Dal sistema retributivo, che poteva garantire fino all’80% dello stipendio, alle riforme Amato, Dini e Fornero. Come sono cambiati il calcolo degli assegni e l’età pensionabile, perché l’invecchiamento della popolazione pesa sui conti e quanto si perde con i nuovi coefficienti del 2027
Ogni due anni, in Italia, arriva un decreto che quasi nessuno legge ma che decide quanto varrà il lavoro di una vita. Non annuncia tagli espliciti, non introduce nuove tasse e raramente provoca grandi discussioni politiche. Eppure modifica la percentuale con cui i contributi versati durante decenni di lavoro si trasformano in pensione. L’ultimo, pubblicato dal ministero del Lavoro, entrerà in vigore il 1° gennaio 2027. E ancora una volta, a parità di contributi accumulati e di età, l’assegno sarà più basso. Per capire perché accade, però, bisogna tornare indietro di oltre trent’anni. A quando la pensione italiana era costruita su una promessa diversa: garantire al lavoratore, una volta lasciato il lavoro, un reddito legato agli stipendi degli ultimi anni di carriera.
Da allora quella promessa è cambiata. Prima è stato modificato il modo di calcolare l’assegno. Poi sono aumentati gli anni necessari per ottenerlo. Infine, è diventato automatico adeguare le regole all’allungamento della vita. Il risultato è un sistema nel quale si tende a lavorare più a lungo e, a parità di condizioni, le nuove pensioni possono risultare meno generose. Ma quanto di questa trasformazione dipende dalle riforme e quanto da un Paese che invecchia, fa sempre meno figli e cresce poco?
Quando la pensione valeva l’80% dello stipendio
Per molti lavoratori italiani, fino agli anni Novanta, la pensione è stata soprattutto una questione di stipendio. Il sistema retributivo, consolidato dalla legge del 1969, calcolava infatti l’assegno sulla base delle retribuzioni percepite nella parte finale della carriera. Per un dipendente privato con quarant’anni di contributi, la formula ordinaria poteva garantire una pensione pari a circa l’80% della retribuzione pensionabile. Non era una garanzia universale, ma rappresentava il riferimento di un modello che privilegiava la continuità del reddito tra lavoro e pensione.
A sostenere quel sistema contribuiva un equilibrio demografico ed economico profondamente diverso dall’attuale. Le generazioni nate durante il boom demografico entravano nel mercato del lavoro, mentre la popolazione anziana aveva un peso molto più contenuto. Le pensioni, del resto, non venivano pagate attingendo a un capitale individuale accumulato negli anni. Il sistema italiano funzionava, e funziona tuttora, prevalentemente a ripartizione: i contributi versati dai lavoratori e dalle imprese finanziano gli assegni di chi è già in pensione. È un patto tra generazioni che regge finché il rapporto tra entrate contributive e prestazioni rimane sostenibile.
Quel patto ha cominciato a mostrare le sue fragilità quando la crescita economica è rallentata, la natalità diminuita e l’aspettativa di vita ha continuato ad aumentare. A complicare il quadro c’erano regole molto differenti tra le categorie e trattamenti particolarmente favorevoli, comprese alcune forme di pensionamento anticipato e, in determinati settori pubblici, le cosiddette baby pensioni. Non era la condizione di tutti i pensionati italiani, ma tutte insieme contribuivano a rendere il sistema oneroso e disomogeneo. E così, all’inizio degli anni Novanta era ormai evidente che le promesse previdenziali costruite nei decenni precedenti avrebbero pesato sempre di più sui conti pubblici.
Il 1992 e il 1995: quando cambia il patto
La prima grande svolta arriva nel 1992, in piena crisi finanziaria e valutaria, con il governo di Giuliano Amato. La riforma innalza progressivamente l’età di vecchiaia da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 60 per le donne, portando da 15 a 20 gli anni di contribuzione ordinariamente necessari e ampliando il periodo di riferimento per calcolare la pensione. L’obiettivo è contenere la spesa e ridurre il divario tra contributi versati e prestazioni future. Ma, intanto, il principio retributivo sopravvive.
A modificarlo radicalmente, tre anni dopo, è il governo di Lamberto Dini. Con la legge 335 del 1995 che dà vita al sistema contributivo. La pensione non viene più determinata principalmente dagli stipendi degli ultimi anni, ma dall’insieme dei contributi accreditati durante la vita lavorativa, rivalutati nel tempo e trasformati in rendita al momento del pensionamento.
La transizione, tuttavia, è graduale. Chi al 31 dicembre 1995 ha almeno 18 anni di contributi conserva il calcolo retributivo per le anzianità maturate fino al 2011. Chi ne ha meno entra nel sistema misto, mentre per chi inizia a lavorare dal 1° gennaio 1996 il contributivo diventa la regola integrale. La stessa riforma, dunque, produce effetti molto diversi a seconda dell’anno in cui una persona aveva cominciato a lavorare.
Per comprendere la portata del cambiamento basta considerare due carriere. Nel vecchio sistema un forte aumento dello stipendio negli ultimi anni poteva migliorare sensibilmente la pensione, perché il calcolo guardava soprattutto alla fase finale dell’attività. Con il contributivo conta invece l’intera storia lavorativa. Gli anni senza versamenti, i contratti precari, il part-time e le retribuzioni basse lasciano un segno che può accompagnare il lavoratore fino al pensionamento. Ecco perché due persone con lo stesso stipendio alla fine della carriera possono ritrovarsi con assegni molto diversi.
Dalla Fornero agli automatismi
Ma negli anni successivi le regole continuano a cambiare. Le riforme dei governi che si succedono ritoccano progressivamente i requisiti per lasciare il lavoro, mentre si rafforzava il legame tra pensioni e andamento demografico. La frequenza di revisione dei coefficienti di trasformazione, inizialmente decennale, viene portata dalla legge del 2007 a tre anni e successivamente a due. Il principio è stato introdotto dal Dini, ma l’automatismo biennale vienbe costruito attraverso interventi successivi.
La svolta più conosciuta è quella nel dicembre 2011, durante la crisi del debito sovrano, con la riforma firmata da Elsa Fornero nel governo Monti. L’età pensionabile viene ulteriormente innalzata, vengono modificati i requisiti per le uscite anticipate e il sistema contributivo è esteso, dal 2012, anche alle anzianità successive dei lavoratori che hanno conservato il retributivo. Non significa cancellare i diritti già maturati, ma stabilire che anche per loro la parte futura della pensione dovrà essere calcolata secondo le nuove regole.
È importante distinguere due meccanismi, spesso confusi. Il primo riguarda l’età e i requisiti necessari per andare in pensione, progressivamente collegati alla speranza di vita. Il secondo riguarda l’importo dell’assegno: una volta raggiunto il pensionamento, il capitale contributivo viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione che dipende dall’età e dalle prospettive di sopravvivenza. Sono due strumenti differenti, nati da interventi legislativi successivi, ma che oggi agiscono contemporaneamente.
Quanto si perde con i nuovi coefficienti
L’ultimo aggiornamento mostra concretamente come funziona il meccanismo. Dal 2027 il coefficiente di trasformazione a 67 anni scenderà dal 5,608% al 5,514%. Può sembrare una variazione trascurabile, ma significa che con un montante contributivo ipotetico di 300 mila euro la pensione lorda annua passerà, a parità di età, da 16.824 a 16.542 euro: 282 euro in meno all’anno, quasi 22 euro al mese per tredici mensilità. Rispetto ai coefficienti del 2023-2024, quando lo stesso montante avrebbe prodotto 17.169 euro annui, la differenza raggiunge i 627 euro.
Dal prossimo anno cambieranno anche i requisiti. La pensione di vecchiaia passerà dagli attuali 67 anni a 67 anni e un mese nel 2027, per arrivare a 67 anni e tre mesi nel 2028, con le esenzioni previste per determinate categorie di lavoratori gravosi e usuranti. Il paradosso apparente è che si dovrà lavorare più a lungo mentre, a parità di età e montante, il coefficiente garantirà un importo inferiore. In realtà le due leve rispondono alla stessa esigenza: adattare il sistema a una durata media della pensione che tende ad aumentare.
Ma la discesa non è stata sempre regolare. Nel biennio 2023-2024, per effetto della riduzione della speranza di vita registrata durante la pandemia, i coefficienti erano temporaneamente migliorati. Poi la tendenza si è invertita. È la dimostrazione che non si tratta di una percentuale decisa discrezionalmente, ma del risultato di formule che incorporano le variazioni demografiche.
Il Paese che invecchia e fa meno figli
Dietro questa trasformazione c’è soprattutto un cambiamento della popolazione italiana. Secondo l’Istat, al 1° gennaio 2026 gli ultrasessantacinquenni rappresentano il 25,1% dei residenti, quasi 14,8 milioni di persone. I bambini e ragazzi fino a 14 anni sono appena l’11,6%. Nel 2025 sono nati 355.772 bambini, il 3,8% in meno rispetto all’anno precedente, e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. La speranza di vita, intanto, ha raggiunto gli 81,7 anni per gli uomini e gli 85,7 per le donne.
Sono numeri che descrivono un cambiamento radicale rispetto all’Italia nella quale era stato costruito il vecchio sistema pensionistico. Meno giovani significano, nel lungo periodo, una base più ristretta di potenziali contribuenti; una popolazione più longeva significa assegni da pagare mediamente per più anni. Il problema, naturalmente, non dipende soltanto dalla demografia: contano anche l’occupazione, i salari, la produttività e la capacità dell’economia di crescere. Ma la combinazione tra invecchiamento e bassa crescita rende più difficile mantenere le promesse del passato.
C’è poi un aspetto meno conosciuto. Nel sistema contributivo il capitale accumulato viene rivalutato sulla base dell’andamento medio del Pil nominale nei cinque anni precedenti. Quando l’economia cresce poco, anche questa rivalutazione tende a essere più contenuta. Il lavoratore può dunque subire un doppio effetto: accumulare meno contributi se la carriera è discontinua o scarsamente retribuita e beneficiare di una rivalutazione più modesta del montante se la crescita economica è debole. Non basta, insomma, lavorare a lungo: conta anche quanto si guadagna e in quale economia si lavora.
Il divario tra generazioni
È qui che emerge la differenza più profonda tra chi è andato in pensione con le vecchie regole e chi lo farà con quelle nuove. Il sistema retributivo poteva assicurare, nelle condizioni più favorevoli e con carriere complete, un assegno vicino all’80% della retribuzione pensionabile. Con il contributivo non esiste una percentuale analoga garantita: il rapporto tra ultimo stipendio e prima pensione, chiamato tasso di sostituzione, dipende dai contributi versati, dalla crescita delle retribuzioni, dalla rivalutazione del montante e dall’età di uscita. Insomma, è cambiata la distribuzione dei rischi.
Il prossimo aggiornamento dei coefficienti arriverà tra due anni. Non è scritto che produrrà necessariamente un nuovo calo: dipenderà dall’evoluzione dei dati demografici e dalle regole di calcolo. Ma la direzione di lungo periodo resta segnata da un cambiamento che attraversa l’intera società italiana. Le riforme hanno cercato di rendere sostenibile un sistema costruito quando si viveva meno, si facevano più figli e l’economia cresceva più rapidamente. Ora il futuro appare molto diverso.
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