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MONACO\ aise\ – L’Europa è un polo di eccellenza nella ricerca a livello mondiale e la sua capacità di trasformare tale eccellenza in tecnologie e imprese assume un’importanza sempre maggiore per la competitività. Gli uffici per il trasferimento tecnologico (UTT) aiutano i ricercatori a identificare e tutelare le invenzioni e a metterli in contatto con aziende, investitori e imprenditori. Un nuovo studio dell’Ufficio Europeo dei brevetti (EPO), condotto insieme a ASTP – Associazione europea dei professionisti del trasferimento tecnologico e l’istituto di ricerca Fraunhofer ISI, fornisce il primo punto di riferimento a livello europeo combinando i dati relativi ai brevetti con quelli di un’indagine condotta con più di 800 uffici di trasferimento tecnologico (UTT) in Europa.
“Il trasferimento tecnologico è una questione di competitività. Le università e gli enti di ricerca pubblici europei sono all’avanguardia nella ricerca scientifica, ma le scoperte devono passare dal laboratorio al mercato se vogliono generare occupazione, crescita e autonomia strategica”, ha dichiarato António Campinos, presidente dell’EPO. “Ciò significa potenziare il trasferimento tecnologico, migliorare l’accesso ai finanziamenti e costruire un mercato unico più integrato per l’innovazione. Lo studio presentato oggi individua sei priorità per aiutare l’Europa a trasformare l’eccellenza nella ricerca in successo commerciale”.
Gli UTT in Europa variano notevolmente per dimensioni, grado di maturità e attività
Dei 809 uffici di trasferimento tecnologico (UTT) analizzati, il 90,5% sono di piccole e medie dimensioni, mentre solo il 9,5% di grandi dimensioni. Proprio questi UTT di grandi dimensioni hanno sei volte più personale, sostengono istituzioni con una spesa per la ricerca 23 volte superiore e un organico dedicato alla ricerca quasi sette volte più numeroso, oltre che ricevere quasi 16 volte più segnalazioni di invenzioni rispetto agli uffici di piccole o medie dimensioni.
Una volta che un’invenzione è presa in carico da un UTT di piccole e medie dimensioni possono contribuire a portarla avanti fino al brevetto, una licenza o una start-up con percentuali di successo paragonabili a quelli degli UTT più grandi. La differenza sta nella capacità: gli uffici di maggiori dimensioni sono in grado di gestire un volume di attività notevolmente superiore per ogni dipendente, poiché possono avvalersi di competenze specialistiche, procedure consolidate e reti commerciali più solide.
Lo studio evidenzia anche che gli UTT locali possono rafforzare le proprie capacità attingendo a competenze, risorse finanziarie e reti di mercato più ampie. Una maggiore collaborazione tra gli istituti di ricerca e le aziende dei vari paesi europei potrebbe inoltre aiutare le invenzioni promettenti a trovare i partner giusti per arrivare sul mercato.
L’Europa ha recuperato per quanto riguarda la titolarità delle università, ma permane un divario
I brevetti depositati direttamente dalle università europee rappresentano circa il 9% dei brevetti europei, vicino ai livelli degli Stati Uniti. Le università in Europa detengono inoltre una quota molto maggiore delle proprie invenzioni rispetto a vent’anni fa. Tuttavia, il 40,7% dei brevetti europei di proprietà diretta delle università europee scade entro dieci anni, rispetto al 26,3% di quelli di proprietà delle università statunitensi. Con l’intensificarsi della concorrenza, in particolare alla luce della rinnovata attenzione della Cina alla commercializzazione delle tecnologie universitarie nel suo 15esimo Piano quinquennale, l’Europa necessita di un sostegno più incisivo al trasferimento tecnologico per aiutare la ricerca a raggiungere il mercato.
La ricerca pubblica riveste un’importanza sempre maggiore nel campo delle tecnologie strategiche
Le domande di brevetto europee che coinvolgono le università, gli enti di ricerca pubblici o gli ospedali di ricerca, sono più che raddoppiate negli ultimi due decenni, da 3.200 domande nel 2006 a quasi 8.000 nel 2025. La Germania, la Francia e il Regno Unito sono i paesi leader, ma la loro quota complessiva è scesa da quasi il 64% a circa il 55%. Più che un calo nei paesi leader, ciò indica un ampliamento della base di ricerca europea, con una crescita particolarmente forte nei Paesi Bassi e in Spagna e un aumento dell’attività in molti altri paesi, tra cui l’Italia.
Nel 2025 gli istituti di ricerca sono stati richiedenti di circa il 34% delle domande di brevetto riguardanti applicazioni biotecnologiche di origine europea, del 29% delle domande nel settore delle tecnologie quantistiche e del 26% nel settore farmaceutico. La loro capacità di portare le invenzioni sul mercato riveste quindi un’importanza strategica. I principali istituti di ricerca pubblici in Europa sono il CNRS (Francia), il Fraunhofer-Gesellschaft (Germania), il CEA (Francia), l’Inserm (Francia) e l’Imec (Belgio).
Italia: i principali istituti di ricerca che fanno da ponte tra innovazione e brevetti
Insieme allo studio, l’Ufficio Europeo dei brevetti (EPO) sta lanciando una piattaforma di dati, dal nome Data Desk Dashboard, dedicata alla ricerca pubblica europea, che consentirà agli utenti di analizzare l’attività brevettuale per paese, istituzione e tecnologia. I dati di questa nuova piattaforma mostrano che il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) è in testa alla classifica degli istituiti italiani di ricerca per numero di domande di brevetto all’EPO (con 34 domande), seguite dal Politecnico di Milano (29 domande) e dall’Istituto italiano di tecnologia (21 domande). Il Politecnico di Torino (20) e l’Università degli studi di Milano (17) completano la classifica dei primi 5 istituiti pubblici e di ricerca italiani più attivi in materia di brevetti.
Anche i principali istituti di ricerca pubblici italiani, in base al numero di domande di brevetto, mostrano una forte specializzazione in settori tecnologici strategici. Per esempio, il CNR, il più grande ente di ricerca pubblico italiano, ha registrato il picco massimo di attività brevettuale nel settore dei semiconduttori, seguito da quello delle tecnologie ambientali e dell’ottica. Il Politecnico di Milano si è distinto nei settori della tecnologia medica, dei sistemi di controllo e delle biotecnologie. Mentre l’IIT ha dimostrato particolare forza nei settori della tecnologia medica, dei prodotti farmaceutici e della chimica dei materiali di base. Allo stesso tempo, il Politecnico di Torino ha concentrato i propri studi innovativi nei settori delle macchine elettriche, degli apparecchi e dell’energia, delle tecnologie di misurazione e della chimica dei materiali di base. Infine, l’Università degli studi di Milano ha dimostrato un solido profilo in termini di brevetti nei settori della biotecnologia, della chimica dei materiali di base e della chimica macromolecolare e dei polimeri. Nel loro insieme, questi dati evidenziano la diversità dell’ecosistema della ricerca pubblica italiana.
Spin-off di ricerca e brevetti: le nuove norme aprono le porte all’innovazione italiana
La piattaforma dell’EPO Deep Tech Finder (DTF) è stata ampliata con ulteriori dati sulla ricerca pubblica europea, così da facilitare connessioni tra istituti di ricerca, industria e investitori. I dati del DTF mostrano che l’Italia si posiziona al 6 posto in Europa per numero di spin-off accademici che hanno presentato domande di brevetto all’EPO, con un totale di 289 aziende. La maggioranza (89.6%) si trovano nella fase iniziale di crescita, il che significa che hanno completato con successo le attività di convalida tecnologica e di verifica della fattibilità e ora si stanno concentrando sulla trasformazione dei prototipi di laboratorio in prodotti pronti per il mercato.
Solo 19 spin-off italiani hanno raggiunto la fase di espansione, caratterizzata dall’ampliamento del team, dall’ingresso in mercati commerciali più ampi e dalla raccolta di finanziamenti tramite capitale di rischio finalizzati ad accelerare lo sviluppo aziendale. Nessuno spin-off italiano ha già raggiunto la fase di crescita avanzata, dove le aziende ottengono round di finanziamento su larga scala, superano valutazioni di 500 milioni di dollari e consolidano una presenza internazionale significativa. Infine, intorno al 3,8% degli spin-off italiani sono stati acquisiti da aziende più grandi. Queste operazioni rappresentano importanti canali per la valorizzazione economica dei risultati della ricerca. (aise)




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