Merendine, bibite e snack possono occupare sempre più spazio nella dieta, a scapito degli alimenti che sostengono la crescita. Una revisione dell’ETH di Zurigo esamina i possibili effetti sullo sviluppo cerebrale, dall’attesa di un figlio all’adolescenza.
La colazione consumata in fretta, una merendina nello zaino, una bibita al pomeriggio, qualcosa di pronto per cena. Presi separatamente sembrano episodi comuni. Ripetuti ogni giorno possono cambiare la qualità dell’alimentazione proprio negli anni in cui il cervello costruisce e riorganizza le sue connessioni. Il problema comincia quando questi prodotti diventano la base dei pasti e riducono lo spazio per alimenti ricchi di fibre e nutrienti essenziali.
È il tema affrontato da Gaia Mottis, Pratheba Kandasamey e Daria Peleg-Raibstein, ricercatrici dell’ETH di Zurigo, in una revisione pubblicata su Frontiers in Public Health. Il lavoro raccoglie studi sull’esposizione ai cibi ultraprocessati nelle diverse fasi della vita, con particolare attenzione alla gravidanza, all’infanzia e all’adolescenza. Accosta osservazioni nelle persone a esperimenti negli animali: una distinzione essenziale per capire quanto dei meccanismi descritti sia già dimostrato nell’uomo.
Come riconoscere gli ultraprocessati
Gli ultraprocessati sono formulazioni industriali nelle quali possono comparire ingredienti frazionati, ricombinati e sostanze utilizzate per ottenere sapore, colore, consistenza e conservabilità. Fra gli esempi frequenti ci sono bevande zuccherate, numerosi snack confezionati, merendine e alcuni piatti pronti. La confezione, da sola, non basta a identificarli. Legumi in scatola, verdure surgelate e yogurt bianco semplice hanno caratteristiche diverse da una bevanda zuccherata o da uno snack composto da molti ingredienti industriali. Anche fra gli ultraprocessati esistono differenze nutrizionali: occorre leggere insieme ingredienti, zuccheri, sale, grassi e fibre, senza trasformare un unico elemento dell’etichetta in un verdetto.
In gravidanza la dieta riguarda anche il bambino
Durante la gestazione il cervello del feto attraversa passaggi decisivi. La qualità dell’alimentazione materna contribuisce a garantire l’apporto di nutrienti necessario a questi processi. Una dieta monotona, dominata da prodotti molto energetici ma poveri di nutrienti, può rendere più difficile raggiungere questo equilibrio. La revisione richiama associazioni fra elevato consumo di ultraprocessati, complicanze metaboliche della gravidanza e alcuni esiti sfavorevoli alla nascita. Esamina inoltre possibili legami fra alimentazione materna, infiammazione e sviluppo del sistema nervoso. Parte delle spiegazioni biologiche deriva però da modelli animali, spesso basati su diete ricche di grassi e zuccheri, che non riproducono tutte le caratteristiche degli ultraprocessati consumati dalle persone.
Questi dati non consentono di prevedere lo sviluppo neurologico di un bambino dal consumo occasionale di un prodotto. Servono a mettere a fuoco la dieta abituale e le condizioni che la influenzano, comprese disponibilità economica, tempo e accesso a cibi di qualità.
Infanzia e adolescenza: il cervello continua a cambiare
La nascita non conclude lo sviluppo cerebrale. Durante l’infanzia maturano memoria, linguaggio e capacità di apprendimento. Nell’adolescenza prosegue la riorganizzazione delle reti coinvolte nel controllo degli impulsi, nelle emozioni e nelle decisioni.
Gli autori discutono studi che collegano una dieta di qualità inferiore a esiti cognitivi e comportamentali meno favorevoli. Interpretarli richiede attenzione: sonno, movimento, ambiente familiare, condizioni sociali e salute metabolica possono influenzare sia le scelte alimentari sia le prestazioni cognitive. Inoltre, un’associazione non dimostra che il cibo sia la causa del disturbo osservato.
Attribuire difficoltà scolastiche, ADHD o altri disturbi del neurosviluppo alle merendine sarebbe quindi una semplificazione priva di fondamento. La domanda utile è quanto una dieta dominata da questi prodotti impoverisca l’alimentazione complessiva durante la crescita.
Intestino, infiammazione e ricompensa: le piste studiate
La revisione descrive diversi meccanismi che potrebbero contribuire al rapporto fra dieta e cervello. Fra questi figurano alterazioni metaboliche e infiammatorie, cambiamenti del microbiota intestinale e modifiche nei sistemi che regolano la ricompensa alimentare. L’intestino comunica con il sistema nervoso attraverso vie immunitarie, metaboliche e nervose. Una dieta povera di fibre può modificare l’ambiente nel quale vivono i microrganismi intestinali e le sostanze che producono. Quanto questi cambiamenti spieghino gli effetti cognitivi nelle persone resta da chiarire.
Un altro filone riguarda alimenti molto gratificanti, capaci di favorire un consumo ripetuto. Gli esperimenti aiutano a studiare il fenomeno, ma non autorizzano a equiparare il consumo di snack a una dipendenza da sostanze. fpubh-13-1590083-1.pdf
Cosa cambiare nella giornata
Un intervento concreto consiste nel guardare l’intera settimana: quante volte bibite e snack sostituiscono acqua, frutta, pasti completi o alimenti semplici? Da qui si possono introdurre sostituzioni sostenibili: acqua come bevanda abituale, frutta fresca per alcune merende, yogurt bianco, pasti con legumi, verdure e cereali, variando le fonti proteiche.
Le scelte devono essere adatte all’età, alle allergie e alle esigenze individuali. In gravidanza eventuali integrazioni vanno concordate con il professionista che segue la gestazione. Per i bambini serve anche un ambiente che renda queste abitudini praticabili: ciò che viene offerto a casa e a scuola pesa più di una predica davanti al distributore automatico.
Bibliografia essenziale:
Mottis G, Kandasamey P, Peleg-Raibstein D. The consequences of ultra-processed foods on brain development during prenatal, adolescent and adult stages. Front Public Health. 2025;13:1590083. DOI: 10.3389/fpubh.2025.1590083.
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