#Finsubito news dalla rete – “Fare sistema nel tessuto produttivo e guardare a nuovi mercati: queste le priorità per l’enogastronomia Made in Italy”. Il focus sul tema ad Autumnus: ecco il programma


TRENTO. Dalle prospettive di sviluppo per l’enogastronomia Made in Italy alle priorità per il settore, dalle sfide sul fronte geopolitico alle richieste al mondo politico – tanto italiano quanto europeo. Di questo e di molto altro si parlerà sabato 10 ottobre a “Le nuove geografie dell’export“, l’incontro organizzato nella cornice di Autumnus per approfondire le prospettive del mondo enogastronomico e vitivinicolo italiano a livello internazionale.

Molti gli ospiti in programma nel corso dell’evento, che si svolgerà a Palazzo Geremia tra le 10 e le 13 e 30, tra i quali anche Claudia Eccher, membro laico del Consiglio superiore della magistratura, che a il Dolomiti ha presentato la giornata, toccando alcuni dei temi che verranno approfonditi nel corso della discussione. Ecco le sue parole. 

 

Il mondo sembra avere sempre più voglia di Made in Italy, in particolare per quanto riguarda il mondo dell’enogastronomia: stando ai recenti dati di Crea, la crescita dell’export nel 2025 è stata pari addirittura al 5.6%, nonostante la difficile situazione a livello internazionale. Quali sono ad oggi le priorità per il settore per continuare a crescere?

 

Per continuare a crescere e capitalizzare questo momento straordinario, l’enogastronomia Made in Italy deve affrontare una criticità strutturale: la frammentazione del nostro tessuto produttivo. Abbiamo migliaia di eccellenze straordinarie che, tuttavia, considerate singolarmente, difettano della forza contrattuale e della dimensione minima necessarie per penetrare i canali della grande distribuzione estera o per sostenere i rilevanti oneri di promozione e logistica internazionale. Sotto il profilo strategico e giuridico, “fare sistema” attraverso strumenti di cooperazione rafforzata — penso ai consorzi di tutela, ai contratti di rete o alle aggregazioni d’impresa — rappresenta la vera sfida per non rimanere marginalizzati. In secondo luogo, si impone una strategia di riposizionamento sui mercati. Non possiamo più permetterci il lusso di fare affidamento quasi esclusivo sui bacini storici come l’Europa occidentale o il Nord America, oggi fortemente esposti a rischi geopolitici e alla minaccia di ritorsioni tariffarie. Diventa essenziale diversificare l’asse dell’export verso giurisdizioni ad alto potenziale come l’Asia, l’India e il Medio Oriente.

 

L’altro lato della medaglia è rappresentato dalle sfide che, tra guerre commerciali e le conseguenze dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, oggi si trovano a vivere la stragrande maggioranza dei settori. Problematiche che si riflettono anche nei numeri per i primi mesi del 2026, che vedono una leggera flessione (- 0,4%) nelle esportazioni: quali sono i mercati nei quali l’export agroalimentare italiano sta vivendo le maggiori difficoltà? Come affrontarle?

 

I dati del primo trimestre del 2026 testimoniano come la volatilità del quadro geopolitico e il generale rallentamento economico stiano impattando su alcune delle nostre direttrici commerciali chiave. Sulle prestazioni complessive pesa indubbiamente la frenata del mercato statunitense, dove la spinta inflazionistica, una gestione cautelativa delle scorte da parte dei distributori e l’incertezza legata alle politiche doganali hanno determinato una fisiologica contrazione dopo stagioni di crescita record. Spostando lo sguardo verso l’area mediorientale e l’Asia, sebbene la domanda permanga vivace, il vero nodo risiede nella logistica e nella sicurezza delle rotte. Per neutralizzare queste criticità occorre agire su due fronti. Da un lato, intensificare la diversificazione geografica verso i mercati più dinamici dell’Europa centro-orientale e verso piazze emergenti quali l’India e il Sud-est asiatico. Dall’altro, sul piano strettamente operativo, le imprese devono fare massa critica e strutturare piattaforme logistiche condivise per abbattere l’impatto dei trasporti senza scaricare tali extra-costi sui prezzi al consumo. Resta infine imprescindibile un’azione decisa di diplomazia commerciale, sia per scongiurare nuove barriere tariffarie oltreoceano, sia per rimuovere le barriere non tariffarie — come le complessità burocratiche e fitosanitarie — che ancora ostacolano l’accesso dei nostri prodotti nei Paesi extra-UE.

 

Il forum si svolge a Trento, all’interno della rassegna Autumnus, perché questa scelta? Il territorio trentino può rappresentare un esempio virtuoso in questo ambito?

 

La scelta di ospitare un dibattito di questo spessore a Trento, nell’ambito di Autumnus, non è casuale ma risponde a una precisa ratio sistemica. Il Trentino costituisce un modello giuridico ed economico virtuoso, capace di coniugare l’identità territoriale, la disciplina cooperativa e la sostenibilità delle produzioni. È un esempio emblematico in primo luogo per la sua secolare tradizione cooperativa: una formula aggregativa che consente ai micro-produttori di montagna di fare massa critica, garantendo loro standard qualitativi d’eccellenza e l’accesso a mercati internazionali altrimenti inaccessibili su base individuale. In secondo luogo, il territorio si distingue per un rigoroso sistema di tutela e valorizzazione dei segni distintivi e delle indicazioni geografiche — dal Trentodoc alle DOP casearie e frutticole —, protette da disciplinari severi e ampiamente riconosciuti. A ciò si aggiunge una forte sinergia con i centri di ricerca scientifica e tecnologica del territorio, che guidano la transizione verso modelli agricoli sostenibili e capaci di rispondere ai cambiamenti climatici. Portare la discussione all’interno di Autumnus significa quindi uscire dalla dimensione astratta dei numeri e calarsi in un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, dimostrando nei fatti come il connubio tra tutela della tradizione, rigore manageriale e sostenibilità possa generare un valore competitivo autentico per il Made in Italy.

 

L’iniziativa riunisce istituzioni, imprese e territori. Cosa chiedono oggi le imprese alla politica, italiana ed europea, per essere più forti all’estero?

 

Dalle istituzioni — tanto dal Governo nazionale quanto dagli organi europei — il tessuto imprenditoriale chiede certezza del diritto, tutela dei mercati e strumenti operativi concreti. A livello nazionale, la priorità assoluta riguarda il rafforzamento della diplomazia commerciale. In diverse economie emergenti la richiesta di prodotti italiani è altissima, ma le aziende si scontrano con barriere all’entrata rappresentate da estenuanti iter autorizzativi e protocolli fitosanitari complessi. Serve poi garantire continuità e risorse agli incentivi per l’internazionalizzazione, sostenendo la creazione di reti d’impresa e l’inserimento in azienda di figure con competenze manageriali nell’export e nel digitale. Non da ultimo, occorre intervenire sul deficit infrastrutturale interno, potenziando le reti logistiche per evitare che le merci perdano competitività ancora prima di attraversare la frontiera.




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