#Finsubito news dalla rete – Stato e imprese oggi fanno sistema


Dietro il boom dell’export italiano c’è l’intraprendenza (e la resilienza!) dei nostri imprenditori, ma anche – forse per la prima volta in maniera netta e visibile – un approccio nuovo delle istituzioni al settore: un approccio “di sistema”. Ne è convinto, e lo pratica, Guglielmo Picchi, presidente di Sace, la finanziaria statale (è controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) che sostiene le imprese esportatrici attraverso garanzie, assicurazioni dei crediti, cauzioni e altri strumenti finanziari. «La politica ha cambiato marcia – spiega Picchi, a sua volta politico di lungo corso, parlamentare in 4 legislatura per 16 anni, quasi tutti spesi in Commissione Esteri – ed ha imparato a coordinare l’impegno finanziario con quello strategico-direttivo e con la presenza fisica nei gangli decisionali dei grandi quadranti dell’interscambio». E in questo contesto la Sace sta sviluppando un piano industriale che poggia su tre gambe e sta correndo a tutta velocità: la gamba dell’attuatore di politica estera, la gamba dei servizi economico-finanziari e quella della consulenza industriale. Ci vuole tanto know-how per stare al passo del mondo che cambia un mondo dove, spiega Picchi, «strategico non sempre significa mercato; commerciale e strategico sono due cose che possono andare insieme, ma possono anche non farlo. Le imprese devono conoscere la propria filiera e avere un backup nella catena di approvvigionamento nel caso in cui un mercato si chiuda».

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Presidente: ci faccia degli esempi di queste nostre eccellenze esportatrici di nuova generazione…

Le cito volentieri le turbine Ansaldo – sono quattro operatori nel mondo, e senza turbine si ferma anche il digitale; i magneti per motori elettrici in Europa sanno farli in quattro, di cui almeno una italiana; le fondazioni speciali di Trevi, ora parte del gruppo Webuild, che sa fare prodotti rarissimi da trovarsi nel mondo. — per fare certe fondazioni sanno farlo in pochissimi.

Che cosa è cambiato davvero nel rapporto fra istituzioni e imprese?

È cambiato che i pezzi dello Stato hanno cominciato a parlarsi. Non è una cosa banale: mettere nella stessa stanza un dirigente Sace che sta all’estero, un ambasciatore, una camera di commercio, era di una difficoltà… Oggi ci stanno tutti nella stessa stanza, tutti lavorano nella stessa unità, la sede è la stessa.

Quanta politica c’è, in senso istituzionale, dentro tutto questo?

Ce n’è parecchia. Sace esiste in quanto il Parlamento in ogni finanziaria mette un plafond di garanzie a disposizione delle imprese: sono le garanzie sovrane della Repubblica Italiana. Vanno più lontano gli imprenditori che sfruttano tutta la piattaforma che la politica ha messo a disposizione. E poi la politica dà la direzione: il caso più lampante è il Piano Mattei: da trent’anni almeno non esisteva uno strumento di politica estera di questo tipo. Avevamo la direzione euro-atlantica e quella multilaterale: erano i cardini e da lì non ci si muoveva, tutto il resto erano deviazioni sul tema. Oggi il multilateralismo è stato totalmente annacquato e indebolito: noi continuiamo a investirci, ma fessi non siamo.

Con Francia e Giappone avevamo uno spread. L’abbiamo colmato?

Lo stiamo chiudendo, stiamo infatti recuperando terreno rispetto a una politica che non sapeva dare il sostegno adeguato nelle partite decisive. Prendiamo spazio e difesa: senza la politica non li fai. La Francia, se in un determinato Paese c’è qualcosa di importante da chiudere, ti manda ministri, sottosegretari, parlamentari. Noi tendiamo ci stiamo arrivando. E quando funziona cambia la geografia delle scelte: ti conviene andare in un punto più lontano ma senza choke point, e trovi la raffineria lo stesso senza passare da Hormuz. Se è costruita da Eni con un fornitore italiano e finanziata da Sace, hai fatto una cosa fatta molto bene.

Il vostro plafond per il 2026 è di 74 miliardi: riuscirete a impiegarli?

Noi da soli 74 miliardi non li faremo mai, perché abbiamo bisogno delle imprese che lo fanno. E mi fa arrabbiare quando chi rappresenta gli industriali dice che non ci sono risorse sufficienti messe a disposizione dal governo. Le risorse ci sono: c’è semmai un problema di non conoscenza di quello che c’è in campo, e una politica che non lo sa comunicare.

Molte imprese però lamentano di essere lasciate sole.

È ingeneroso. Ci sono aziende arrivate da sole in mercati dove nessuno le ha accompagnate: senza Ice, senza una garanzia Sace, senza una partecipazione Simest. E poi ce ne sono tante altre che pensano non ci siano aiuti o che questi non siano facili da ottenere. Io lo dico a tutti: le risorse ci sono, se per pigrizia o per abitudine non ci avete ancora avvicinato, fatelo! Quella che dobbiamo evitare è la rottura del patto fra Stato e imprese che non fa bene né alle imprese né allo Stato.

Mi viene in mente il disoccupato organizzato napoletano che chiede a San Gennaro la grazia di vincere al lotto: gli sembra che il santo assenta, ma i numeri estratti sono altri. Torna a protestare, e il santo risponde: ma tu, il biglietto, l’hai mai comprato? Ma quante sono le imprese davvero raggiungibili?

Siamo il quarto esportatore mondiale, con una diversità di prodotti e di mercati praticamente unica. Ma il 45% delle imprese esportatrici esporta su un solo mercato: non è detto sia necessario farle grandi, a me basta che arrivino su un mercato immenso e abbiamo già vinto la lotteria. E c’è l’export indiretto: quelle che esportano il prodotto finale sono ventiduemila, ma dietro c’è tutta la filiera: quello è il nostro vero obiettivo.

Che professionalità richiede, tutto questo?

Molto superiore a quella di prima. Per profondità e complessità. Se devi vendere un elicottero devi spiegare il motivo geopolitico per cui quello di Leonardo è migliore di un altro: avere la garanzia della Repubblica Italiana è uno statement politico, in un Paese africano fai anche un manifesto di allineamento di valori. Prima si aspettava l’agente che veniva a dire che volevano due fregate e cinque carri armati. Oggi, se non vai dal primo ministro filippino, vietnamita o angolano a dirgli “compra questa roba perché io ci metto i soldi”, non li vendi. Non vinciamo la commessa: forse la creiamo. Fincantieri è il più grande costruttore e venditore di navi da crociera perché c’è Sace.

E i dazi?

Vanno letti con la stessa lente. Negli Stati Uniti abbiamo margini talmente alti e una propensione al consumo così elevata che sull’enogastronomia le preoccupazioni erano sovrastimate: pagare il prosciutto 32 dollari o 36, per quel consumatore lì, non è un problema. Il nodo vero sta a monte: per la pasta bisogna garantirsi farine e uova, e lo stesso vale per l’industria pesante. L’acciaio ci serve e non ci possiamo permettere di tenere diecimila persone in cassa integrazione fra Ilva e Piombino. Fermare industrialmente il Paese è un problema: se si ferma l’Ilva, le turbine di Ansaldo non se ne vende più una e ci mettiamo nelle mani di tedeschi, americani e giapponesi, se non dei cinesi. C’è una responsabilità di tutti, e non siamo più in un mondo in cui si può sperare.

Ultima domanda: perché oggi un presidente di Sace viaggia tanto?

Non è che viaggiamo perché ci diverte viaggiare. Ma prima la Sace di una volta incontrava controparti solo ed esclusivamente commerciali, ora si fanno incontri strategico-politici di livello istituzionale elevato, perché i nostri interlocutori nel mondo vogliono capire che cosa mette lo Stato italiano su tutte le partire rilevanti, vogliono sapere chi c’è dietro il singolo imprenditori con i suoi prodotti e servizi, per eccellenti che siano. La visibilità della nostra istituzione è superiore al passato non perché siamo più bravi noi: perché sono cambiati i tempi, è cambiata la strategicità dell’export.


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