#Finsubito news dalla rete – Curare senza far viaggiare: la rivoluzione possibile parte dalla sanità in montagna


Ripartendo dal concetto che nelle aree montane non è sufficiente portare gli stessi servizi della città “più lontano” non puo essere una strategia appropriata, sostenibile e quindi realizzabile è interessante analizzare alcune esperienze “virtuose” internazionali e nazionali. Nel precedente articolo si è approfondito una ideale proposta di scenario organizzativo e di servizi da costruire: la premessa era che occorre progettare un modello assistenziale, nel quale prossimità, integrazione, mobilità degli operatori e tecnologia diventino componenti di un unico sistema.

L’esperienza del Lower Engadin

Un caso particolarmente interessante è quello del Lower Engadin, nelle Alpi svizzere. Il territorio presentava problemi tipici delle aree montane: popolazione ridotta, invecchiamento, distanza dai grandi centri e difficoltà nel mantenere una rete sanitaria completa. La risposta non è stata semplicemente quella di mantenere il vecchio ospedale ma è stato costruito un vero sistema sanitario territoriale integrato, organizzato intorno all’Healthcare Centre Lower Engadin. Il modello ha integrato assistenza primaria, specialistica, ospedaliera, riabilitazione, assistenza agli anziani e servizi domiciliari. Particolarmente interessante è l’approccio definito “ambulatory before inpatient”: quando possibile, il sistema cerca di intervenire prima che il paziente abbia bisogno di un ricovero, attraverso prevenzione, gestione della cronicità e case management.

La lezione è importante. Il problema della montagna non viene risolto scegliendo tra ospedale e territorio ma viene affrontato integrando ospedale e territorio in un unico sistema.

L’esperienza Norvegese: la tecnologia come estensione della presenza professionale

Un altro esempio proviene dalla Norvegia, Paese caratterizzato da una popolazione molto dispersa e da vaste aree rurali. In alcuni distretti sono state sperimentate unità remote nelle quali un infermiere può assistere il paziente localmente collegandosi in video con il medico di turno. Uno studio recente condotto in due distretti norvegesi ha rilevato una riduzione degli accessi e, in uno dei territori, una significativa riduzione delle visite domiciliari e degli interventi del medico di guardia. Lo stesso studio, però, mostra anche un dato importante: l’utilizzo delle unità remote è rimasto basso. Questo risultato anora una volta è istruttivo.

Dimostra che installare tecnologia non significa automaticamente creare un nuovo servizio ma che servono organizzazione, formazione, fiducia degli operatori, conoscenza del servizio da parte dei cittadini e integrazione nei percorsi assistenziali.

Il provider-to-provider telehealth: non solo paziente-medico

Un ulteriore sviluppo particolarmente interessante è rappresentato dal teleconsulto tra professionisti. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Telemedicine and Telecare ha  analizzato l’uso della telemedicina per collegare operatori sanitari nelle aree rurali. Nei 97 studi di efficacia considerati, gli esiti risultavano simili o migliori rispetto ai percorsi senza telehealth in diversi ambiti, anche se la qualità delle evidenze era variabile e rimanevano importanti problemi di implementazione.

Questo modello è particolarmente promettente per le montagne quindi la domanda non dovrebbe essere: “Come facciamo ad avere tutti gli specialisti in montagna?” Ma: “Come facciamo a rendere disponibili le competenze specialistiche in montagna, anche quando lo specialista non può essere fisicamente presente?”

La differenza è enorme.

L’Italia e le Aree Interne come terreno di sperimentazione

L’Italia ha già riconosciuto istituzionalmente il problema attraverso la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI). Le aree interne sono definite proprio sulla base della distanza dai principali centri di offerta dei servizi essenziali, compresi i servizi socio-sanitari. La SNAI è stata confermata anche per il ciclo 2021-2027.

La questione sanitaria è quindi parte integrante di una politica territoriale più ampia. Questo è un passaggio culturale importante. La salute non può essere separata da mobilità, demografia, scuola, infrastrutture digitali, servizi sociali e sviluppo economico. Se un territorio perde popolazione, diventa più difficile mantenere servizi. Se perde servizi, diventa meno attrattivo per famiglie e professionisti. Se diventa meno attrattivo, aumenta il rischio di spopolamento. Si crea così un circolo vizioso in cui la sanità può quindi essere non soltanto una conseguenza dello spopolamento, ma anche uno degli strumenti per contrastarlo.

 La SNAI utilizza inoltre sistemi di indicatori territoriali per misurare demografia, economia, servizi essenziali e condizioni dei territori, attraverso l’OpenKit. È un’impostazione che dovrebbe essere applicata anche alla programmazione sanitaria: non finanziare soltanto strutture, ma misurare i risultati territoriali ottenuti.

Asiago: un laboratorio italiano di sanità montana

In questo quadro, l’esperienza dell’Altopiano di Asiago merita particolare attenzione. L’Altopiano presenta molte delle caratteristiche che rendono complessa la programmazione sanitaria nelle aree montane: popolazione distribuita su più comuni, distanza dai grandi centri ospedalieri, condizioni climatiche e viarie, popolazione anziana e, contemporaneamente, una forte componente turistica stagionale.

La risposta organizzativa sviluppata dall’ULSS 7 Pedemontana è interessante perché non si concentra esclusivamente sull’ospedale, ma sta costruendo una rete composta da più elementi. Nel maggio 2025 è stata inaugurata la nuova Casa della Comunità di Asiago, la prima Casa della Comunità entrata in servizio nell’ULSS 7 Pedemontana. La struttura, realizzata nel centro di Asiago, integra diversi servizi e rappresenta quindi un punto di accesso territoriale particolarmente importante. La Regione Veneto indica, tra le funzioni presenti o previste, medicina generale, continuità assistenziale, pediatria, specialistica, infermieristica domiciliare, Punto Unico di Accesso, salute mentale, dipendenze e consultorio.

Ma il dato più interessante non è il semplice elenco delle funzioni. È il tentativo di costruire una filiera assistenziale. Casa della Comunità, COT, assistenza domiciliare, Ospedale di Comunità e ospedale devono infatti essere considerati parti di uno stesso percorso, strettamente connesso. La COT di Asiago presente nello stesso edificio, risulta completata e inserita nella rete territoriale dell’ULSS 7; il progetto comprende anche dispositivi per la rilevazione domiciliare dei parametri vitali e la loro eventuale trasmissione digitale.

Questa impostazione consente di immaginare un percorso nel quale il paziente possa essere seguito: a casa → dalla rete territoriale → dalla Casa della Comunità → dall’Ospedale di Comunità → dall’ospedale specialistico, senza che ogni passaggio debba necessariamente comportare uno spostamento fisico del paziente.

È proprio questa integrazione, più che l’esistenza di una singola struttura, a rendere l’esperienza di Asiago interessante come caso di studio. Ed il percorso, seppur già molto avanti, può essere ancora implementato, perchè rappresenta un centro di sperimentazione reale sui nuovi bisogni di salute e sull’efficienza della risposta dei servizi.

Dall’ospedale “vicino” alla rete “vicina”

L’esperienza delle aree montane suggerisce quindi di modificare anche il concetto di prossimità. Per molto tempo prossimità ha significato soprattutto vicinanza fisica. Oggi dobbiamo aggiungere una seconda dimensione: prossimità organizzativa.

Un servizio può essere fisicamente distante ma organizzativamente vicino se: il medico di famiglia può accedere rapidamente allo specialista; i dati clinici sono disponibili; il paziente può essere seguito a domicilio; la COT coordina il percorso; il trasporto sanitario è integrato; la diagnostica può essere effettuata localmente; la dimissione ospedaliera è collegata ai servizi territoriali.

Questa è probabilmente la vera rivoluzione che la montagna può anticipare. La prossimità non sarà più misurata soltanto in chilometri ma dovrà essere misurata in tempo di risposta, continuità del percorso e facilità di accesso alla competenza necessaria.

Dieci proposte per una vera politica sanitaria della montagna

Da queste esperienze è possibile ricavare dieci linee di intervento.

  1. Definire uno standard specifico per la sanità montana

Gli standard sanitari non possono essere esclusivamente demografici. Devono tenere conto di parametri fondamentali e reali: altitudine, dispersione della popolazione, tempi di percorrenza, condizioni climatiche, stagionalità turistica e disponibilità dei trasporti.

  1. Considerare la rete, non il singolo presidio

Casa della Comunità, COT, Ospedale di Comunità, domicilio e ospedale devono essere progettati insieme.

  1. Rafforzare gli infermieri di famiglia e comunità

In territori dispersi l’infermiere può rappresentare una presenza professionale fondamentale per garantire continuità, educazione sanitaria, monitoraggio e collegamento con il medico.

  1. Incentivare la permanenza dei professionisti

Gli incentivi economici sono importanti, ma non sufficienti. Occorre offrire formazione, possibilità di carriera, integrazione professionale, tecnologie adeguate, servizi per le famiglie e condizioni di vita compatibili con la permanenza nel territorio.

  1. Creare specialistica “ibrida”

Lo specialista può alternare presenza fisica e teleconsulto. Non si tratta di scegliere tra medicina in presenza e telemedicina, ma di costruire un modello nel quale queste siano complementari.

  1. Portare la diagnostica vicino al paziente

Ecografi portatili, ECG, spirometri, sistemi di monitoraggio e altri dispositivi possono consentire di eseguire localmente una parte crescente delle valutazioni.

  1. Trasformare il domicilio in un punto della rete

Il domicilio deve essere considerato un nuovo punto strategico specie per la popolazione cronica o fragile, collegato digitalmente e organizzativamente al sistema sanitario.

  1. Considerare la connettività un’infrastruttura sanitaria

Una valle senza connessione adeguata non può sviluppare pienamente la telemedicina ed altri servizi che utilizzano strumenti innovativi.

  1. Misurare gli esiti, non soltanto le prestazioni

Bisogna valutare:

  • tempi di accesso;
  • ricoveri evitabili e ricoveri ripetuti;
  • accessi al pronto soccorso;
  • tempo di risposta specialistica;
  • pazienti presi in carico a domicilio;
  • qualità percepita;
  • continuità assistenziale;
  • permanenza dei professionisti sul territorio.

  1. Utilizzare la montagna come laboratorio nazionale

La situazione di cambiamento demografico fa sì che le soluzioni organizzative sviluppate per la montagna possono diventare molto utili anche nelle periferie urbane, nelle isole, nelle aree rurali e nei territori caratterizzati da forte invecchiamento.

Conclusioni: la montagna può anticipare il futuro della sanità

La sanità delle aree montane non dovrebbe essere considerata una versione ridotta della sanità urbana ma un modello che richiede soluzioni differenti. La scarsità di popolazione impedisce di concentrare localmente tutte le competenze. La distanza rende difficile l’accesso fisico. L’invecchiamento aumenta il bisogno di assistenza domiciliare. La carenza di professionisti impone nuove modalità organizzative. Ma proprio queste difficoltà possono diventare opportunità di innovazione.

 Il futuro della sanità montana non sarà probabilmente quello di avere un grande ospedale ogni pochi chilometri. Sarà piuttosto quello di avere una rete capace di portare il professionista, la competenza e l’informazione il più vicino possibile al cittadino, lasciando che sia il paziente a spostarsi soltanto quando è realmente necessario.

La tecnologia può rendere possibile una parte di questa trasformazione. Ma non sarà la tecnologia, da sola, a risolvere il problema. Serviranno organizzazione, professionisti, infrastrutture, integrazione tra sanità e sociale e soprattutto una nuova cultura della presa in carico.

L’esperienza del Lower Engadin mostra come un territorio alpino possa trasformare la propria fragilità in un sistema integrato.

La Norvegia dimostra come il collegamento digitale possa estendere la presenza professionale nelle aree remote, ma anche come l’adozione tecnologica richieda una precisa organizzazione.

L’Italia, attraverso la Strategia Nazionale per le Aree Interne e gli investimenti del PNRR, dispone oggi di strumenti importanti per sperimentare nuovi modelli.

L’Altopiano di Asiago offre, in questo quadro, un caso particolarmente interessante: Casa della Comunità, COT, assistenza domiciliare, servizi intermedi e ospedale possono diventare componenti di un’unica rete territoriale.

La sfida ora è trasformare questa infrastruttura in un vero modello di presa in carico. Perché alla fine la domanda fondamentale non è quanti servizi possiede una montagna. È un’altra: quanto tempo deve aspettare, quanto deve viaggiare e quante difficoltà deve affrontare una persona che ha bisogno di essere curata?

È questa la misura vera della prossimità. E forse proprio la montagna, costringendoci a porci questa domanda prima di altri territori, può aiutarci a progettare la sanità del futuro.

Bibliografia

  • Ministero della Salute. Decreto 23 maggio 2022, n. 77. Modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel SSN. Gazzetta Ufficiale, 2022.
  • Monitoraggio DM 77/2022 – Report nazionale di sintesi. Roma: AGENAS, 2025.
  • Piattaforma Nazionale di Telemedicina. Roma: AGENAS, 2024–2026.
  • Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche di Coesione e il Sud. Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) 2021–2027. Roma.
  • Mitterlechner M, Hollfelder C, Koppenberg J. Preserving Care Delivery in Hard-to-Serve Regions: A Case Study of a Population Health System in the Swiss Lower Engadin. International Journal of Integrated Care. 2018;18(3):1.
  • Health at a Glance 2025: OECD Indicators. Paris: OECD Publishing, 2025.
  • OECD Regional Outlook 2023. Paris: OECD Publishing, 2023.
  • Totten AM, Womack DM, Griffin JC, et al. Telehealth-guided provider-to-provider communication to improve rural health: A systematic review. Journal of Telemedicine and Telecare. 2024;30(8):1209–1229.
  • World Health Organization. Framework on integrated, people-centred health services. Geneva: WHO, 2016.
  • Azienda ULSS 7 Pedemontana / Regione del Veneto. Documentazione istituzionale su Casa della Comunità, Centrale Operativa Territoriale e Ospedale di Comunità di Asiago, 2025–2026.

 

 


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