Le immagini del violento tornado che nei giorni scorsi ha sferzato Marsala, provocando danni e tanta paura in Sicilia, sono solo l’ennesimo richiamo a una realtà con cui anche il nostro Paese deve fare i conti: i fenomeni meteorologici estremi non sono un’eccezione o una prerogativa d’oltreatlantico. Sebbene la sensazione comune sia quella di assistere a eventi lontani o rari, la storia climatica recente — compreso il catastrofico tornado che nel luglio 2023 ha ferito la Bassa Romagna tra Voltana, Alfonsine e Savarna — ci ricorda che la guardia non va abbassata.
Ma cosa scatena questi “mostri” di aria e vento? E quanto dobbiamo temere il fenomeno qui in Romagna? Lo abbiamo chiesto a Pierluigi Randi, tecnico meteorologo certificato e presidente dell’Associazione Meteo Professionisti (Ampro), tra i principali esperti nazionali di dinamica temporalesca e coautore del manuale “Temporali e tornado”, in un viaggio tra definizioni scientifiche, memoria storica del territorio e preziose norme di sicurezza.
Randi, che cos’è esattamente un tornado o tromba d’aria?
“Possiamo partire dalla definizione di Markowski e Richardson, due dei massimi esperti mondiali sull’argomento: ‘Si tratta di colonne d’aria che ruotano violentemente, di solito associate ad una nuvola vorticosa di detriti o polvere vicino al suolo, e a una nube a forma di imbuto che si estende verso il basso dalla base del cumulonembo (nube temporalesca) principale’. Più empiricamente possiamo definirlo con “una colonna d’aria in violenta rotazione (vortice) collegata con un cumulonembo (nube temporalesca) e che entra in contatto con il suolo. Raffiche di vento estremamente violente ma lineari – ovvero con direzione costante – sono frequenti nei temporali e possono provocare danni ingenti (downburst), ma per parlare di tornado deve essere accertato il moto vorticoso dell’aria. Se un vortice non è collegato con il temporale esso prende altre denominazioni. Se un vortice non è collegato con il suolo si parlerà di funnel cloud o nube a imbuto in italiano. Tornado e tromba d’aria sono esattamente sinonimi, ovvero individuano lo stesso tipo di fenomeno. Tuttavia si distinguono i tornado legati ad un mesociclone (i più pericolosi) e quelli non legati a mesocicloni (misocicloni, mesovortex), che prendono il nome di “landspout” se si verificano sulla terraferma, o di “waterspout (trombe marine)”se si manifestano sul mare”.
Quali sono le aree più a rischio in Romagna e cosa dicono la storia e i dati del passato?
“Non abbiamo un periodo di osservazioni molto ampio su questi fenomeni, i quali sono tanto violenti quanto localizzati, per cui rilevazioni pienamente validate riguardano solo il periodo recente, indicativamente dal 2000 in poi. Ci sono notizie e segnalazioni anche più datate, ma principalmente da fonte giornalistica e quindi non del tutto accreditate. In linea di massima la nostra area non è tra quelle a maggior rischio, in Italia, ma non è nemmeno tra quelle a rischio minimo. Per i tornado di terra la massima frequenza regionale si ha tra bolognese orientale e ferrarese occidentale quindi, considerando la Romagna, il ravennate nord-occidentale, ovvero quello che confina con bolognese e ferrarese, presenta il rischio più elevato. Il rischio scende a mano a mano che scendiamo verso sud e a mano a mano che ci avviciniamo ai rilievi. Infatti, i tornado non amano le montagne poiché rappresentano un ostacolo alla loro circolazione distorcendola a causa dell’eccessivo attrito”.
Riassumendo…
“In linea di massima siamo a rischio maggiore nelle basse pianure; molto ridotto in prossimità dei rilievi; sostanzialmente assente sulla medio-alta collina e in montagna”.
E sulle trombe marine cosa ci può dire?
“Si notano due aree a massima frequenza: una prima sul litorale ravennate, specie al confine con quello ferrarese; e una seconda su tutto il comparto costiero riminese. Sugli eventi storici di un certo rilievo spiccano un tornado accertato il 3 luglio 1979 tra Godo e Roncalceci nel ravennate; uno sciame di trombe marine nel riminese il 25 giugno 2018; uno tornado severo, originatosi come tromba marina, il 10 luglio 2019 a Milano Marittima, e il tornado catastrofico del 22 luglio 2023 tra Voltana, Alfonsine e Savarna nel ravennate. Alcuni eventi disastrosi, come quelli dell’8 giugno 1964 nel riminese, del 29 giugno 1986 (tutta la Romagna), del 24 settembre 2004, e del 10 agosto 2017 (forlivese e ravennate) non furono caratterizzati da tornado ma da venti, pur violentissimi, lineari. Un evento storico davvero terribile si ebbe il 23 giugno 1905 con danni estesi e gravissimi su gran parte della Romagna, ma dalle testimonianze dell’epoca prevale l’ipotesi di venti lineari e non di vortici. Il tornado del luglio 2023 tra Voltana, Alfonsine e Savarna è stato classificato come IF3 nella scala International Fujita, con massime raffiche fino a 280-300 km/h (tornado violento), ed è nei primi 10 in Italia, come intensità, dal 1900; mentre come diametro del vortice (fino a 1,5 chilometri) è nei primi 3 più grossi sempre dal 1900, quindi è certamente il tornado più grave della storia meteorologica romagnola”.
Come si riconosce un tornado in arrivo e perché può essere così insidioso?
“Riconoscere un tornado in arrivo non è sempre facile, nemmeno a un occhio esperto. Talvolta si osserva una nube a imbuto che scende dalla base del temporale e raggiunge il suolo; in altri casi, il vortice può essere nascosto dalle precipitazioni, dalla grandine o dalla scarsa visibilità (es. tornado di Voltana-Alfonsine-Savarna). Segnali di attenzione possono essere un temporale particolarmente intenso, una rotazione persistente della base della nube, un improvviso aumento del vento o una nube di detriti vicino al terreno. Tuttavia, nessuno di questi segnali, preso singolarmente, consente di confermare la presenza di un tornado. La sua insidiosità dipende soprattutto dalla rapidità con cui può svilupparsi e spostarsi, dalla traiettoria talvolta difficile da prevedere con precisione e dal fatto che può essere poco visibile, soprattutto di notte o sotto la pioggia. Inoltre, anche un tornado di dimensioni apparentemente modeste può produrre venti capaci di sradicare alberi, danneggiare edifici e trasformare oggetti comuni in proiettili pericolosi. Infatti, la violenza di un tornado non è strettamente legata al suo diametro: tornado anche di piccolo diametro possono essere devastanti. Per questo è fondamentale non affidarsi soltanto all’osservazione diretta: occorre prestare attenzione e, se si sospetta l’avvicinamento di un tornado, ripararsi immediatamente in un edificio solido, al piano più basso possibile e lontano da finestre e porte esterne”.
Cosa fare se ci si trova a casa o al chiuso durante il passaggio di un vortice?
“Se ci si trova in casa durante il passaggio di un tornado, la prima regola è non uscire e cercare immediatamente riparo nel punto più sicuro dell’edificio. L’ideale è un locale al piano più basso, preferibilmente senza finestre, come una cantina o un piccolo ambiente interno, lontano da porte, vetrate e pareti esterne. È importante proteggere la testa e il collo, ad esempio con le braccia, un materasso o cuscini, per ridurre il rischio di lesioni causate da detriti e frammenti di vetro. Se ci si trova in un edificio senza seminterrato, è preferibile scegliere un bagno, un corridoio interno o un altro locale piccolo e riparato, evitando le stanze ampie e quelle sotto coperture particolarmente vulnerabili. Non bisogna avvicinarsi alle finestre per osservare il fenomeno né uscire subito dopo il passaggio apparente del vortice: potrebbero esserci altri temporali intensi, detriti instabili e danni strutturali. La cosa più importante è agire tempestivamente, seguire le indicazioni della Protezione civile e attendere che sia confermato il cessato pericolo. Quando si parla di tornado, pochi secondi guadagnati nel trovare un riparo adeguato possono fare davvero la differenza”.
Se invece ci si trova all’aperto o in automobile?
“Se ci si trova all’aperto, la priorità è raggiungere il più rapidamente possibile un edificio solido, entrando al piano più basso e allontanandosi da finestre e pareti esterne. È importante evitare alberi, pali, linee elettriche, cartelloni e strutture precarie, che possono crollare o essere trascinati dal vento. Se non esiste alcun riparo nelle immediate vicinanze, occorre cercare una zona più bassa rispetto al terreno circostante, proteggere la testa e il collo e tenersi lontani da oggetti che potrebbero essere sollevati dal vento. Fossi e avvallamenti, tuttavia, possono diventare pericolosi in caso di allagamento. In automobile la situazione è particolarmente delicata: un tornado può sollevare o ribaltare il veicolo e la visibilità può ridursi drasticamente. Non è consigliabile cercare riparo sotto ponti o cavalcavia, dove il vento può intensificarsi e i detriti diventare ancora più pericolosi. Se non si riesce a raggiungere un edificio, occorre fermarsi in un luogo che non esponga al traffico o ad altri pericoli, abbassarsi il più possibile all’interno del veicolo, allacciare la cintura e proteggere testa e collo. Scendere dall’auto e cercare rifugio in una zona più bassa può essere un’alternativa soltanto se questa è chiaramente più sicura e raggiungibile senza esporsi al vortice. In ogni caso, non bisogna sottovalutare il fenomeno in base alle sue dimensioni apparenti”.
In definitiva, qual è l’elemento più letale durante un tornado?
“L’elemento più letale durante un tornado è spesso rappresentato dai detriti proiettati dal vento, più ancora della nube a imbuto in sé. Frammenti di coperture, tegole, vetri, lamiere, rami e altri oggetti possono essere scagliati a velocità molto elevate, diventando veri e propri proiettili capaci di provocare lesioni gravissime o mortali. Nel tornado di Voltana-Alfonsine-Savarna è stato ritrovato il coperchio della lattina di una nota bibita conficcato nel tronco di un albero; oppure coppi e tegole conficcate nel “cappotti” delle case; se veniamo colpiti da detriti a quelle velocità le conseguenze possono essere letali. A questi si aggiungono il crollo parziale o totale degli edifici e il possibile ribaltamento dei veicoli. Non bisogna però dimenticare l’azione diretta del vento, che nei tornado più intensi può raggiungere velocità estreme e compromettere seriamente la stabilità delle strutture. Il rischio maggiore, quindi, deriva dalla combinazione tra vento violento, cedimenti strutturali e detriti volanti. È proprio per questo che un riparo adeguato, lontano da finestre e pareti esterne, rappresenta la principale misura di protezione: non è necessario trovarsi direttamente nel vortice per subirne conseguenze anche molto gravi”.
In Italia per molto tempo si è parlato di tornado quasi come se fossero un tabù o un “esotismo” americano: il libro pubblicato alcuni anni fa nasce anche per sfatare questo mito?
“Sì, certamente. Il libro nasce anche dalla volontà di superare un luogo comune: quello secondo cui i tornado sarebbero fenomeni quasi esclusivamente americani, estranei alla nostra realtà. Al contrario, anche l’Italia è interessata da questi eventi, talvolta con effetti molto distruttivi, soprattutto in alcune aree della Pianura Padana e lungo le coste, dove determinate condizioni atmosferiche possono favorire lo sviluppo di temporali rotanti e vortici tornadici. Per molto tempo, nel nostro Paese, i tornado sono stati poco conosciuti e talvolta confusi con generiche trombe d’aria o forti raffiche di vento. L’obiettivo del libro è anche contribuire a una maggiore consapevolezza scientifica, documentando i fenomeni osservati in Italia, spiegandone i meccanismi di formazione e illustrandone i possibili impatti”.
Qual è l’importanza di analizzare e studiare a fondo questi eventi per la prevenzione e la ricerca nel nostro Paese?
“Conoscere i tornado non significa alimentare allarmismi, ma imparare a riconoscerne il rischio, comprenderne i limiti di prevedibilità e sapere come comportarsi. Perché questi fenomeni non sono un’esclusiva americana: fanno parte anche della meteorologia italiana e meritano attenzione, ricerca e una corretta informazione Ad esempio, il tornado ravennate del luglio 2023 è stato molto studiato e analizzato per comprenderne cause e caratteristiche, adottando modelli numerici ad altissima risoluzione e analizzando minuziosamente dati, osservazioni e anche testimonianze; sono in questo miglioreremo ulteriormente la comprensione di questi fenomeni che sono estremamente pericolosi”.
Un capitolo del volume riguarda la differenza tra i danni da tornado e quelli da downburst (le raffiche di vento lineari): perché spesso vengono confusi e come si distinguono sul campo?
“Vengono spesso confusi perché entrambi possono produrre danni molto importanti in pochi minuti: alberi sradicati, tetti scoperchiati, veicoli danneggiati e infrastrutture divelte. Inoltre, il fenomeno si esaurisce rapidamente e, quando si arriva sul posto, spesso rimangono soltanto le tracce della distruzione, non le condizioni atmosferiche che l’hanno generato. La differenza fondamentale riguarda la dinamica del vento. Nel tornado, l’aria ruota attorno a un asse, dando luogo a un vortice che può generare danni lungo una fascia relativamente stretta e con variazioni anche marcate di direzione. Nel downburst, invece, una corrente discendente associata al temporale raggiunge il suolo e si espande prevalentemente in senso orizzontale, producendo raffiche divergenti, spesso molto intense, che possono interessare aree più estese. Sostanzialmente, il tornado “aspira” verso l’alto con fortissima rotazione del vento: il downburst “schiaccia” verso il basso e non mostra rotazione ma solo un assetto divergente delle correnti.
Come si riescono a distinguere concretamente sul campo le tracce lasciate da un tornado rispetto a quelle di un downburst?
“Nel tornado si possono osservare tracce più circoscritte, talvolta sinuose, con cambiamenti nella direzione di caduta degli alberi e segni di convergenza o rotazione. Nel downburst sono più tipiche le aree in cui alberi e altri elementi risultano abbattuti in direzioni prevalentemente divergenti da una zona di origine, oppure lungo una fascia coerente con la propagazione della raffica. Si tratta, tuttavia, di indicazioni e non di regole assolute: la morfologia del territorio, gli ostacoli e la disposizione degli edifici possono modificare sensibilmente il quadro dei danni. Per una diagnosi attendibile è quindi necessario integrare il sopralluogo con altri elementi: testimonianze, fotografie e video, dati delle stazioni meteorologiche, immagini radar e satellitari e analisi della struttura temporalesca. Nessun singolo albero abbattuto o tetto danneggiato permette, da solo, di identificare con certezza il fenomeno responsabile. Distinguere tornado e downburst non è soltanto una questione terminologica: significa ricostruire correttamente la dinamica dell’evento e comprenderne meglio i rischi”.
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