Siena, 14 ottobre 2026 – Deboraha Alessandrini è dal primo ottobre la nuova dirigente scolastica dell’Ufficio XII, ambito territoriale di Siena. “Sono ingegnera informatica, mi sono laureata a Siena e ho avuto un percorso professionale abbastanza vario – così si racconta –. Ho iniziato nel settore privato, prima nella progettazione e sviluppo web e poi nella ricerca e sviluppo industriale; ho avuto anche alcune brevi esperienze di insegnamento. Poi sono entrata nella pubblica amministrazione e da allora mi sono occupata soprattutto di innovazione, organizzazione e trasformazione digitale. Ho lavorato al Comune di Rieti, in Aran e alla presidenza del Consiglio dei ministri, nel Dipartimento per la trasformazione digitale, seguendo alcuni progetti di digitalizzazione dei servizi pubblici. Poi ho vinto la decima edizione del corso-concorso Sna (Scuola nazionale dell’amministrazione) e sono diventata dirigente di ruolo del ministero dell’Istruzione e del merito. Durante il percorso Sna ho avuto anche un’esperienza alla Commissione europea e svolto il tirocinio nell’amministrazione scolastica toscana. Oggi questo percorso, molto eterogeneo, credo mi sia stato utile perché ha permesso di conoscere organizzazioni diverse e di guardare ai problemi da punti di vista differenti”.
«Quando ho dovuto indicare la sede del mio incarico dirigenziale ho scelto questo Ufficio perché con Siena ho un legame personale importante: ho studiato qui all’Università e ci ho vissuto per alcuni anni», inizia la neo dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale di Siena, Deboraha Alessandrini. «Ma c’è anche un’altra ragione – prosegue –. Il settore dell’istruzione mi ha sempre appassionato, perché credo profondamente nel valore della formazione. Studiare, conoscere, imparare significa acquisire competenze utili per il lavoro ma soprattutto avere strumenti per comprendere la realtà, sviluppare le proprie possibilità e, in qualche modo, poter cambiare la propria vita».
Qual è il compito della scuola?
«Ha una funzione fondamentale, poiché offre alle persone possibilità che prima non avevano, e trasmettendo le conoscenze, crea relazioni, curiosità, fiducia nelle proprie capacità e piacere di imparare. È un’idea di scuola alla quale sono molto legata».
Cosa si aspetta dal suo nuovo ruolo? «Mi interessa la dimensione concreta di questo incarico. Un Ufficio scolastico territoriale è un luogo nel quale l’amministrazione incontra le scuole, i dirigenti, i docenti, gli studenti, le famiglie e gli enti locali. È quindi un ruolo nel quale si può incidere sulla qualità del sistema educativo di un territorio».
Cosa sa della scuola senese?
«Sto iniziando a conoscerla. Ho incontrato alcuni dirigenti andando personalmente nelle loro scuole; il nostro Ufficio ha organizzato una conferenza di servizio con tutti i dirigenti scolastici della provincia e con diversi di loro ho già avuto modo di confrontarmi anche telefonicamente su questioni concrete».
Come si muoverà?
«Sto cercando di programmare incontri nelle diverse scuole della provincia. Non mi basta avere e leggere dati, numeri o organigrammi, è fondamentale per me entrare in relazione con le persone, capire i contesti, ascoltare problemi, esigenze e anche potenzialità delle realtà. La rete senese è molto articolata: tiene insieme la città di Siena, i centri di Val d’Elsa e Valdichiana, territori più piccoli, aree rurali e montane. Sono realtà molto diverse tra loro e per questo credo che non si possa ragionare solo in termini numerici. Una prima impressione molto positiva riguarda il rapporto delle scuole con il territorio. Mi sembra che ci sia una buona capacità di costruire relazioni con enti locali, associazioni, terzo settore, università. La scuola cresce e funziona meglio se riesce a costruire legami con ciò che la circonda».
Cronicamente è difficile trovare personale per le periferie: come si rende ‘sostenibile’ una rete territoriale capillare?
«È un problema strutturale che andrebbe affrontato a più livelli amministrativi e su più fronti contemporaneamente. La difficoltà nel reperire personale nelle scuole periferiche, isolate o di montagna nasce da fattori diversi e quindi occorrerebbe agire su più leve».
Quali?
«Una possibilità sono le politiche nazionali sul personale. Ad esempio, interrogandosi su quali incentivi economici o di carriera possano rendere più attrattive le sedi realmente disagiate; oppure su come favorire la permanenza del personale nel tempo, ad esempio aumentando il punteggio di servizio per chi resta nella stessa scuola periferica per almeno un triennio».
E nel rapporto con il territorio?
«I Comuni e gli altri enti locali possono intervenire, ad esempio, su alloggi, trasporti, servizi. In alcuni territori potrebbe fare una grande differenza poter offrire a un docente o a un collaboratore un alloggio a condizioni sostenibili oppure collegamenti compatibili con gli orari di servizio. Infine, anche la formazione delle cattedre che insistono su più sedi deve tenere conto concretamente dei tempi e delle difficoltà degli spostamenti. C’è anche il tema dell’organizzazione della rete. Le scuole piccole o più isolate dovrebbero essere messe in relazione tra loro, ad esempio attraverso la costruzione di patti educativi con associazioni, università e altre realtà. La sostenibilità della rete scolastica è legata alla sostenibilità del territorio nel complesso».
Cosa ne pensa del tetto sugli studenti stranieri in classe?
«È un tema sul quale è importante evitare semplificazioni cercando di non ridurre una realtà molto complessa ad una percentuale. L’obiettivo è favorire una reale integrazione e garantire a tutti gli studenti condizioni efficaci di apprendimento. Già dal 2010 esistevano indicazioni ministeriali volte a favorire una distribuzione equilibrata degli alunni con cittadinanza non italiana; oggi il quadro è stato ulteriormente disciplinato dal recente decreto-legge 170».
Quali sono le valutazioni da compiere secondo lei?
«Credo che il punto decisivo sia sempre guardare alla situazione concreta degli studenti. La cittadinanza, da sola, dice poco. Un ragazzo con cittadinanza non italiana può essere nato in Italia, aver frequentato qui tutto il percorso scolastico e avere una piena padronanza della lingua italiana. Diversa è la situazione di chi è arrivato da poco nel Paese e deve contemporaneamente imparare la lingua e inserirsi in un nuovo sistema scolastico. Non è applicabile un automatismo matematico ma bisogna considerare le caratteristiche concrete degli studenti e del territorio. La sfida, secondo me, è mettere le scuole nelle condizioni di accompagnare questi studenti, rafforzando l’apprendimento dell’italiano, che è lo strumento fondamentale per studiare, partecipare alla vita della classe e costruire relazioni».
Il suo obiettivo a Siena?
«Ne avrei molti, ma forse posso riassumerli in uno: vorrei che il nostro Ufficio fosse percepito dalla comunità scolastica come un’amministrazione presente, competente e accessibile. Nel breve periodo l’obiettivo è conoscere personalmente tutti i dirigenti scolastici e le scuole e i territori nei quali operano. A medio termine vorrei contribuire a costruire una rete sempre più forte tra i dirigenti scolastici della provincia. A più lungo termine vorrei rafforzare ulteriormente il rapporto tra scuola e territorio cercando di recuperare e riattivare alcuni patti, accordi e reti di collaborazione che negli anni si sono interrotti o indeboliti».
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