#Finsubito news dalla rete – Il Piano Marshall di Nvidia per aiutare l’Europa a trovare il suo posto nella corsa all’IA


L’Europa vuole conquistare un posto nella corsa all’intelligenza artificiale, ma per farlo deve affidarsi alle aziende americane che dominano il settore. Il Regno Unito vuole diventare un centro di ricerca e servizi avanzati, la Germania vuole portare l’intelligenza artificiale nelle sue fabbriche ed Emmanuel Macon cerca di attirare in Francia i grandi investimenti nei centri di calcolo, sfruttando la disponibilità di energia nucleare per fare del Paese uno dei principali poli europei dell’intelligenza artificiale. Dietro molti di questi progetti compare lo stesso nome: Nvidia, l’azienda statunitense che fornisce i processori necessari ad addestrare e far funzionare gran parte dei modelli più avanzati. Il suo amministratore delegato, Jensen Huang, sta attuando un picclo piano Marshall dell’IA investendo direttamente nelle aziende europee che potrebbero diventare i suoi maggiori clienti. A Parigi ha promesso altri due miliardi di dollari di investimenti nell’ecosistema europeo, dopo gli otto miliardi già impegnati. A Londra ha annunciato investimenti in cinque startup britanniche e promesso 250 milioni di dollari in capacità di calcolo per sostenere la ricerca sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale. Il 21 ottobre sarà a Berlino, e vedremo cosa prometterà. 

Nel viaggio europeo di Huang manca Roma. L’Italia cerca di farsi spazio nella corsa all’intelligenza artificiale con obiettivi per ora più circoscritti: rafforzare il polo di supercalcolo di Bologna e sostenere aziende come Domyn, che guida un progetto europeo per sviluppare un’alternativa ai modelli alla base di ChatGPT, capace di lavorare nelle 24 lingue ufficiali dell’Unione europea, e utilizzabile dalle imprese sui propri server, senza dover affidare i dati alle piattaforme americane. Non è facile creare una filiera nazionale: la distanza da Francia e Germania resta considerevole, sia per i capitali disponibili sia per la diffusione ancora limitata dell’IA nel tessuto produttivo italiano.

Anche la distanza con il Regno Unito sarà difficile da colmare nel breve periodo per il nostro paese. Nel solo primo semestre del 2025, le startup britanniche dell’intelligenza artificiale hanno raccolto 2,4 miliardi di dollari, più degli 1,7 miliardi raccolti da tutte le startup italiane l’anno scorso. Londra può inoltre contare su una concentrazione di aziende tecnologiche e laboratori di ricerca, soprattutto nell’area di Cambridge, che alimenta un mercato più maturo e capace di attirare capitali internazionali. Tra questi Nvidia che ha scelto una strategia interessante: investire in aziende che potrebbero trasformare risultati scientifici ancora confinati nei laboratori in servizi commerciali, creando nuovi mercati per i suoi processori.

A Londra Huang ha annunciato investimenti in Boltz, che sviluppa modelli di intelligenza artificiale per prevedere la struttura delle molecole e accelerare la scoperta di nuovi farmaci. Prima Mente applica l’IA allo studio delle malattie neurodegenerative, mentre Hiverge, nata da ricercatori di Google DeepMind e dell’Università di Cambridge, cerca di sviluppare algoritmi più efficienti. Nvidia ha acquisito partecipazioni anche in Riverlane, che lavora alla correzione degli errori nei computer quantistici, e in Foresight, che utilizza l’IA per prevedere ritardi e aumenti dei costi nei grandi progetti infrastrutturali. Se queste tecnologie prenderanno piede, una parte della spesa necessaria a farle funzionare finirà proprio ai produttori di processori. 

Huang ha promesso al Regno Unito anche 250 milioni di dollari in cinque anni, sotto forma di accesso alla potenza di calcolo di Nvidia. Ne beneficeranno università come Oxford, University College London e Imperial College, impegnate a studiare come rendere più sicuri i sistemi di intelligenza artificiale capaci di prendere decisioni e svolgere compiti autonomamente. Londra investe da tempo in questo campo e ha creato un organismo pubblico, l’AI Security Institute, per valutare i rischi delle tecnologie più avanzate. Per Nvidia è un’altra opportunità: fornendo ai ricercatori le proprie infrastrutture, il gruppo americano rafforza la sua presenza anche nello sviluppo dei sistemi destinati a controllare l’IA.  Il Regno Unito, pur essendo uscito dall’Unione europea, rimane uno dei principali centri tecnologici del continente. Londra ospita Google DeepMind e attira ricercatori e investimenti dei grandi gruppi americani. Per Bruxelles rappresenta un concorrente diretto nell’attrazione dei capitali, oltre che un potenziale partner scientifico. 

Per fortuna dell’Ue, Nvidia ha investito anche in Francia, acquisendo una quota minoritaria in Doctolib, la piattaforma utilizzata per prenotare visite mediche, che sta sviluppando strumenti di intelligenza artificiale destinati ai professionisti sanitari. Secondo la società, il suo assistente digitale ha già contribuito a documentare oltre dodici milioni di consultazioni. Nvidia investirà anche in Genesis AI, specializzata nella robotica. Pigment sviluppa software che aiutano le imprese a elaborare previsioni economiche, mentre Entalpic utilizza l’AI per accelerare la ricerca sui nuovi materiali. Sono attività nelle quali l’intelligenza artificiale può entrare stabilmente nei processi produttivi, generando una domanda di calcolo che continuerà anche quando la corsa allo sviluppo dei grandi modelli linguistici avrà raggiunto una fase più matura.

Ad Angers, nella Francia occidentale, Bull collabora con la taiwanese Foxconn per assemblare sistemi di calcolo avanzati, mentre Mistral AI, una delle poche aziende europee che sviluppano modelli linguistici capaci di competere con quelli americani, ha raccolto a settembre tre miliardi di euro. Anche così Parigi cerca di assicurarsi una parte della produzione industriale e dello sviluppo tecnologico che oggi si concentrano fuori dall’Europa.

La Germania cerca di sfruttare un vantaggio che già possiede: le competenze e i dati accumulati dalla propria industria. A Monaco, Deutsche Telekom ha inaugurato nel febbraio 2026 un centro di calcolo realizzato con Nvidia, dotato di circa diecimila processori grafici e nato da una partnership del valore annunciato di un miliardo di euro. L’impianto è già operativo e permette alle aziende manifatturiere di utilizzare l’intelligenza artificiale per simulare il funzionamento delle fabbriche, individuare possibili guasti e migliorare i processi produttivi.

L’Unione europea, però, non può affidare tutta la propria rincorsa all’intelligenza artificiale agli investimenti di Nvidia in Francia e Germania. Il divario con Washington resta enorme e non solo perché gli Stati Uniti ospitano i grandi operatori cloud dai quali le società europee acquistano la potenza di calcolo necessaria a sviluppare i propri modelli. Secondo lo Stanford AI Index 2026, nel 2025 gli investimenti privati nell’IA hanno raggiunto 285,9 miliardi di dollari negli Stati Uniti, contro appena 20,9 miliardi in Europa, Regno Unito compreso. Quasi quattordici volte meno. La Cina si ferma a 12,4 miliardi, ma il dato non comprende pienamente i finanziamenti pubblici di Pechino.

Bruxelles sta provando a ridurre il divario con InvestAI, il piano presentato nel 2025 per mobilitare 200 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati. Una parte finanzierà le cosiddette gigafabbriche dell’IA, grandi centri di calcolo nei quali sviluppare modelli avanzati. Il 30 luglio la Commissione ha avviato la procedura per realizzarne fino a sette, puntando su dieci miliardi di sostegno pubblico e almeno venti miliardi di capitali privati. Come spesso accade con i piani europei, bisogna prestare attenzione al verbo: i 200 miliardi «mobilitati» non sono fondi già stanziati. Bruxelles conta di attirare una parte consistente delle risorse dai privati, mentre le gigafabbriche devono ancora essere selezionate e finanziate. I primi cantieri sono previsti nel 2027.

Il programma si aggiunge alla rete di 19 AI factories europee, centri collegati ai supercomputer esistenti che mettono potenza di calcolo e competenze tecniche a disposizione delle imprese. Le nuove gigafabbriche dovrebbero operare su una scala maggiore, consentendo di sviluppare modelli paragonabili a quelli dei grandi gruppi americani. Bruxelles vuole così abbassare una delle principali barriere all’ingresso: una startup può avere ricercatori eccellenti, ma difficilmente può permettersi le migliaia di processori necessari ad addestrare un modello avanzato.

Resta però una questione industriale decisiva a cui nessuno sembra voler rispondere, per ora. Chi fornirà i processori necessari a far funzionare queste infrastrutture? Secondo Nvidia, le sue tecnologie sono alla base di oltre il 90 per cento delle AI factories europee in fase di realizzazione. A giugno il gruppo contava inoltre 35 nuovi supercomputer basati sulle proprie piattaforme in sviluppo nel continente. L’Europa potrà decidere dove installare i server e conservare i dati, ma continuerà a dipendere dai fornitori americani per i componenti più importanti e parte del software. Quindi mentre Bruxelles investe per conquistare maggiore autonomia tecnologica, una quota consistente della spesa finisce per rafforzare il principale produttore americano di processori per l’IA.

L’Europa conserva almeno un ruolo essenziale in un altro passaggio della filiera. Nei Paesi Bassi ha sede ASML, l’unica azienda al mondo capace di costruire i macchinari per la litografia a ultravioletti estremi, utilizzati per fabbricare molti dei semiconduttori più avanzati. Il 14 ottobre il gruppo ha comunicato ricavi trimestrali per 11,7 miliardi di euro e un utile netto vicino ai cinque miliardi. La domanda è talmente sostenuta che alcuni clienti stanno già programmando ordini per il 2029 e il 2030. ASML ha inoltre annunciato un aumento della propria capacità produttiva per soddisfare le richieste dei fabbricanti di chip. Le sue macchine dipendono da una rete di fornitori europei altamente specializzati. La tedesca Zeiss realizza i sistemi ottici di precisione, mentre Trumpf produce i laser necessari alla tecnologia EUV.

È un patrimonio industriale difficilmente replicabile nel breve periodo, eppure il controllo di una fase decisiva della produzione dei semiconduttori non ha dato all’Europa una presenza altrettanto forte nella progettazione dei processori utilizzati per l’intelligenza artificiale. La stessa ASML deve confrontarsi con le restrizioni commerciali imposte o promosse dagli Stati Uniti sulle esportazioni di tecnologie avanzate verso la Cina, il che riduce l’autonomia europea anche in un settore nel quale le sue aziende possiedono competenze praticamente insostituibili.


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