#Finsubito news dalla rete – Satispay diventerà una banca? Il ceo Dalmasso: «Non ci poniamo limiti. Acquisizioni in arrivo»


di
Alessia Cruciani

La società lancia la nuova carta di debito senza abbonamento, disponibile anche per chi non sottoscrive un piano a pagamento. E racconta i prossimi passi: dall’ampliamento dei servizi finanziari alla possibile licenza bancaria

Mai porsi limiti. Non per inseguire ogni nuova opportunità, ma perché i risultati dimostrano che i confini possono spostarsi. Alberto Dalmasso, cofondatore e amministratore delegato di Satispay, ha imparato che un’azienda nata per semplificare i pagamenti può fare molto di più. Prima il risparmio, poi il welfare aziendale, gli investimenti e adesso le carte di debito. Il prossimo passo potrebbe essere una vera banca. «Non dobbiamo più dire che questo o quello non lo faremo mai», spiega. Anche perché il mercato della finanza digitale, secondo lui, è soltanto all’inizio di una trasformazione destinata a ridisegnare il settore.
Intanto Satispay, unicorno italiano con 6,5 milioni di utenti, aggiunge un tassello alla propria offerta. Dopo il lancio delle carte Mastercard collegate ai piani a pagamento, da oggi anche la carta Red può essere richiesta senza abbonamento né canone mensile. Consente di pagare ovunque, anche all’estero, e prelevare contanti gratuitamente entro determinati limiti. Le richieste di carte hanno già sfiorato quota 100 mila, mentre gli Iban attivati hanno superato i 650 mila. Numeri che incoraggiano Dalmasso a guardare oltre i pagamenti.

Satispay sta diventando sempre più simile a una banca. È questa la direzione?
«Ci siamo accorti che possiamo fare molte cose in parallelo e farle bene. Lo abbiamo visto con il welfare aziendale, entrando in un settore dominato da operatori tradizionali e ottenendo risultati importanti. Il mondo bancario è ancora nelle mani di grandi gruppi, ma si sta digitalizzando e c’è molto spazio da conquistare. Oggi Satispay è già un conto per la vita quotidiana: permette di pagare un caffè, ricevere bonifici, investire in azioni o fondi, utilizzare i buoni pasto. Non offre ancora un mutuo, ma non vogliamo escludere nuovi servizi, compreso il credito».




















































Quindi potreste chiedere una licenza bancaria?
«Non lo escludiamo affatto. Già oggi, come istituto di moneta elettronica e società di investimento, possiamo offrire molti servizi. Anche con Paga in 3 consentiamo di rateizzare gli acquisti nei negozi fisici, non soltanto online. Se per ampliare ulteriormente l’offerta diventasse necessaria una licenza bancaria, la valuteremmo. Potrebbe essere un’evoluzione naturale».

Il paragone con Revolut è inevitabile. È il vostro modello?
«È un’azienda da osservare, anche perché la sua crescita dimostra quanto spazio ci sia. In Italia circa il 90% dei clienti è ancora legato alle banche tradizionali. Noi, però, abbiamo caratteristiche difficili da replicare: un circuito di pagamento molto diffuso, una rete di esercenti e rapporti con le aziende costruiti attraverso il welfare. È un patrimonio di fiducia che ci distingue. Guardando ai prossimi dieci o quindici anni, penso che ci saranno Revolut, Monzo e altri protagonisti digitali, mentre le banche tradizionali, come le conosciamo oggi, non ci saranno più. Le opportunità sono enormi».

Ma aggiungere continuamente servizi non rischia di complicare un’app nata proprio per semplificare?
«All’inizio anche Spotify esitava a introdurre i podcast, temendo di confondere gli utenti. Poi si è capito che, quando una persona conosce bene un’applicazione, preferisce trovare lì più servizi anziché imparare a utilizzarne altre. Per noi è lo stesso. Naturalmente servono ottimi designer e sviluppatori. Abbiamo un team tecnologico interno che ci permette di modificare l’app anche nell’arco di una giornata, osservando come le persone la utilizzano e correggendo rapidamente quello che non funziona».

Siete uno dei pochi unicorni italiani, ma la vostra presenza resta concentrata soprattutto nel Paese. Quando arriverà la vera espansione internazionale?
«Per almeno un altro anno vogliamo mantenere un forte focus sull’Italia. Abbiamo sperimentato anche in Francia e Lussemburgo, ma il nostro modello richiede di costruire relazioni sia con i clienti sia con gli esercenti. Inoltre, il welfare ha caratteristiche molto locali. Preferiamo diventare grandi in pochi mercati piuttosto che avere il 2% della popolazione in tanti Paesi. Se un giorno sceglieremo quattro o cinque mercati, sarà per esserne protagonisti, con quote a doppia cifra. Anche i nostri investitori americani vedono i risultati che stiamo ottenendo qui».

Per crescere state pensando anche ad acquisizioni?
«Sì. Abbiamo assunto un responsabile dedicato e stiamo costruendo un team per le operazioni di acquisizione. Le prime potrebbero riguardare il welfare aziendale, probabilmente in Italia. Non cerchiamo tanto tecnologie che non possediamo, quanto competenze specifiche e persone capaci di sviluppare nuovi servizi. Un modo per prepararci, in futuro, a operazioni internazionali».

Nel 2025 avete registrato circa 74 milioni di ricavi, ma anche una perdita di 43 milioni. Dopo un nuovo aumento di capitale fino a 120 milioni, quando arriverete al pareggio?
«Con la crescita attuale dei ricavi, il pareggio potrebbe arrivare nel 2027 o all’inizio del 2028. I ricavi dei pagamenti e del welfare ormai consentono di finanziare anche il lancio di nuovi servizi. Le acquisizioni non dovrebbero cambiare questo percorso: immaginiamo operazioni contenute, eventualmente anche attraverso scambi azionari. Il pareggio non è mai stato il mio obiettivo principale. E non ci fermeremo dove siamo oggi. Il fintech è come l’e-commerce dei primi anni Duemila: dopo la bolla delle dot-com sembrava un settore destinato a ridimensionarsi. Oggi sappiamo com’è andata».

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23 ottobre 2026


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