#Finsubito news dalla rete – Fanghi di depurazione, dopo 34 anni si riscrivono le regole per l’utilizzo in agricoltura


Il Mase prepara il superamento del decreto del 1992 con una riforma dell’intera filiera, dal recupero agronomico alla valorizzazione del fosforo. Ma i nuovi limiti sui contaminanti potrebbero restringere le possibilità di impiego agricolo. Previsti anche nuovi obblighi di tracciabilità e pianificazione regionale


Dopo trentaquattro anni, e nel pieno del rally dei prezzi dei fertilizzanti di sintesi, l’Italia si prepara a riscrivere le regole per l’utilizzo dei fanghi di depurazione in agricoltura. Una riforma organica della disciplina che governa la gestione e il recupero dei residui del trattamento delle acque reflue, con l’obiettivo di superare le incertezze normative che da decenni condizionano il settore e valorizzare il potenziale dei fanghi come risorsa. Anche puntando sul recupero avanzato del fosforo. È quanto prevede lo schema di decreto legislativo datato 28 settembre 2026, elaborato dal Ministero dell’Ambiente e inviato a consultazione in Ue per la verifica di compatibilità con le regole del mercato unico.

Un intervento destinato, una volta completato l’iter di approvazione, a mandare definitivamente in pensione il decreto legislativo 99 del 1992. Un tentativo di dare risposta da un lato alle sollecitazioni dell’Ue e dall’altro ad anni di appelli degli operatori dei servizi idrici e ambientali, ma anche alle richieste del mondo agricolo, gravato dai rincari dei fertilizzanti industriali esasperati dalle tensioni del quadro politico ed economico internazionale. L’iniziativa, tuttavia, sembra già destinata ad aprire alcuni interrogativi sulla sostenibilità delle nuove condizioni previste per il recupero agronomico.

Il punto di partenza è la riconosciuta inadeguatezza di un quadro regolatorio che, pur interessato nel tempo da modifiche e interventi correttivi, è rimasto sostanzialmente ancorato a una disciplina concepita oltre tre decenni fa. Come riconosce lo stesso Mase nell’analisi di impatto della regolamentazione che accompagna il provvedimento, il quadro vigente “risulta oggi parzialmente superato, in quanto costruito su un impianto regolatorio risalente, non più pienamente coerente con le conoscenze scientifiche disponibili né con l’attuale assetto degli obiettivi ambientali europei e nazionali”. Il risultato, osserva il Ministero, è un sistema che “genera incertezze applicative, eterogeneità territoriali, difficoltà di controllo e una ridotta capacità del sistema di valorizzare i fanghi come risorsa”. Criticità che negli anni hanno alimentato contenziosi, differenze nelle condizioni operative tra territori e difficoltà di programmazione degli investimenti. Secondo il Rapporto Rifiuti Speciali 2026 di ISPRA, riferito all’anno 2024, il 44,1% dei fanghi da trattamento delle acque reflue è stato destinato a smaltimento.

È su questo terreno che interviene il nuovo schema. La riforma, chiarisce il Mase, intende “promuovere il recupero della sostanza organica e dei nutrienti contenuti nei fanghi, favorire il recupero del fosforo, nonché il recupero di materia ed energia, ridurre il conferimento in discarica”. Il decreto introduce per questo un sistema di caratterizzazione preventiva, nuovi requisiti di qualità e stabilità biologica, controlli analitici sui fanghi e sui terreni, prescrizioni operative per lo spandimento e specifiche condizioni autorizzative. Il principio è favorire l’impiego agronomico dei fanghi trattati quando le loro caratteristiche lo consentano, valorizzandone il contenuto di sostanza organica e nutrienti, senza compromettere la tutela del suolo, delle acque e della salute. Per quelli non idonei vengono invece previste altre possibilità di recupero di materia ed energia, fino alla valorizzazione dei nutrienti e delle ceneri risultanti dai trattamenti termici.

La principale incognita riguarda però i nuovi limiti per l’utilizzazione agronomica, visto che i nuovi valori massimi di concentrazione dei contaminanti sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli della disciplina nazionale vigente, distinguendo tra fanghi destinati ad aree di produzione agricola e allevamento e fanghi destinati ad altre produzioni. Particolarmente significativa la revisione prevista per gli idrocarburi C10-C40, per i quali la soglia nazionale di 1.000 milligrammi per chilogrammo tal quale, introdotta nel 2018 per superare una fase di grave incertezza applicativa, verrebbe ridotta a 50 milligrammi per i fanghi destinati alle aree agricole e di allevamento, mentre resterebbe fissata a 1.000 per quelli destinati ad altre produzioni, con le specifiche condizioni analitiche previste dall’allegato. Una scelta che risponde all’obiettivo dichiarato di rafforzare le garanzie ambientali, ma che potrebbe avere conseguenze rilevanti sulla possibilità di destinare all’agricoltura fanghi attualmente conformi ai requisiti nazionali.

Tra le novità più significative della proposta c’è la nuova disciplina specifica per il recupero del fosforo, nutriente strategico per l’agricoltura e materia prima critica per l’Unione europea. Il decreto definisce le condizioni per la cessazione della qualifica di rifiuto dei composti a base di fosforo ottenuti dal trattamento delle acque reflue, dei fanghi e delle ceneri del loro incenerimento, subordinandola al rispetto di requisiti di qualità, destinazioni d’uso e condizioni di sicurezza ambientale e sanitaria. Per i produttori di fanghi provenienti da depuratori urbani con carico pari o superiore a 150 mila abitanti equivalenti e per gli impianti che trattano carichi di fosforo superiori a dieci tonnellate all’anno viene previsto, entro tre anni dall’entrata in vigore del decreto, l’obbligo di valutare la fattibilità tecnica e la sostenibilità economica dei sistemi di recupero.

Il riordino investe anche pianificazione territoriale, autorizzazioni e tracciabilità dei flussi. Le Regioni dovranno predisporre specifici piani di gestione dei fanghi, individuando le possibilità di recupero e adottando misure per privilegiare, ove tecnicamente ed economicamente fattibile, l’impiego nel territorio di produzione entro sei anni. Entro diciotto mesi dovranno inoltre dotarsi di registri informatici interoperabili a livello nazionale, destinati a raccogliere informazioni su quantità, caratteristiche, trattamenti e destinazioni dei fanghi, nonché sui terreni interessati dalle operazioni di spandimento. Per l’utilizzo agronomico sono previste autorizzazioni e comunicazioni preventive, mentre i produttori saranno chiamati a nuovi obblighi di caratterizzazione. Una digitalizzazione che si affiancherà agli strumenti di tracciabilità dei rifiuti già previsti dal Testo unico ambientale.

L’attuazione della riforma sarà comunque progressiva. Lo schema concede, in linea generale, ventiquattro mesi per l’adeguamento delle autorizzazioni esistenti, prevedendo inoltre specifiche disposizioni transitorie. Il nuovo impianto normativo dovrà fare i conti anche con le competenze regionali e con la possibilità di ulteriori prescrizioni legate alle caratteristiche ambientali dei territori. Il Mase ritiene che il riordino possa ridurre le asimmetrie e favorire investimenti e innovazione, pur riconoscendo che l’intervento “potrebbe comportare costi di adeguamento”, considerati giustificati dalla necessità di innalzare il livello di tutela e migliorare la valorizzazione delle risorse recuperate. Dopo trentaquattro anni il cantiere normativo è finalmente aperto.


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