La corsa dei prezzi continua e alza anche la stima della rivalutazione delle pensioni del prossimo anno. Stando alle ipotesi che circolano in vista della manovra finanziaria, infatti, la percentuale di adeguamento al costo della vita potrebbe salire, determinando un più succoso aumento degli assegni pensionistici a partire dal 1° gennaio 2027.
Pensioni 2027: quanto vale la rivalutazione?
Per proteggere il potere d’acquisto delle pensioni, la cosiddetta “perequazione” prevede la rivalutazione annuale degli importi in base all’inflazione. Il calcolo prende a riferimento l’indice generale FOI (famiglie-operai-impiegati), che registra la variazione dei prezzi al consumo (esclusi i tabacchi) per i nuclei che fanno capo a un lavoratore dipendente. Per il 2027, la percentuale ufficiale sarà definita dal Mef entro fine novembre. Quali le stime?
Ebbene, la forbice di rivalutazione oscilla fra il 2,6% e il 2,9%, con un valore centrale al 2,7%. Ma l’accelerazione dei rincari rilevata dagli ultimi dati Istat di settembre farebbe profilare più probabile il 2,9%. Ma quanto pesa sull’importo mensile?
Perché non tutti la prendono per intero
Lo strumento non opera in modo uguale ovvero come un rimborso integrale e indistinto dell’inflazione per ogni trattamento. Nel tempo, infatti, i governi hanno cercato di contenere la spesa introducendo limitazioni per gli assegni più alti.
Nel 2001 fu introdotto il sistema a fasce (75%-90%-100%), poi bloccato nel 2012-2013 dal governo Monti (che sospese temporaneamente la perequazione per le pensioni superiori a tre volte il minimo). Ma un primo intervento della Corte costituzionale nel 2015 dichiarò illegittima questa strada. Per gli anni successivi, quindi, si fece ricorso a meccanismi differenti.
Nel 2022 è tornata la rivalutazione per scaglioni d’importo (cioè progressiva) ma per il biennio 2023-2024 è stato introdotto un sistema più penalizzante per le pensioni alte.
Dal 2025, però, sono state ripristinate le regole di rivalutazione ordinaria a scaglioni. Oggi, la disciplina prevede la rivalutazione integrale (100% dell’indice di inflazione) per un assegno fino a quattro volte il trattamento minimo, il 90% nella fascia tra quattro e cinque volte il minimo e il 75% per chi si colloca oltre.
Quanto si guadagna in più dal 1° gennaio 2027?
Nel 2026, il trattamento minimo mensile è stato rivalutato a 611,85 euro. La soglia fino a quattro volte il minimo porta a 2.447,40 euro mensili, quella fra quattro e cinque volte vale da 2.447,40 a 3.059,25 euro, la più alta 3.059,25 euro o più. Ma quanto si guadagna concretamente?
Il calcolo per scaglioni e soglie porta una rivalutazione in misura piena agli assegni fino a 2.447,40 euro mensili, del 90% nella fascia fino a 3.059,25 euro, del 75% per le pensioni più alte. Ma occhio: la percentuale si applica alla parte eccedente. Dunque, gli assegni più alti hanno una rivalutazione parziale (ovvero recuperano meno del potere d’acquisto perso).
In pratica, chi ora riceve la pensione minima ovvero 611,85 euro passerebbe a 629,59 euro: un aumento di circa 18 euro. L’assegno sociale, invece, salirebbe da 546,24 a circa 562,08 euro. Ma, nella forchetta degli scenari possibili, il trattamento minimo potrebbe arrivare anche a 630,82 euro e l’assegno sociale a 563,17 euro.
Un assegno da 800 euro, invece, diventerebbe di 823,20 euro ( aumento lordo di 23,2 euro), uno da mille euro aumenterebbe a 1.029 euro (+29 euro) e uno da 2 mila euro a 2.058 euro (+58 euro).
Pensioni più alte: chi non prende l’aumento pieno
Per chi percepisce una pensione oltre quattro volte più alta del minimo (ovvero di 2.447,40 euro), la rivalutazione è parziale e il ritocco si assottiglia: un trattamento di 2.500 euro diventa di 2.572,35 euro (+72,35 euro), uno di 3 mila euro sale a 3.085,39 euro (+85,39 euro), uno di 3.500 euro arriva a 3.596,53 euro (+96,53 euro) mentre uno da 4 mila a 4.107,41 (+107,41).
Va ricordato che la perequazione è un diritto previsto dall’ordinamento ma, intervenendo di nuovo in materia nel 2025 e nel 2026, la Corte costituzionale ha chiarito che non esiste un obbligo costituzionale di rivalutare ogni pensione ogni anno nella stessa misura. È riconosciuta, perciò, una qualche flessibilità ma il legislatore deve operare un ragionevole bilanciamento tra adeguatezza delle pensioni ed esigenze di finanza pubblica.
Irpef: quanto rosicchia dell’aumento?
Sulla rivalutazione degli assegni pensionistici, va calcolata l’Irpef ovviamente in base al proprio scaglione di reddito. Ecco, quindi, che il margine netto si ridimensiona.
Secondo i calcoli, l’aumento effettivo è di 20,46 euro al mese in più sull’assegno di mille euro mentre restano in tasca 61,22 euro mensili in più su una pensione di 4 mila euro. Tradotto: il combinato fra minore rivalutazione e tassazione più alta, di fatto, comporta un minore recupero del potere d’acquisto perso per gli assegni più sostanziosi.
Sul trattamento minimo, la tassazione non incide: aumento lordo e netto coincidono perché i 629,59 euro per tredici mensilità fanno circa 8.185 euro l’anno (sotto la soglia di 8.500 euro entro cui la detrazione per redditi di pensione azzera l’Irpef).
Il costo a carico dello Stato
L’extra per l’eventuale adeguamento delle pensioni al 2,9% potrebbe richiedere oltre dieci miliardi di euro, al lordo del ritorno fiscale generato dagli aumenti stessi. La simulazione, in vista della copertura da trovare per l’anno prossimo, limerebbe la spesa a circa dieci miliardi di euro – con un risparmio che supera il mezzo miliardo – grazie all’applicazione per scaglioni e al maggiore incasso di imposte.
A chi si applica
La pererquazione viene applicata a tutti i trattamenti pensionistici erogati dalla previdenza ed è riconosciuta automaticamente sia alle pensioni dirette sia a quelle ai superstiti (pensione di reversibilità e pensione indiretta). È applicata anche alle prestazioni assistenziali, ovvero alle pensioni sociali e agli assegni sociali, nonché alle prestazioni e agli assegni a favore di mutilati, invalidi civili, ciechi e sordomuti.
Viene attribuita sulla base del cosiddetto “cumulo perequativo”: si considera come un unico trattamento tutte le pensioni di cui il soggetto è titolare (sia erogate da Inps e sia da enti diversi presenti nel casellario centrale delle pensioni gestito dall’ente previdenziale nazionale).
I dati Inps quantificano le pensioni in essere, al 1° gennaio 2026, in 21 milioni e 258 mila (ma, come noto, un cittadino può essere titolare di più di un trattamento). Di queste, 16,84 milioni sono previdenziali e 4,42 milioni assistenziali.
Stando ad alcune stime preliminari, a ricevere la rivalutazione piena sarebbero circa 12,3 milioni pensionati (il cui assegno non supera quattro volte il trattamento minimo). I beneficiari della fascia fra quattro e cinque volte il minimo sarebbero circa 1,6 milioni. Più ristretta la platea dei pensionati benestanti oltre cinque volte il minimo. Come verificare la rivalutazione a gennaio 2027
Sul cedolino di gennaio 2027, si troverà la nuova rivaluatazione provvisoria per l’anno nuovo e l’eventuale ricalcolo di quanto applicato nel 2026. Salvo sorprese nel decreto di novembre, il conguaglio sul 2026 dovrebbe risultare nullo: con i dati definitivi diffusi il 16 gennaio 2026, l’Istat ha certificato una crescita dell’indice FOI senza tabacchi per il 2025 pari all’1,4%, confermando la stima provvisoria fatta in precedenz
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