Le imprese insediate nei consorzi industriali italiani generano 156 miliardi di euro di ricavi, 34,3 miliardi di valore aggiunto e occupano circa 466 mila addetti. La loro produttività del lavoro è superiore del 31% rispetto alla media nazionale, la propensione all’export raggiunge il 15,8% e gli investimenti si concentrano sempre più sulla digitalizzazione, sull’innovazione dei processi produttivi e sulla transizione energetica.
È il quadro che emerge dal rapporto «Le imprese nei Consorzi di Sviluppo Industriale: evoluzione, competitività, investimenti strategici», realizzato dal Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e presentato oggi a Roma dalla FICEI, la Federazione Italiana Consorzi ed Enti di Industrializzazione, durante il convegno «I consorzi industriali in Italia. Un motore di sviluppo per il Paese».
La ricerca è stata illustrata da Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, dopo gli interventi istituzionali di Antonio Visconti, presidente FICEI, Aldo Carta, coordinatore della Consulta dei Direttori FICEI e direttore generale del Cipnes Gallura, e Andrea Ferroni, direttore generale della Federazione.
All’incontro, organizzato nell’Antico Oratorio dell’Arciconfraternita dei Bergamaschi, è seguita una tavola rotonda sulla nuova politica industriale europea, con la partecipazione dei parlamentari Alberto Luigi Gusmeroli, Antonio Misiani e Piero De Luca, moderata da Gian Paolo Manzella, vicepresidente SVIMEZ.
I numeri dei consorzi: 34,3 miliardi di valore aggiunto
La rete FICEI comprende 40 consorzi industriali distribuiti in 15 regioni, con circa 270 agglomerati produttivi e 16.500 aziende insediate.
Il Centro Studi Tagliacarne ha elaborato una prima stima del peso economico del sistema consortile attraverso l’integrazione dei dati sulle unità locali con gli archivi statistici nazionali.
Il perimetro economico analizzato comprende 20.700 unità locali, pari allo 0,4% del totale italiano, alle quali fanno riferimento 466 mila addetti, corrispondenti al 2,5% dell’occupazione nazionale considerata.
I ricavi complessivi sono stimati in 156 miliardi di euro, pari al 3,7% del totale nazionale, mentre il valore aggiunto raggiunge 34,3 miliardi, corrispondenti al 3,2%.
Il risultato evidenzia la concentrazione di attività economiche e industriali nei territori organizzati dai consorzi: una quota relativamente limitata delle unità locali italiane contribuisce in misura sensibilmente superiore alla produzione di ricchezza e all’occupazione.
Produttività superiore del 31% alla media italiana
Uno degli indicatori più significativi riguarda la produttività del lavoro, misurata attraverso il valore aggiunto per addetto.
Nel 2023, secondo il rapporto Tagliacarne, le imprese consorziate hanno registrato una produttività di 75.411 euro per addetto, contro i 57.574 euro della media italiana.
La differenza è pari a 17.837 euro per addetto, con un rapporto di 1,31 a favore delle imprese insediate nei consorzi industriali.
Il confronto con il 2015 evidenzia inoltre una crescita della produttività delle imprese consorziate, passata da 70.666 a 75.411 euro per addetto, mentre il dato nazionale è salito da 43.822 a 57.574 euro.
La ricerca sottolinea anche la maggiore specializzazione manifatturiera dei territori consortili.
Nel 2023 il 53,4% degli addetti delle imprese consorziate operava nell’industria e nelle costruzioni, contro il 34,1% rilevato per il sistema produttivo nazionale. La quota dei servizi si attestava al 37,2%, rispetto al 55,8% italiano, mentre il terziario avanzato rappresentava il 9,4%.
La differenza nella composizione settoriale conferma la funzione dei consorzi come poli di concentrazione delle attività industriali, manifatturiere e produttive.
Più investimenti in digitalizzazione, ricerca e innovazione
Le imprese consorziate mostrano una maggiore propensione agli investimenti strategici rispetto alle altre imprese italiane.
Per il triennio 2025-2027, il 51% delle imprese consorziate prevede investimenti in capitale fisico, contro il 41,7% delle altre imprese.
Nel software e nei database la quota raggiunge il 44,4%, rispetto al 36,5% delle altre imprese, mentre nella digitalizzazione 4.0 si attesta al 39,7%, contro il 32,8%.
Anche la ricerca e sviluppo presenta una maggiore diffusione tra le imprese dei consorzi, con il 30,4% rispetto al 26,3% delle altre imprese.
Il vantaggio riguarda soprattutto gli investimenti nei processi produttivi: 41,9% delle imprese consorziate contro il 36% delle altre imprese, mentre per gli investimenti nei prodotti i valori sono sostanzialmente allineati, rispettivamente al 14,8% e al 14,7%.
Secondo il Centro Studi Tagliacarne, questa differenza indica una maggiore attenzione delle imprese consorziate alla trasformazione interna dei sistemi produttivi, all’efficienza e alla sostenibilità dei processi.
Export e filiere strategiche: la maggiore apertura ai mercati
Le imprese insediate nei consorzi industriali presentano anche una maggiore apertura ai mercati internazionali.
La propensione all’export, calcolata come rapporto tra esportazioni e ricavi complessivi, raggiunge il 15,8%, contro il 13,4% della media nazionale e il 9,9% delle regioni interessate dalla presenza dei consorzi.
Il rapporto evidenzia inoltre una maggiore partecipazione alle filiere produttive strategiche.
Nel 2026 il 53% delle unità locali dei consorzi partecipa a filiere strategiche, contro il 50,5% della media italiana.
Tra i comparti più rappresentati figurano il design e il Made in Italy, l’agroalimentare, la salute, l’energia e l’ambiente, la mobilità, la fabbrica intelligente, l’aerospazio e l’economia del mare.
La ricerca rileva inoltre che il rafforzamento delle relazioni tra imprese e altri soggetti economici e istituzionali si associa a una maggiore probabilità di incremento del fatturato.
Le imprese consorziate registrano mediamente 3,6 modelli di relazione con soggetti esterni, contro 2,8 delle altre imprese.
Il vantaggio riguarda i rapporti con fornitori, clienti, associazioni, banche, università, amministrazioni pubbliche e altre istituzioni territoriali.
Secondo le elaborazioni presentate, il rafforzamento delle relazioni è associato a un aumento di 4,2 punti percentuali della probabilità di crescita del fatturato nel 2026.
Energia e competenze, le criticità della competitività
Accanto agli indicatori positivi, il rapporto evidenzia due principali elementi di vulnerabilità: l’aumento dei costi energetici e la difficoltà di reperire personale specializzato.
Il 74% delle imprese FICEI dichiara difficoltà nel reperimento delle competenze necessarie, contro il 68% delle altre imprese.
Le conseguenze riguardano soprattutto l’aggravio del carico di lavoro per il personale già occupato, l’aumento dei costi di gestione e i vincoli alla crescita della produzione.
Sul fronte energetico, il 64,3% delle imprese consorziate considera la volatilità dei costi dell’energia un fattore capace di condizionare le previsioni aziendali, contro il 54,6% delle altre imprese.
La risposta si orienta verso nuovi investimenti nell’efficienza energetica e nell’autonomia produttiva.
Nel triennio 2026-2028, il 40,1% delle imprese consorziate prevede investimenti energetici nei processi produttivi, contro il 31,9% delle altre imprese.
Carta: superare i ritardi nell’innovazione e valorizzare i territori periferici
Nel suo intervento, Aldo Carta, coordinatore della Consulta dei Direttori FICEI e direttore generale del Cipnes Gallura, ha invitato a interpretare i risultati positivi dello studio senza indulgere in letture autocelebrative.
La maggiore produttività delle imprese consorziate, ha osservato, rappresenta un patrimonio importante, ma non deve nascondere le criticità strutturali che ancora caratterizzano il sistema dei consorzi industriali, in particolare sul versante della ricerca, dell’innovazione e della capacità di adattamento ai cambiamenti tecnologici.
Carta ha sottolineato la necessità di strategie concrete di riqualificazione e trasformazione dei sistemi produttivi, per consentire ai consorzi di accompagnare le imprese nelle transizioni in corso.
Un aspetto centrale del suo intervento ha riguardato il ruolo dei consorzi nello sviluppo dei territori periferici.
In un contesto economico caratterizzato dalla crescente concentrazione di investimenti, competenze e attività innovative nelle grandi aree metropolitane, i consorzi industriali possono contribuire a costruire modelli territoriali competitivi e alternativi, valorizzando le vocazioni produttive locali.
Una funzione che richiede una maggiore integrazione tra imprese, università, centri di ricerca e istituzioni e che pone l’innovazione al centro delle future strategie consortili.
Visconti: semplificazioni ZES in tutta Italia e una banca dati per gli investitori
Il presidente FICEI, Antonio Visconti, ha sottolineato il peso economico del sistema consortile nazionale, richiamando i circa 450 mila addetti e i 156 miliardi di euro di fatturato delle imprese insediate.
Secondo Visconti, questa rete costituisce un’infrastruttura industriale strategica per l’Italia, in grado di intercettare le opportunità offerte dalla nuova politica industriale europea e dai processi di reshoring, ovvero il rientro delle produzioni industriali precedentemente delocalizzate.
Per rafforzare la capacità di attrazione degli investimenti, il presidente FICEI ha proposto di estendere all’intero territorio nazionale le semplificazioni amministrative sperimentate attraverso la Zona Economica Speciale, riducendo i tempi e gli adempimenti necessari per realizzare nuovi insediamenti produttivi.
Visconti ha inoltre presentato la nuova banca dati FICEI, che raccoglie informazioni su oltre mille siti produttivi censiti, con l’obiettivo di offrire agli investitori nazionali e internazionali uno strumento per individuare opportunità localizzative nelle aree industriali italiane.
Esposito: i consorzi diventino istituzioni della politica industriale
Il direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, Gaetano Fausto Esposito, ha evidenziato come i risultati della ricerca confermino il vantaggio competitivo delle imprese consorziate in termini di produttività, investimenti e partecipazione alle filiere strategiche.
Per Esposito, tuttavia, il ruolo dei consorzi deve evolvere.
La sfida consiste nel superare la tradizionale funzione di gestione delle aree e delle infrastrutture industriali per diventare istituzioni intermedie della politica industriale, capaci di sostenere le imprese nei processi di innovazione, internazionalizzazione e trasformazione produttiva.
Una prospettiva che assume particolare importanza per le piccole e medie imprese, spesso prive delle dimensioni organizzative e delle risorse necessarie per affrontare autonomamente gli investimenti tecnologici e la ricerca di nuove competenze.
Gusmeroli: aggregazione delle PMI ed energia competitiva
Nel dibattito parlamentare, il presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, Alberto Luigi Gusmeroli, ha richiamato i limiti dimensionali del sistema imprenditoriale italiano.
La prevalenza di piccole e medie imprese, pur rappresentando un fattore di flessibilità e capacità di adattamento, può limitare l’accesso ai mercati internazionali, alle tecnologie e ai grandi investimenti.
I consorzi industriali possono contribuire a superare questi ostacoli attraverso l’aggregazione delle imprese, la condivisione dei servizi e lo sviluppo di economie di scala.
Gusmeroli ha dedicato particolare attenzione al costo dell’energia, considerato uno dei principali fattori che penalizzano la competitività dell’industria italiana.
Ha sostenuto la necessità di un approccio pragmatico, fondato sull’integrazione delle fonti rinnovabili con il nucleare di nuova generazione, per garantire al sistema produttivo una disponibilità energetica adeguata e competitiva.
Misiani: i consorzi come ponte tra imprese e università
Il senatore Antonio Misiani ha sottolineato come i risultati del Rapporto Tagliacarne descrivano una realtà in controtendenza rispetto alla stagnazione industriale e alle difficoltà della manifattura nazionale.
Le imprese consorziate registrano infatti una maggiore produttività e una più elevata propensione agli investimenti.
Secondo Misiani, uno dei principali punti di forza dei consorzi consiste nella loro capacità di costruire infrastrutture di relazione, evitando l’isolamento delle micro e piccole imprese e favorendo l’accesso a competenze, servizi e opportunità di collaborazione.
Ha indicato tra le priorità la semplificazione amministrativa, anche attraverso l’estensione delle procedure di autorizzazione unica sperimentate nelle ZES, e il rafforzamento del collegamento tra sistema universitario e mondo produttivo.
I consorzi, in questa prospettiva, possono diventare il raccordo istituzionale necessario per consentire anche alle imprese di minori dimensioni di utilizzare i risultati della ricerca applicata e di accedere alla formazione specialistica.
De Luca: una ZES Blue per cantieristica navale e nautica
Il deputato Piero De Luca ha inquadrato il futuro dei consorzi industriali nel contesto della nuova politica industriale europea, segnata dalla competizione con Stati Uniti e Cina, dalle tensioni commerciali internazionali e dalla necessità di rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione europea.
Richiamando le indicazioni dei rapporti Letta e Draghi, De Luca ha sostenuto la necessità di maggiori investimenti comuni europei e di una politica industriale capace di sostenere le filiere strategiche.
In questo scenario, i consorzi devono evolvere in vere e proprie agenzie di sviluppo territoriale, capaci di intercettare risorse pubbliche e private e di orientarle verso la trasformazione produttiva.
Il parlamentare ha individuato tre ambiti prioritari: transizione energetica, digitalizzazione ed economia del mare.
Sul primo versante ha richiamato il ruolo delle Comunità Energetiche Rinnovabili, che possono contribuire ad abbattere i costi energetici delle imprese, sollecitando il recupero delle risorse del PNRR destinate al settore.
Per l’economia del mare, De Luca ha rilanciato la proposta di una «ZES Blue» dedicata alla cantieristica navale e all’industria nautica, con l’obiettivo di sostenere gli investimenti, rafforzare le filiere produttive e valorizzare le potenzialità industriali dei territori costieri, in particolare nel Mezzogiorno.
Il deputato ha chiesto la collaborazione dei colleghi parlamentari per sviluppare e sostenere questa proposta, individuando nell’industria del mare un comparto strategico per la crescita dell’economia italiana.
De Luca ha inoltre proposto il rilancio della fiscalità di vantaggio nel Mezzogiorno, attraverso incentivi automatici agli investimenti e misure compensative per le imprese, da collegare a precisi impegni di stabilità occupazionale e al divieto di delocalizzazione.
La nuova sfida dei consorzi nella politica industriale europea
Dal rapporto Tagliacarne e dal confronto istituzionale è emersa una prospettiva condivisa sul futuro dei consorzi industriali italiani.
Il sistema consortile rappresenta già una componente significativa della struttura produttiva nazionale, con livelli di produttività, investimenti e apertura internazionale superiori alla media del Paese.
La sfida dei prossimi anni consiste nel trasformare questa presenza industriale in una rete capace di accompagnare le imprese nei cambiamenti tecnologici, energetici e organizzativi.
Il dibattito ha evidenziato una convergenza sul rafforzamento delle funzioni dei consorzi, pur nella diversità delle proposte politiche relative all’energia, alla fiscalità e agli strumenti di intervento pubblico.
Dalla semplificazione amministrativa alla ricerca applicata, dalla formazione delle competenze all’attrazione degli investimenti, fino allo sviluppo delle filiere strategiche, i consorzi sono chiamati ad assumere un ruolo sempre più operativo nelle politiche industriali nazionali ed europee.
Un percorso che riguarda anche il Cipnes Gallura, impegnato nello sviluppo delle infrastrutture produttive, dell’innovazione tecnologica, dei rapporti tra università e imprese e nell’internazionalizzazione dell’industria nautica della Sardegna.
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