Questa frattura in Francia è dunque il risultato di uno scollamento tra le ambizioni politiche di sostenere ogni momento della vita dei citoyens (dall’istruzione al lavoro, fino alla salute e alla vecchiaia) e le condizioni fiscali del Paese. Il conflitto distributivo esplode perché le condizioni macroeconomiche rendono sempre più difficile accontentare tutti.
Annarosa Zampaglione
Da almeno un mese la Francia sta attraversando un profondo scontro politico e sociale: tra i giovani e il governo, tra chi scende in piazza e le forze dell’ordine, tra la sinistra e la destra.
Sabato 17 ottobre è stata una giornata simbolica. Secondo gli organizzatori sindacali, circa 800.000 persone sono scese in piazza in tutta la Francia: tra loro gilets jaunes, sindacati, agricoltori e, soprattutto, studenti.
A Parigi la giornata si è svolta con tanti diversi tipi di manifestazione: quelle dei liceali e dei sindacati erano autorizzate dalla prefettura e senza violenze.
Le immagini di fiamme, vetrine distrutte, saccheggi e lanci di oggetti provengono invece da manifestazioni non autorizzate, “sauvages”.
Il presidente Emmanuel Macron è intervenuto il giorno dopo domenica 18 ottobre in diretta per condannare queste azioni contro l’ordine pubblico e la proprietà dello Stato; a Limoges alcuni manifestanti hanno incendiato il municipio.
Macron ha inquadrato questa disobbedienza come questione politica, fomentata dalla “ultra-sinistra.”
Però, come spesso accade in questo e in altri Paesi, questi confronti nascono dalla difficoltà del governo di gestire la limitata capacità fiscale.
La Francia è sotto la pressione dei mercati, che vedono nel suo debito un rischio crescente ma anche perché la politica e la società non sembrano accettare le misure proposte di contenimento.
Non a caso, è possibile individuare un nesso tra l’attuale movimento studentesco e la mobilitazione contro la riforma delle pensioni del 2023.
Le due proteste si assomigliano non solo per la partecipazione massiccia, ma soprattutto per la natura fiscale delle questioni in gioco.
Gli studenti del movimento liceale (mouvement lycéen) attribuiscono le loro difficoltà materiali a una carenza di investimenti pubblici, soprattutto nelle scuole più svantaggiate delle periferie.
I giovani chiedono nuove aule e materiale didattico aggiornato, più docenti supplenti, orari scolastici migliori e un accesso più ampio all’istruzione superiore.
Tra le misure annunciate dal ministro dell’Educazione Édouard Geffray, la proposta di bilancio per il 2027 prevede un aumento della spesa per l’istruzione, che passerebbe da 62,8 a 64 miliardi di euro.
Questa misura dovrebbe consentire l’assunzione di 3.257 dipendenti in più rispetto al 2026.
Tenendo conto del calo demografico del Paese che prevede 180,000 studenti in meno nel 2027, il ministero spera di realizzare una riduzione del numero di alunni per classe e una maggiore presenza di dipendenti nelle scuole: una delle rivendicazioni principali del liceo Paul-Éluard a Saint-Denis, un istituto protagonista nel movimento liceale.
Detto questo, diversi fattori impediscono un reale miglioramento della situazione.
Innanzitutto, l’aumento del bilancio per l’istruzione non compensa l’inflazione. Tenendo conto che la crescita economica prevista per il 2027 è dell’1 per cento, e che l’inflazione 2026 è attesa al 2,1 per cento, l’economista Mathieu Plane dell‘Observatoire français des conjonctures économiques (OFCE) calcola che in termini reali l’aumento di 1,2 miliardi si azzera.
Intanto la quota del bilancio destinata alle pensioni dei dipendenti pubblici di ciascun ministero continua a crescere. Un peso maggiore ricade sul ministero dell’Educazione.
Secondo un rapporto del ministero del Bilancio pubblicato martedì 13 ottobre, il 32 per cento della spesa totale per l’educazione nazionale serve a finanziare le pensioni. È la percentuale più alta di tutti i ministeri.
La maggioranza di questa somma non è inclusa nei 64 miliardi già citati, ma rientra in una spesa totale più ampia, di 89,1 miliardi. Sono a disposizione dunque 25,1 miliardi che contribuiscono al sistema pensionistico comune dei funzionari, non solo per le pensioni pagate agli ex dipendenti del ministero dell’Educazione.
Inoltre, anche se è giusto spendere una percentuale importante per le pensioni dei funzionari che offrono servizi pubblici, il problema demografico della Francia mette in dubbio l’evoluzione di questa ripartizione.
Nel 2025 sono nati circa 645.000 bambini, creando un saldo naturale negativo per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale. Gli over-65 sono ormai il 22,2 per cento della popolazione, quasi quanto gli under-20 (22,5 per cento).
Se gli ex-insegnanti superano sempre di più gli insegnanti attivi, si crea una forte disuguaglianza.
In Francia, il problema di fondo è di natura fiscale: non si investe nel futuro dei giovani per sostenere gli anziani.
Il rifiuto netto di innalzare l’età pensionabile è sintomatico di una spaccatura profonda tra un sistema di governo centralizzato e le sue capacità materiali di governare, simile a quella vissuta dai liceali oggi.
La delicata questione delle pensioni non nasce nel 2023 con la riforma proposta dalla prima ministra Élisabeth Borne, che ha provocato manifestazioni in tutto il Paese per circa cinque mesi.
Per avere un quadro completo bisogna risalire più indietro nel tempo, alle riforme della fine del secolo scorso e dell’inizio degli anni Duemila.
Nel 1993 la recessione, innescata dalle tensioni nella politica monetaria europea seguite alla riunificazione tedesca, provoca in Francia un forte deficit di finanza pubblica.
Sotto la guida del primo ministro Édouard Balladur, con Nicolas Sarkozy al Bilancio, aumenta l’ammontare dei contributi richiesti di un trimestre all’anno per il regime generale dei lavoratori privati e i regimi allineati.
Si passa così dai 37,5 anni di contributi per la generazione del 1933 ai 40 anni per quella del 1943 in poi. Cambia anche il calcolo dell’importo: la pensione non si basa più sui 10 migliori anni di retribuzione, ma sulla media dei 25 migliori. Su questi due punti si discute da trent’anni, con forti polemiche.
Jacques Chirac venne eletto alle presidenziali del 1995 anche sulla base di queste tensioni e facendo leva sulla fracture sociale in corso.
Come spesso accade, le promesse di campagna elettorale non sono state mantenute una volta Chirac si è reso conto della reale dimensione del deficit.
Anche qui, l’utilizzo politico dei movimenti di piazza ci ricorda la situazione attuale del movimento studentesco a sei mesi dalle elezioni presidenziali.
Sempre nel 1995, si svolsero manifestazioni di enormi proporzioni contro i tentativi del primo ministro Alain Juppé di imporre il suo piano pensionistico centrato sull’aumento degli anni di contribuzione per varie categorie di dipendenti pubblici (regimi speciali).
Gli scioperi in queste grandi aziende obbligarono il governo ad abbandonare la riforma, che sarebbe stata ripresa solo nel 2003 dal governo di Jean-Pierre Raffarin.
Per dimensioni, le manifestazioni del 1995 e del 2023 furono simili, e nel 2023 i principali sindacati si opposero all’allungamento della contribuzione a 43 anni e all’innalzamento dell’età pensionabile a 64 anni.
Nel 2023 la repressione da parte delle forze dell’ordine fu molto dura, con vari feriti gravi e la conseguente denuncia pubblica della commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa e di varie ONG.
All’epoca, il prefetto di Parigi, Laurent Nuñez, respinse l’accusa di uso sproporzionato della forza e negò che vi fossero stati fermi ingiustificati.
Oggi ministro dell’Interno, Nuñez applica la stessa logica e giudica l’uso della forza proporzionato alle violenze dei manifestanti, nonostante il fermo di oltre 5.000 minori e i feriti gravi. Ancora una volta ci troviamo di fronte a una grave frattura sociale, dai toni violenti.
Insomma, se gli insegnanti francesi lavorassero più a lungo, si potrebbe ridurre la spesa destinata alle pensioni e creare nuovo spazio fiscale ma anche delle nuove tensioni sociali.
Questa frattura in Francia è dunque il risultato di uno scollamento tra le ambizioni politiche di sostenere ogni momento della vita dei citoyens (dall’istruzione al lavoro, fino alla salute e alla vecchiaia) e le condizioni fiscali del Paese. Il conflitto distributivo esplode perché le condizioni macroeconomiche rendono sempre più difficile accontentare tutti.
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