Lo stato dell’economia americana è certamente una delle ragioni per le quali il presidente Donald Trump e il partito repubblicano sono indietro nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato. Alla domanda su quale sia l’aspetto della loro vita che più li preoccupa, la prima risposta degli intervistati dai sondaggisti è “l’economia, i prezzi”. Lo confermano lultimo dato sull’inflazione al 3,7%, pubblicato mercoledì, e il sondaggio del Guardian secondo cui le prime quattro priorità degli americani sono il prezzo della benzina, quello degli alimentari, il costo della vita e il costo della sanità. Lo stesso sondaggio segnala che i più colpiti sono gli abitanti di quelle zone rurali che tendono a votare in maggioranza repubblicano. La specificità di questo voto e di questo periodo hanno a che vedere con il fatto che la difficoltà ad arrivare a fine mese sono direttamente collegabili alle scelte dell’amministrazione in carica: dazi, guerra in Iran e – cosa di cui si parla meno perché non ci riguarda direttamente – l’abolizione dei sussidi che aiutavano le famiglie a coprire i costi di Medicare, l’assicurazione sanitaria pubblica per gli over65 e persone con bisogni speciali (più di 60 milioni di assicurati). Il paradosso della situazione è che l’economia americana non corre, ma non va male: il Pil è stimato dal Fondo monetario internazionale al +2,13% nel 2026 e nel 2027. Ma quanta della crescita è trainata dagli investimenti in Intelligenza artificiale e nella costruzione di data centers? E quanto è distribuita per il paese e tra le diverse fasce di reddito questa crescita?
Sullo stato dell’economia americana e sugli effetti del carovita sul voto di medio termine del prossimo 3 novembre abbiamo parlato con Jared Bernstein, senior policy fellow all’Institute for Economic Policy Research all’Università di Stanford, già a capo del Council of Economic Advisers del presidente Joe Biden e vice negli anni di Barack Obama.
Qual è lo stato dell’economia degli Stati Uniti a ridosso delle elezioni di midterm? E quanto danno hanno fatto i dazi e la guerra all’Iran?
Nel complesso il Pil è rimasto costantemente positivo, la spesa dei consumatori si è mantenuta stabile, e questa rappresenta in media il 70% del nostro Pil, a differenza dell’Europa dove si aggira intorno al 50-55%. Se i consumatori spendono, questo darà impulso alla nostra economia. Ultimamente abbiamo registrato dati di produttività piuttosto buoni, e questo probabilmente prima ancora che ci sia un effetto dovuto all’Intelligenza artificiale. Anche il tasso di disoccupazione rimane basso nonostante una creazione di posti di lavoro limitata e questo è dovuto al fatto che la forza lavoro è cresciuta lentamente. Quindi, perlomeno, abbiamo generato abbastanza posti di lavoro da impedire che il tasso di disoccupazione crescesse troppo. I mercati finanziari sono piuttosto forti grazie alla spesa per l’intelligenza artificiale. In sintesi l’economia statunitense ha basi piuttosto solide, ma appena sotto la superficie ci sono una serie di fragilità. Molti consumatori nella metà inferiore della scala di reddito, che non beneficiano della crescita dei mercati azionari, hanno dovuto affrontare molte difficoltà, tra cui, negli ultimi sei-sette mesi, il calo dei salari reali, legato all’inflazione indotta dalla guerra in Iran. E penso che diversi analisti statunitensi, me compreso, temano che il settore dell’intelligenza artificiale sia una bolla e che questa possa scoppiare, con ripercussioni sui mercati e sulla crescita. Inoltre, l’inflazione è stata piuttosto elevata e persistente. Quindi, direi che la solidità nasconde molte difficoltà per le famiglie vulnerabili, e alcune fragilità, in particolare nel settore dell’IA.
Gran parte della ricchezza delle famiglie (il 30%) proviene dal mercato azionario e il mercato azionario sta andando benone, il che fa crescere i consumi. Quanto è rischiosa questa dipendenza dall’andamento dei mercati specie se, come ha appena detto, c’è la possibilità che ci troviamo di fronte a una bolla? Se la bolla si sgonfia che può succedere? Quanto dell’economia di oggi negli Usa dipende dalle Big Tech e dall’Intelligenza artificiale?
La relazione tra spesa dei consumatori e apprezzamento del mercato azionario la chiamiamo “effetto ricchezza” (wealth effect). Quando il mercato azionario si apprezza di, diciamo, trilioni di dollari in termini di capitalizzazione di mercato, i consumatori spendono circa due o tre centesimi per ogni dollaro. Ritengo che l’intelligenza artificiale sia una bolla e che questa prima o poi possa sgonfiarsi. Come ho scritto con Ryan Cummings, il divario tra gli investimenti in quel settore e qualsiasi prospettiva di ricavi è talmente ampio da far sì che a un certo punto gli investitori perdano la pazienza. E questo creerebbe problemi visto quanto della nostra crescita è trainata oggi dagli investimenti in intelligenza artificiale e dall’effetto ricchezza di cui parlavo prima. Voglio dire, a questo punto non direi che si tratterebbe di una recessione, dato che abbiamo una crescita sufficiente proveniente da altre fonti, ma direi che potrebbe facilmente dimezzare il nostro tasso di crescita.
Se l’economia e il mercato del lavoro non vanno male come si spiega l’insoddisfazione diffusa?
Questa è una domanda importante perché il divario tra l’economia in generale e la fiducia nei confronti di come vanno le cose è una costante del nostro Paese da anni. La gran parte di questo è dovuto alle difficoltà economiche. Le persone sono turbate dall’aumento dei prezzi. Non si tratta tanto di inflazione, quanto piuttosto di un problema legato al livello dei prezzi. Il livello dei prezzi, che si tratti di generi alimentari o di benzina, è un effetto della guerra. Casa, assistenza sanitaria, asili nido, costi assicurativi, persino le riparazioni auto: tutto è fonte di grande preoccupazione. E anche quando i salari reali crescevano, l’insoddisfazione era diffusa perché l’incremento veniva eroso dall’aumento dei prezzi, soprattutto nei settori che ho elencato. Non è quindi un caso che ogni politico che si candida affermi di voler contribuire ad abbassare il costo della vita, perché credo che questo sia il fattore principale che crea il divario tra la situazione economica generale e la percezione che le persone hanno di essa.
Una domanda sugli anni di Biden. Alcune politiche economiche erano sensate, ma… cosa è andato storto? Solo l’inflazione o anche gli ostacoli che rendono difficile realizzare le cose, tradurre la legislazione in qualcosa di concreto ed efficace per la gente? L’esempio famoso è quello delle stazioni di ricarica per auto elettriche: finanziate a migliaia, realizzate pochissime.
Penso che l’amministrazione Biden abbia subito un duro colpo a causa dell’inflazione nel 2021 e nel 2022. Siamo entrati in carica nel 2021, quando l’inflazione era piuttosto bassa. E poi la combinazione dello shock dell’offerta indotto dalla pandemia e di alcuni sostegni fiscali ha portato a un’inflazione molto più elevata, che ha raggiunto il picco del 9% a metà del 2022. Poi ha iniziato a scendere, ma a quel punto il livello dei prezzi era alto. E la questione è diventata l’argomento principale della polemica politica. Riprendersi era davvero difficile. Concordo sul fatto che abbiamo approvato delle leggi ottime, in particolare nel settore delle energie pulite, della politica industriale e del rientro in patria di alcune funzioni economiche molto importanti. Ma la sfida di realizzare, di costruire e di attuare quella legislazione in tempo reale, in modo che gli elettori potessero vedere cosa stavamo facendo, è stata davvero scoraggiante. Una cosa è approvare una legge, un’altra è metterla in pratica, considerando tutta la burocrazia e gli ostacoli burocratici che esistono. Quindi una lezione di quel periodo è che dobbiamo diventare molto più efficienti quando si tratta di sviluppare l’offerta economica.
Negli ultimi mesi si è parlato molto della crescita e della sostenibilità del debito pubblico degli Stati Uniti. Lei ha scritto che se i Democratici usciranno dal midterm con il controllo della Camera e del Senato dovrebbero legiferare per indicare le priorità. Anche se queste leggi probabilmente non verrebbero firmate dal presidente. Come si combina la necessità di intervenire su sanità, salari, casa e così via con la crescita del debito federale?
È molto importante sottolineare che, pur avendo espresso sincera e profonda preoccupazione per le prospettive fiscali, che sono davvero insostenibili, che oggi non si tratta di un’emergenza, a differenza del problema del potersi permettere di vivere dignitosamente. Quindi credo che sarà fondamentale seguire una sequenza precisa. L’elettorato americano si è sempre dimostrato molto insoddisfatto dei politici che non affrontano le problematiche legate al costo della vita quindi questa deve essere la priorità assoluta. Allo stesso tempo ci sono molti modi in cui potremmo aumentare significativamente le entrate, il che, a mio avviso, sarebbe coerente con un’economia forte e con prospettive fiscali decisamente migliori. C’è uno studio di Natasha Sarin e Kim Klausi che contiene proposte fiscali che generano entrate sufficienti sia per contribuire a ridurre il deficit che per finanziare alcune delle politiche necessarie quali l’aumento del salario minimo o il ritorno dei sussidi per Medicare. Sul deficit e fisco cerco di essere esplicito: non dobbiamo raggiungere il pareggio di bilancio né dobbiamo ridurre il rapporto debito/Pil di diversi punti percentuale. Dobbiamo solo dimostrare ai mercati, al resto del mondo e a coloro che acquistano il nostro debito, che comprendiamo che esiste un problema di sostenibilità e che smetteremo di scavare. Non credo che dovremmo avere deficit zero, ma di certo non credo che dovremmo avere deficit al 6%. Voglio dire, è persino più grande di quello della Francia oggi. Dobbiamo smettere di scavare una fossa così profonda. E questo non significa che dobbiamo adottare subito una dose massiccia di rigore fiscale: sarà fondamentale iniziare a legiferare su politiche che affrontino i problemi delle persone, anche se si riesce ad approvarle solo alla Camera e magari al Senato, anche se il presidente non firmerà. Servirebbe a dimostrare alla gente che si sta lottando per loro. Il sindaco di New York Zohran Mamdani è un buon esempio in questo senso.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link


