#Finsubito news dalla rete – Benanti Viticoltori, il vino dell’Etna che conquista il mondo


E’ l’unica azienda dell’Etna presente con vigneti su tutti e quattro i versanti del vulcano. Così unica da aver attirato l’attenzione di Renzo Rosso, presidente e fondatore di Otb, holding di controllo di brand della moda come Diesel, ma anche di realtà vitivinicole importanti. Attraverso Brave Wave nel 2022 fa ha rilevato il 40% di Benanti. Una via per offrire un supporto finanziario necessario alla crescita, senza snaturare l’identità,  mantenendo al centro l’artigianalità e l’autenticità della produzione.   “Prendiamo in considerazione acquisizioni di quote di minoranza di brand di tutto il mondo, pur non permettendo di consolidare l’Ebtida consentono di portare a bordo realtà capaci di fare qualcosa di speciale e, al tempo stesso, ti portano a una visione diversa”, ha dichiarata pochi giorni fa lo stesso Renzo Rosso.

Benanti è stata fondata  nel 1988 dal cavaliere del lavoro Giuseppe Benanti, considerato uno dei pionieri della rinascita vitivinicola dell’Etna, venuto a mancare qualche anno fa e ora guidata dai figli Antonio e Salvino. La cantina produce 250mila bottiglie l’anno, per la maggior parte dirette verso mercati esteri.  Tra i pilastri della collezione il Pietra Marina Etna Bianco Superiore, il Rovittello Particella No. 341 Etna Rosso Riserva e il Serra della Contessa Particella No. 587 Etna Rosso Riserva Financialounge analizza con Salvino Benanti, amministratore delegato di Benanti Viticoltori, le potenzialità della cantina e gli scenari globali di mercato.

Da Castiglione di Sicilia (Etna Nord), a Milo (Etna Est), da Santa Maria di Licodia (Etna Sudovest) a  Monte Serra a Viagrande (Etna Sudest), tutti impiantati a Carricante, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, le varietà autoctone simbolo dell’Etna, tutti in regime biologico.  In che modo esposizione, altitudine e caratteristiche pedoclimatiche differenti influenzano l’espressione dei vitigni autoctoni e dei vostri vini?

“È proprio questa diversità che rende l’Etna un territorio così straordinario. Quando parliamo di Etna non parliamo di un terroir unico e uniforme, ma di una vera e propria complessità di microterritori, determinata dall’altitudine, dall’esposizione, dalla natura dei suoli vulcanici e dalle condizioni climatiche.Sui diversi versanti cambiano sensibilmente temperature, ventilazione, quantità di precipitazioni ed escursioni termiche. Anche pochi chilometri, o poche centinaia di metri di altitudine, possono determinare differenze importanti nei tempi di maturazione e, di conseguenza, nell’espressione del vino. Per noi questa varietà non è qualcosa da uniformare, ma da preservare. Il Carricante, per esempio, può esprimere tensione, verticalità e mineralità in maniera diversa a seconda della contrada e dell’altitudine; allo stesso modo il Nerello Mascalese può assumere sfumature differenti, passando dalla finezza e dalla componente floreale a una maggiore struttura e profondità. È anche per questo che abbiamo sempre creduto nel valore delle contrade: raccontare l’Etna significa raccontarne le differenze”.

L’export rappresenta da tempo una componente importante dell’attività aziendale. Quali sono oggi i mercati esteri più strategici per Benanti e quali sono stati i primi Paesi a credere nei vini dell’Etna quando avete iniziato il percorso internazionale?

“I mercati internazionali sono stati fondamentali nella storia di Benanti e, più in generale, nella riscoperta dell’Etna come grande territorio vitivinicolo. Gli Stati Uniti sono stati certamente uno dei primi Paesi a comprendere il potenziale dell’Etna e continuano a rappresentare per noi un mercato di grande importanza. È significativo ricordare che già molti anni fa alcuni importanti operatori e sommelier americani avevano intuito che dietro quei vini c’era qualcosa di molto particolare: non semplicemente vini siciliani, ma vini capaci di esprimere un territorio di montagna e di origine vulcanica con caratteristiche proprie. Accanto agli Stati Uniti, nel tempo abbiamo costruito una presenza importante in diversi mercati europei, dal Regno Unito alla Svizzera, dalla Francia ai Paesi del Nord Europa, oltre che in Canada e in altri mercati internazionali. Oggi il nostro approccio non è quello di “collezionare” il maggior numero possibile di Paesi, ma di costruire una presenza sempre più qualificata e duratura, trovando nei diversi mercati interlocutori che sappiano comprendere e raccontare l’anima ed il posizionamento dei nostri vini”.

Quanto incide oggi l’export sul giro d’affari complessivo e quali aree geografiche ritiene offrano le opportunità di crescita più interessanti per i prossimi anni?

“L’export rappresenta una componente molto importante della nostra attività e contribuisce in maniera significativa alla diffusione internazionale del nome Benanti. Più che inseguire una percentuale sempre maggiore di export, però, per noi è importante mantenere un equilibrio tra mercato italiano e mercati internazionali. L’Italia rimane per noi un mercato molto importante e il rapporto con il consumatore italiano, con la ristorazione e con il mondo della sommellerie nazionale è parte essenziale del nostro lavoro. Per quanto riguarda la crescita futura, continuiamo – a dispetto dei dazi – a vedere opportunità molto concrete negli Stati Uniti e nei mercati europei dove esiste una forte cultura del vino e una crescente attenzione verso vini di territorio. Allo stesso tempo, alcuni mercati asiatici possono offrire prospettive interessanti, soprattutto per aziende che, come la nostra, lavorano su qualità, identità e posizionamento”.

Il tema dei vini dealcolati e a bassa gradazione alcolica sta attirando sempre più attenzione.  Lo considerate un’opportunità per il settore e state valutando eventuali progetti in questa direzione?

“È un fenomeno che osserviamo con attenzione, perché riflette un cambiamento reale nelle abitudini di consumo. Ci sono consumatori che cercano un rapporto diverso con il vino, maggiore moderazione e prodotti più adatti a determinate occasioni di consumo. Credo quindi che per il settore sia importante non ignorare questa evoluzione. Allo stesso tempo, per Benanti il vino rimane innanzitutto espressione di un territorio, di una varietà e di un’annata. La nostra ricerca è sempre stata orientata a valorizzare queste caratteristiche, più che a inseguire tendenze. Non escludiamo a priori nessuna evoluzione, ma un eventuale progetto dovrebbe essere coerente con la nostra identità e, soprattutto, mantenere un livello qualitativo che riteniamo indispensabile. È una questione che richiede anche una riflessione più ampia: non dobbiamo necessariamente considerare il vino dealcolato come un sostituto del vino tradizionale. Potrebbe essere semplicemente una categoria diversa, destinata a occasioni e consumatori diversi”.

Qual è la vostra lettura dell’attuale scenario del vino, tra rallentamento dei consumi, tensioni geopolitiche, cambiamenti climatici e nuove abitudini dei consumatori?

“Credo che il momento attuale ci imponga innanzitutto di essere molto lucidi. Il mondo del vino sta attraversando una fase di trasformazione profonda e sarebbe un errore attribuire tutto ad un’unica causa. Ci sono cambiamenti nelle abitudini di consumo, soprattutto tra le generazioni più giovani; c’è una maggiore attenzione alla moderazione e alla salute; ci sono tensioni geopolitiche che hanno conseguenze sul commercio internazionale; e, naturalmente, c’è il cambiamento climatico, che per chi lavora quotidianamente in vigna è una realtà concreta e non un concetto astratto. Per noi la risposta non può essere quella di rendere il vino più semplice o più omologato per cercare di adattarsi a ogni tendenza. Al contrario, penso che in un momento di grande offerta e di grande cambiamento la capacità di avere un’identità precisa diventi ancora più importante. Il consumatore deve poter capire perché un vino è diverso da un altro e quale storia, territorio e cultura sono rappresentati da quella bottiglia. L’Etna, da questo punto di vista, ha una grande responsabilità e una grande opportunità: dobbiamo continuare a costruire valore intorno al territorio”.

Guardando al futuro, quali innovazioni considerate più promettenti per migliorare sostenibilità, qualità produttiva e competitività delle aziende vitivinicole?

“La tecnologia può darci strumenti straordinari, ma credo che debba essere sempre al servizio della vigna e non il contrario. Per noi saranno sempre più importanti le tecnologie capaci di permetterci di conoscere meglio ciò che accade nei vigneti e di intervenire in maniera più precisa: monitoraggio climatico, gestione intelligente delle risorse idriche, sistemi di supporto alle decisioni, raccolta e interpretazione dei dati e strumenti di agricoltura di precisione. Sul piano della sostenibilità, il tema dell’acqua diventerà probabilmente sempre più centrale, così come quello dell’energia, della gestione del suolo e della riduzione degli input. Ma c’è un altro aspetto che considero fondamentale: la conservazione della biodiversità e della complessità dei nostri vigneti. Su un territorio come l’Etna, dove la viticoltura è fortemente legata alla storia e alla conformazione del territorio, sostenibilità significa anche preservare un patrimonio agricolo e paesaggistico. La tecnologia ci aiuterà a essere più efficienti; la conoscenza ci aiuterà a fare le scelte giuste. E credo che la vera competitività del vino italiano nei prossimi decenni passerà proprio dalla capacità di unire innovazione e identità”.


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