Lo scrittore sardo, e bolognese d’adozione, dopo l’importante riconoscimento letterario: «Credo di essere abbastanza adulto da capire che un premio non ti cambia la vita. Ma ti coccola, è bello, sono contento»
Marcello Fois, nato a Nuoro nel 1960, è tornato nella sua Bologna, la città dove è arrivato per studiare Lettere e che non ha più lasciato. Dopo aver ricevuto al Lido di Venezia il Premio Campiello, tra i maggiori riconoscimenti letterari italiani, per il suo ultimo romanzo, “L’immensa distrazione” (Einaudi). Da quel momento, confessa, «mi è venuta come reazione una sorta di fame chimica, per cui mangio continuamente».
Fois, a che punto della sua carriera arriva questo premio?
«Direi a un buon punto. Forse aveva ragione Pirandello: non bisogna dare mai i premi agli esordienti perché poi non sanno che farsene. Credo di essere abbastanza adulto da capire che un premio non ti cambia la vita. Ma ti coccola, è bello, sono contento».
Qual era il suo rapporto con i premi letterari?
«Devo dire che anche prima di vincere il Campiello ne ho sempre pensato benissimo, poi un po’ di soldini te ne danno».
Ermanno Cavazzoni, anche lui nella cinquina dei finalisti, ha detto che il campiello è diverso dallo Strega, che ha definito “un nido di vipere”.
«E’ il linguaggio di Ermanno, che io adoro. Una delle cose più belle di questa esperienza è stata la possibilità di stare con Ermanno, di chiacchierarci, è stato davvero bellissimo. Prima ci conoscevamo molto superficialmente, nonostante vivessimo a due passi l’uno dall’altro».
Pensa che la sua esplorazione negli anni del romanzo come saga familiare sia risultata decisiva per il Campiello?
«Credo di essere riuscito finalmente a entrare in una zona spazio-temporale adatta, non so come dire. Sono arrivato in un punto in cui il lettore si è rotto le scatole delle storie private, delle storie ombelicali, degli autori che raccontano sé stessi. L’autofiction è la peggiore delle manifestazioni e forse qualcuno ha apprezzato uno scrittore “talmente nuovo da sembrare tradizionale”, che inventa mondi, costruisce storie e parla delle stesse cose di cui si parla dalla tragedia greca in poi. I romanzi sono storie di famiglia».
Dopo la saga dei Chironi, “L’immensa distrazione” racconta la storia di una famiglia emiliana.
«Ho aspettato 40 anni di residenza a Bologna. Ci sono entrato più che in punta di piedi ma a un certo punto mi sono detto: ‘sono anche emiliano nel tempo’. Questa cittadinanza credo di essermela conquistata piano piano, senza invadere. Proprio come mi piacerebbe che un emiliano diventasse sardo. Noi saremmo una nazione bellissima se riuscissimo a inventare queste forme di connessione senza per forza essere una cosa o l’altra. A me piace questa specie di doppia cittadinanza perché sono, come direbbe mio nonno, fieramente sardo ma anche perché l’Emilia mi ha dato tanto. Io sto bene qua, questo è il mio posto».
Lei ha sempre riconosciuto a Bologna una sua specificità, legata soprattutto al senso di partecipazione civica. E’ ancora così?
«E’ un’illusione pretendere che un sentimento resti costante nel tempo. Io credo che tempo fa ci fossero esigenze profondamente diverse, che la città fosse governabile sotto altri aspetti, che oggi risulterebbero ingovernabili. Quando sono diversi i cittadini cambia anche il senso che ha una città. Detto questo, credo che Bologna abbia avuto una tenuta molto più resistente rispetto ad altre città. Nonostante tutte le mutazioni io mi rifiuto di dire meglio o peggio. Mi sembra sciocco dire che era meglio quando avevo vent’anni di meno. Certo che era meglio, avevo i capelli più lunghi, ero più attivo sotto molti aspetti, ma a me questa città piace anche nelle mutazioni. Mi piace anche adesso».
Lei ha dedicato il premio alla sua amica Michela Murgia, che ha accostato a Pasolini.
«Siamo diventati un Paese senza complessità. Io non sto dicendo che Michela era la sostituta di Pasolini ma che rappresentava un intellettuale antagonista che non aveva paura dell’impopolarità, che non faceva il cane da salotto. Non era l’intellettuale di regime a cui noi siamo paurosamente abituati. L’intellettuale è un signore che i potenti li fa dormire male comunque, non è quello invitato a confermare o meno delle cose. Intendo l’intellettuale argomentativo, che magari ti anticipa una cosa che in quel momento non hai capito. Basti pensare a quello che ha scritto Michela sul generale Figliuolo chiamato a gestire la pandemia, rispetto al Vannacci di oggi. Quando parlava della tv Pasolini diceva: “vi renderà poveri e contemporaneamente consumatori».
E’ vero che la sua maggiore preoccupazione oggi è quella dell’istruzione?
«Credo che agli albori di questa nazione persone laiche avevano capito che l’istruzione e la cittadinanza sono strettamente collegate, che qualunque modello tu scelga è più stabile se supportato da cittadini informati, che hanno un punto di vista critico. Oggi perché il sistema è così labile? Perché questa democrazia è messa in gioco da analfabeti che non riescono ad argomentare. Ma la democrazia è complicatissima, va lavorata tutti i giorni e non sempre è logica».
Che cosa si potrebbe fare a suo avviso?
«Il berlusconismo è ora, vivo e vegeto. Berlusconi è morto, ma le generazioni digitali sono nate in un universo in cui la facilità era un benefit. Un mondo diverso da quello precedente, in cui il pensiero e la lettura avevano una certa caratura. Questa complessità non riusciamo più a coglierla. Anche la tolleranza si impara, anche il più progressista del mondo può essere animalescamente intollerante. Questo si apprende con l’istruzione, con l’elaborazione. Bisogna ritornare a scuola, leggere, altro che quote. Se si facesse un esame ai bambini italiani, dello stesso tipo che si vorrebbe utilizzare per bimbi stranieri, ci sarebbero delle sorprese: si scoprirebbe che i bambini italiani bisognerebbe remigrarli tutti».
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