Il potere è passato dalla politica alla finanza, poi dalla finanza agli oligarchi della rete. È questa la traiettoria lungo la quale Giulio Tremonti legge la trasformazione del capitalismo e la difficoltà dell’Europa a governarla. Bruxelles ha moltiplicato le regole, mentre le grandi piattaforme hanno coltivato l’ambizione di svolgere le funzioni degli Stati, fino a progettare una propria moneta. Anche se occorre distinguere: l’introduzione dell’euro fu un «cambiamento radicale, politico, complessivo» mentre l’euro digitale è un «passaggio tecnico, una modernizzazione». Ora il confronto sull’energia, sugli extraprofitti e sui margini di flessibilità europei riapre la questione dello spazio dei governi. Per capire come si è arrivati fin qui, l’ex ministro spiega che bisogna tornare al 1992 e al 1994: «A Maastricht e agli accordi da cui nacque il Wto. Da una parte la moneta e il mercato europeo, dall’altra il mercato globale».
Domanda. Qual era l’idea europea?
Risposta. Maastricht era moneta e mercato. La moneta era l’euro; il mercato era l’idea che l’Europa potesse costituire un paradigma per il mondo che entrava nel mercato globale. In realtà il mercato si è sviluppato in una dimensione anarchica mentre l’Europa si è irrigidita su nuove e continue regole.
D. Lei era favorevole all’euro?
R. Sì. Partecipai a un dibattito alla Oxford Union Society sull’euro e la domanda era: “E’ nell’interesse nazionale britannico?” Il mio avversario era Frederick Forsyth e io sostenevo che sì, l’euro fosse anche un interesse nazionale britannico. Mi interrompeva di continuo, per prendere tempo dissi che avevo mal di testa perché avevo dovuto fare i conti con le loro monetine.
D. Poi nel giugno 2001 le venne affidata la guida del ministero dell’economia…
R. Quando diventai ministro molto era già stato fatto e preparato. Nel gestire la transizione proposi la banconota da un euro. Se si voleva una moneta globale, competitiva con il dollaro, bisognava pensare anche ai tagli e alla configurazione materiale. Se vai in un Paese del mondo e dai una banconota da un dollaro, la prendono. Con una monetina da un euro è diverso. Nell’Europa centro-settentrionale esisteva una tradizione di monete metalliche di alto valore. In Italia avevamo ancora le mille lire di carta. Con l’euro, la moneta lasciata come mancia al bar poteva valere più del caffè. Ci fu chi sottovalutò questo effetto e si trovò in difficoltà alla fine del mese.
D. Non sarebbe bastata una maggiore informazione sui prezzi e sul cambio?
R. Il problema non riguardava solo i cartelli nei negozi. Ricordo, per esempio, studi legali che passarono dal fatturare parcelle di dieci milioni di lire a10mila euro, in un rapporto di 1 a 1. Quando adotti un nuovo strumento monetario devi tenere conto di tutte le complessità di comportamento, di pensiero e di simbologia.
D. Nel frattempo è cambiata anche la struttura del capitalismo. Da dove bisogna partire per capirlo?
R. Dalla crisi del 1929 e dalle risposte istituzionali che seguirono. Il Glass-Steagall Act impediva alle banche che raccoglievano risparmio di svolgere attività speculative. Con la globalizzazione quella separazione fu eliminata e alle banche che raccoglievano risparmio fu consentito di fare attività speculative. Cambiò anche la struttura delle grandi istituzioni finanziarie: le partnership diventarono società a responsabilità limitata.
D. E il passaggio successivo?
R. Prima c’è stata la globalizzazione finanziata dalle banche, poi l’espansione dei fondi e, successivamente, di un universo di altre entità, anche non regolate e offshore. Qui è avvenuta una trasformazione fondamentale: il passaggio dal conto patrimoniale al conto economico. Il conto patrimoniale era il conto dei valori e delle responsabilità verso gli operai, il territorio. Il conto economico era quello dei risultati dell’esercizio. Progressivamente il primo è diventato una scrittura, mentre il secondo ha conquistato centralità. E l’orizzonte del risultato si è accorciato: dall’anno al mese, fino all’istantaneo.
D. Che cosa comporta per il modo di investire?
R. Si riduce anche il peso dei fondamentali. Un fondo può essere disposto a pagare di più perché conta di uscire prima. Dal suo punto di vista, il prezzo può avere una logica anche se non corrisponde ai fondamentali dell’impresa: è basato su una scommessa. È stata una delle grandi mutazioni del capitalismo.
D. Un meccanismo che aiuta a leggere anche la crisi del 2008?
R. Nel 2008 ci fu la scommessa su valori ipotizzati, moltiplicati, ma separati dal sottostante, dalla realtà. Poi la realtà si presentò e provocò la grande crisi. Non fu soltanto una crisi finanziaria: fu una crisi del meccanismo della globalizzazione.
D. Quali risposte si confrontarono?
R. Una era il Global Legal Standard, la proposta italiana: non si poteva vivere in un mondo senza regole comuni. Bisognava passare dal free trade al fair trade. Nella nostra visione doveva essere una replica di Bretton Woods che aveva riguardato la moneta, noi volevamo intervenire sul mercato.
D. Ma prevalse un’altra impostazione…
R. Quella del Financial Stability Board, presieduto da Mario Draghi. Poi, sui due lati dell’Atlantico, arrivarono l’helicopter money in America e il whatever it takes in Europa. Diventato alla fine un whatever mistakes. Il risultato si vede nella distanza tra le curve del pil e quelle della finanza: dal 2012 quella del prodotto interno lordo è rimasta quasi piatta, quella della finanza è salita in verticale.
D. È qui che colloca il passaggio del potere dalla politica alla finanza?
R. L’iconografia parla da sola: il passaggio di consegne del 2019 tra Mario Draghi e Christine Lagarde alla Bce. Sul palco i banchieri centrali, in platea i capi di Stato e di governo europei ad applaudire. Avrebbe immaginato De Gasperi o de Gaulle ad applaudire i banchieri? Quell’immagine racconta il passaggio dalla politica alla finanza. Ma la finanza, a sua volta, ha ceduto alla realtà che aveva contribuito a creare: gli oligarchi della rete. Già all’inizio rivendicavano la possibilità di svolgere le funzioni degli Stati. Si presentavano come repubbliche digitali: alle strutture statali avrebbero sostituito strutture informatiche, alla democrazia forme di partecipazione sulla rete. E alla moneta una loro moneta: Libra, quella progettata da Facebook. Poi Libra è sparita, ma l’idea era quella di una moneta interna al loro sistema.
D. Oggi il confronto sulla flessibilità delle regole europee può segnare un ritorno della politica?
R. Il ritorno della politica lo vediamo nel dibattito sull’energia. E la politica che fa Giorgia Meloni è il principio della politica futura necessaria.
D. Se anche le grandi piattaforme aspirano a creare una propria moneta, che cosa resta oggi del legame tra denaro, ricchezza e potere?
R. Il termine pecuniario richiama il pecus, il bestiame: più pecore avevi, più eri ricco. Ed era ricchezza mobile, perché la pecora camminava da sola. Sulle antiche monete c’era la testa della pecora, poi quella dei sovrani e dei leader politici nazionali. Con l’euro le banconote non hanno più simboli politici, hanno infrastrutture, monumenti, architetture stilizzate. Il compromesso di una moneta comune senza un’unità politica. Con l’euro digitale non ci saranno più né teste né monumenti. E nemmeno la pecora che, nel frattempo criptonizzata, è impazzita. (riproduzione riservata)
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