L’impatto del dolore, durante tutta la vita, condiziona pesantemente la qualità della vita stessa seppure in maniera diversa nelle sua diverse fasi. Nell’infanzia e nell’adolescenza può ostacolare il sonno, la frequenza scolastica, le relazioni e il benessere emotivo. Nell’età adulta può limitare le attività quotidiane e lavorative, oltre a pesare sulla vita familiare e sociale. Nella terza età può compromettere mobilità e autonomia e favorire isolamento e disagio psicologico.
Le stime principali di prevalenza del dolore nella popolazione mondiale concordano su un dato del 20%, seppure riconoscendo questa come stima conservativa. La letteratura scientifica concorda sul fatto che il peso del dolore cronico sia enorme tanto che alcuni studi hanno riportato intervalli di prevalenza ben superiori: 38,4% – 49,6% nei paesi sviluppati, e 24,1% – 60,4% nei paesi in via di sviluppo.
Il recente studio pubblicato su Nature Medicine, una delle più prestigiose riviste al mondo, rappresenta una svolta nella comprensione del dolore. I numeri raccolti ed analizzati sono davvero impressionanti: oltre 6,1 milioni di persone in 118 paesi su un arco temporale di 35 anni (1990-2025). Attraverso di essi la ricerca smonta il mito che il dolore sia una conseguenza lineare e inevitabile dell’invecchiamento. Il dolore non è solamente un semplice segnale tissutale cioè di danno in diversi possibili distretti del corpo, ma un’esperienza complessa che si costruisce nel tempo, influenzata da biologia, psicologia e contesto sociale. Lo studio classifica il dolore soprattutto per frequenza, intensità e sede anatomica, non per il meccanismo che lo causa:
- Qualsiasi dolore corporeo: presenza di dolore, senza distinguere intensità o sede.
- Dolore ad alta intensità: dolore che supera una soglia d’intensità definita dai ricercatori.
- Dolore generalizzato o diffuso: dolore riferito in più aree del corpo.
- Dolore per sede: per esempio testa e volto, collo e spalle, zona lombare, anca, ginocchio o articolazioni
I dati chiave dello studio di Nature Medicine
Questa enorme raccolta di dati porta a una riflessione importante: cosa dobbiamo davvero pesare quando ci approcciamo al concetto di dolore e cosa dobbiamo davvero pesare nel racconto e nella descrizione dell’intensità fatta da una persona con dolore?
Per rispondere a questa domanda lo studio ha evidenziato come le traiettorie del dolore con la sua percezione, cambino drasticamente in base all’età, al genere e alle condizioni socioeconomiche pur in presenza di uno stesso danno tissutale documentato clinicamente. Analizzando queste traiettorie nell’arco della vita delle persone si è visto infatti che non esiste una curva di crescita unica e che il dolore segue percorsi anatomici e temporali distinti:
- La prevalenza di “qualsiasi dolore” per età: 30% a 5 anni di età, 70% dopo i 100 anni.
- il picco di intensità per età:
- Il dolore ad alta intensità raggiunge il suo massimo intorno ai 50 anni;
- il dolore generalizzato/diffuso ha un picco più tardivo, intorno ai 70 anni;
- L’intensità media raggiunge il culmine nella mezza età.
- mal di testa e dolore facciale raggiungono il massimo precocemente;
- il dolore muscoloscheletrico aumenta generalmente con l’età ma all’interno di questa grande categoria vi sono molte differenze: il dolore al collo e alle spalle raggiunge il picco alla mezza età per poi ridursi; il dolore lombare, dell’anca e del ginocchio, tende ad aumentare progressivamente.
- Differenze di genere (espresse come rapporto di prevalenza Donne/Uomini): le donne riportano dolore in tutte le sue definizioni con frequenza significativamente maggiore rispetto agli uomini (“qualsiasi dolore” +16%; “dolore ad alta intensità” +52%; “dolore generalizzato” +50%.
Il peso del contesto socioeconomico e l’osservazione negli ultraottantenni
Uno dei dati più sorprendenti riguarda la divergenza dopo i 40 anni tra paesi con basso e alto indice di sviluppo umano (Human Development Index o HDI). Questo indice è un indicatore statistico sviluppato dall’ONU per misurare il benessere di un Paese, andando a fare una valutazione che va oltre il semplice Prodotto Interno Lordo (PIL). Misura 3 dimensioni chiave: salute (speranza di vita), istruzione (anni di scolarità) e standard di vita (reddito nazionale lordo pro capite).
Negli ultra-ottantenni che vivono nei paesi a basso HDI, la differenza di prevalenza è marcata: “Qualsiasi dolore corporeo” +30,6%, “Dolore articolare” +21%, Dolore lombare: +20,2%.
Oltre il danno: il cambio di paradigma
Questi dati confermano che il dolore non può essere ridotto alla mera percezione del dolore come segnale di uno specifico danno. La ricerca infatti sposta l’attenzione su 3 concetti fondamentali:
- Nociplasticità: Esiste un dolore associato ad alterazioni della percezione che non è spiegata da danni tissutali evidenti. Il sistema nervoso cioè può diventare ipersensibile, rielaborando la percezione, interpretando e amplificando gli stimoli. Il dolore rappresenta quindi il processo attraverso cui il sistema nervoso individua gli stimoli causati da un danno fisico ma l’intensità di percezione del sintomo diventa una esperienza rielaborata soggettivamente. Questo ribalta un concetto importante e diffuso: cioè che il dolore sia immaginario quando non si trova una lesione evidente. Il dolore è reale, ma la sua realtà non si esaurisce necessariamente nella presenza di una lesione.
- Approccio Biopsicosociale: La cronicizzazione del dolore cioè il passaggio da dolore acuto a persistente ha diversi fattori che la influenzano. Depressione, ansia, sonno, attività fisica, ambiente lavorativo e accesso alle cure giocano un ruolo determinante quanto, o più, della lesione iniziale. Anche questo ribalta un concetto importante e diffuso: cioè che il dolore sia da minimizzare quando non si trova una lesione così evidente perché la condizione psicosociale ha un peso rilevante.
- Determinanti Sociali: Il dolore è spesso la “storia” delle condizioni in cui un corpo ha vissuto. Anche questo ribalta un concetto importante e diffuso: cioè che il dolore si porta dietro una storia che condiziona la sua percezione e che ci indica le strade su cui lavorare. L’esempio della lombalgia, principale causa di anni vissuti con disabilità a livello globale, o di altre simili patologie muscoloscheletriche ad ampia prevalenza, dimostra la necessità di superare il vecchio modello dolore = lesione = terapia della lesione, adottando interventi fisici, psicologici ed educativi integrati.
Conclusione
Questi dati importanti dimostrano che il dolore è un’esperienza soggettiva, dinamica e profondamente legata alla storia individuale e sociale del paziente e non semplicemente e solo all’età.
Il messaggio centrale è perciò il passaggio da una domanda puramente anatomica dell’operatore sanitario che è il classico “dove fa male?” e che prevede una risposta semplice sulla localizzazione di un sintomo “proprio qui alla schiena o al ginocchio….”, a una domanda definibile come più ampia, che è necessario porsi nella valutazione del dolore: “OK ma perché questa persona prova dolore in questo momento della sua vita e nel suo specifico contesto?”. Questo può cambiare radicalmente la proposta del sanitario sul percorso di cura e di conseguenza facilitare la ricerca di una cura personalizzata più efficace per quel paziente. Ma la conoscenza di questi meccanismi può cambiare anche l’approccio del paziente nel racconto del suo dolore.
Bibliografia
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