Gaetano Borgosano: il Made in Italy alla prova degli Stati Uniti. Una interessante intervista che ben illustra ” il polso” dell’export per una efficente rete commerciale internazionale.
Gaetano Borgosano: «L’export cresce, ma le imprese che esportano sono sempre meno»
Da Messina a Bruxelles, fino alla vicepresidenza nazionale di FEDERITALY: Gaetano Borgosano legge i numeri del Made in Italy negli Stati Uniti e indica dove si nasconde il potenziale inespresso. Al centro, le piccole e medie imprese, tra dazi, certificazioni e nuove regole europee.
Per Gaetano Borgosano il Made in Italy non è soltanto un marchio da proteggere, ma una leva di crescita per le imprese italiane, a partire dalle più piccole. Messinese, oggi è vicepresidente nazionale di FEDERITALY, la federazione che tutela e promuove i prodotti italiani nel mondo. Alle spalle, un lungo percorso tra le istituzioni europee a Bruxelles, i fondi europei, l’energia e le relazioni istituzionali.
Gaetano, da Messina a Bruxelles: quali tappe hanno segnato il suo percorso?
Sono partito da una città di mare, abituata a guardare oltre lo Stretto. Prima del lavoro ci sono stati lo sport, il baseball e il nuoto agonistico, e la radio: lo sport mi ha insegnato la disciplina e il lavoro di squadra, il microfono a spiegare le cose complesse in poche parole.
Professionalmente ho iniziato nel settore dell’energia, poi mi sono spostato a Bruxelles per occuparmi di fondi europei e affari pubblici. Gli anni al Parlamento europeo mi hanno dato la prospettiva che uso ancora oggi: capire come una decisione presa a Bruxelles, a Washington o a Pechino arrivi, prima o poi, sul bilancio di un’impresa italiana.
Che cosa dovrebbero sapere le imprese su come nascono le regole europee che le riguardano?
Le regole non arrivano all’improvviso. Passano per consultazioni pubbliche, proposte della Commissione, emendamenti nelle commissioni e negoziati tra le istituzioni. Spesso un’impresa scopre una norma quando è già in vigore, non per disattenzione ma perché il percorso è lungo e poco visibile.
Chi partecipa nelle fasi iniziali può far valere le proprie ragioni; chi arriva dopo può solo adeguarsi. Per una PMI non significa avere un ufficio a Bruxelles, ma fare rete attraverso le associazioni di rappresentanza. È uno dei compiti che FEDERITALY si assume.
Nel suo report si è concentrato sugli Stati Uniti. Che cosa raccontano i numeri?
Nel 2025 l’Italia ha esportato beni per 643,1 miliardi di euro, il 3,3% in più rispetto al 2024. Gli Stati Uniti si confermano il secondo mercato dopo la Germania: 69,6 miliardi, pari al 10,8% del totale, contro il 10,4% del 2022. Le vendite verso gli USA sono cresciute del 7,2%.
Ma questo dato va letto da vicino. La crescita è trainata quasi interamente dalla farmaceutica, passata da 10 a 15,5 miliardi di euro. Nello stesso periodo, le imprese italiane che esportano negli Stati Uniti sono scese da 43.756 nel 2023 a 40.110 nel 2025. Il valore sale, la base si restringe.
È un fenomeno solo americano?
No, riguarda tutto l’export italiano. Nel 2024 le grandi imprese, quelle con almeno 250 addetti, erano appena l’1,9% degli esportatori ma generavano il 51,1% del valore. Le piccole, sotto i 50 addetti, erano l’88,3%, oltre 105 mila aziende, ma pesavano solo il 19,3%.
E la tendenza si sta accentuando. Secondo l’Annuario Istat-ICE pubblicato a luglio 2026, i primi mille operatori hanno realizzato nel 2025 il 55,3% dell’export, contro il 53,6% dell’anno precedente. Gli esportatori sono passati da 135.621 a 126.491, e circa tre quarti del calo riguardano i micro-esportatori.
Vuol dire che le PMI italiane sono meno competitive?
Al contrario, ed è il punto che mi sta più a cuore. Una piccola impresa manifatturiera può avere un prodotto eccellente, ma raramente dispone di una rete commerciale internazionale, di analisi di mercato, di distributori o di risorse per rispondere ai requisiti di certificazione richiesti da buyer e importatori esteri.
Dazi, oscillazioni del cambio e una domanda crescente di tracciabilità pesano di più proprio sulle realtà più piccole. Non è un problema di qualità, ma di strumenti. E per questo è un problema che si può risolvere.
Come si colma questo divario?
Il primo strumento è la credibilità. La certificazione Made in Italy di FEDERITALY è registrata su blockchain: per una PMI che si presenta a un importatore americano, un’origine verificabile e tracciabile crea fiducia e compensa, almeno in parte, la notorietà di cui godono i grandi marchi. La tecnologia non sostituisce la qualità: la rende dimostrabile.
Il secondo è l’accompagnamento sui mercati esteri. Con i suoi desk dedicati all’export, alla sostenibilità e alla finanza, FEDERITALY parte dal livello reale di preparazione di ogni impresa e la aiuta a individuare i mercati, trovare partner e distributori e incontrare i buyer, con il supporto di una rete internazionale di business point.
Cosa cambia per chi compra italiano negli Stati Uniti?
Significa poter contare su una base più ampia di fornitori italiani verificati, oltre ai nomi già noti, in un momento in cui diversificare le catene di approvvigionamento e garantire la tracciabilità contano più che mai. Il Made in Italy che resta fuori dalle statistiche dei grandi gruppi è spesso quello che un importatore americano non ha ancora scoperto.
In Europa si discute di una preferenza “Made in Europe” nel prossimo bilancio pluriennale 2028–2034. È un’opportunità o un rischio per il Made in Italy?
Entrambe le cose. L’esigenza di difendere il mercato europeo dalle pressioni esterne è reale. Ma sotto un’etichetta continentale rischiamo di appiattire ciò che rende unici i prodotti dei singoli Paesi: il valore dell’agroalimentare e della manifattura italiana nasce da tradizioni locali, non da una categoria amministrativa.
C’è poi una domanda concreta: chi certificherà queste filiere e come? Sistemi di tracciabilità calati dall’alto rischiano di essere onerosi per le PMI e, paradossalmente, più favorevoli ai grandi gruppi che ai territori. La competitività europea si costruisce rafforzando i distretti produttivi e le eccellenze artigiane, non uniformandole.
Il Mezzogiorno e la Sicilia: quale potenziale vedi?
Enorme, e ancora in parte inespresso. Penso all’agroalimentare e a un patrimonio come la dieta mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO, che è insieme cultura, salute ed economia. Ma il potenziale diventa valore solo se fa sistema: filiere, distretti, certificazioni, accesso ai mercati.
È il tema su cui stiamo lavorando con FEDERITALY in vista dei prossimi appuntamenti dedicati ai distretti della dieta mediterranea.
Che consiglio daresti a un giovane che vuole lavorare nelle istituzioni europee o in ambito internazionale?
Non aspettare il momento perfetto. Le lingue si studiano prima di averne bisogno, e i tirocini nelle istituzioni, come il Blue Book della Commissione o lo Schuman del Parlamento europeo, si preparano con mesi di anticipo. E di coltivare la curiosità: le opportunità migliori nascono spesso dall’incrocio tra competenze diverse.
Lo sport me lo ha insegnato presto: il risultato arriva dall’allenamento quotidiano, non dal giorno della gara. Vale per una carriera come per un’impresa che vuole crescere all’estero: il Made in Italy non può restare competitivo solo grazie ai grandi. La sua forza futura è nelle piccole imprese che oggi aspettano solo gli strumenti giusti.
Grazie.
Fonti dei dati citati: Istat, ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, Annuario Istat-ICE 2026; elaborazioni nel report “Made in Italy Exports 2022–2025: Focus on the United States” (ed. 2026).
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