenze che l’impegno assistenziale prolungato può avere sulla salute, sul lavoro e sulla vita sociale di chi assiste. “La solitudine del caregiver resta. Il burnout resta. L’impossibilità di conciliare lavoro e cura resta. La rinuncia alla propria vita resta”, dichiara la segretaria. Il tema non riguarda soltanto la disponibilità di un sostegno economico, ma anche la possibilità di continuare a lavorare, mantenere relazioni sociali, tutelare la propria salute e ricevere aiuto quando il carico assistenziale diventa insostenibile. Per Ligabue, il provvedimento non garantisce ai caregiver un percorso adeguato di ascolto e accompagnamento, né un sistema uniforme di servizi capace di rispondere ai bisogni delle famiglie. “È una legge che non offre ai caregiver la possibilità di essere ascoltati, supportati, aiutati, socialmente valorizzati e inseriti in una comunità di cura, bensì di iscriversi ad una lotteria e di trasferirsi dal proprio territorio verso territori ‘curanti’ come già fanno tanti caregiver nella sofferenza di non aver diritto a vivere dove hanno le loro radici”.
La richiesta di un cambio di prospettiva
Il provvedimento approvato dalla Camera definisce una cornice nazionale per il riconoscimento del caregiver familiare, introduce una procedura formale affidata all’Inps e individua strumenti economici e organizzativi. Restano però ferme le competenze delle Regioni e delle Province autonome, chiamate a operare nell’ambito delle risorse disponibili nei rispettivi bilanci. È proprio questo aspetto a rafforzare, secondo Carer ETS, il timore che il riconoscimento formale non si traduca automaticamente in un miglioramento concreto delle condizioni di vita delle persone che assistono. La conclusione di Ligabue riassume la posizione dell’associazione: “La legge approvata oggi ribadisce un’idea antica e ingiusta: che la cura sia un affare della famiglia, soprattutto delle donne; che chi assiste debba rinunciare al lavoro, al reddito, alla propria vita; che il contributo economico sia sufficiente a sostituire servizi che non esistono”. Il confronto sul provvedimento riporta così al centro una questione che va oltre il riconoscimento giuridico della figura del caregiver: come distribuire il carico assistenziale tra famiglie, servizi sanitari e sociosanitari, istituzioni e comunità, evitando che il sostegno alle persone fragili si traduca nella rinuncia ai diritti e alla vita personale di chi se ne prende cura.
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