In un rovente pomeriggio di gennaio, Aaron Davis è sceso da una Toyota Land Cruiser bianca appena arrivata in un villaggio di capanne di fango. Era il culmine della stagione secca in Sierra Leone. Il terreno color ocra acceso era punteggiato da profondi pozzi circolari, che gli abitanti del villaggio avevano scavato nella speranza di trovare oro e diamanti. Ma Davis era venuto alla ricerca di un altro tipo di tesoro.
Per raggiungere il villaggio, nell’est del paese, avevamo attraversato piantagioni di anacardi e palme da olio, più una ferrovia che trasportava il minerale di ferro fino alla costa, nell’ambito di un progetto estrattivo sostenuto dalla Cina. Davis, che portava una bandana da motociclista intorno al collo per proteggerlo dal sole, mi aveva permesso di accompagnarlo a condizione che mantenessi segreto il nome del villaggio. Si vociferava che altri stranieri stessero curiosando da quelle parti.
Un agricoltore del posto, Alex John Bulle, ci ha guidato lungo un sentiero dietro una capanna al margine della foresta. È stato un sollievo sentire l’aria fresca sotto gli alberi. Davis si è precipitato verso alcuni arbusti esili e ingialliti. A un occhio inesperto come il mio, ben poco li distingueva dalla vegetazione circostante. Ma quella non era una piantagione qualsiasi. Era un esperimento segreto per sviluppare una pianta di caffè in grado di resistere al cambiamento climatico.
Attualmente solo due specie di caffè sono coltivate su larga scala: arabica e robusta. La maggior parte dei consumatori ritiene che l’arabica abbia un gusto migliore, ma è anche molto vulnerabile all’aumento delle temperature. Secondo Davis, le piantine che stavamo osservando – appartenenti a una specie selvatica naturalmente resistente al calore, la stenophylla – potrebbero essere la chiave per salvare la straordinaria bevanda.
Fino a pochi anni fa gli scienziati temevano che in Sierra Leone la stenophylla fosse estinta. Ma nel 2018, dopo aver attraversato per mesi le foreste del paese, Davis aveva riscoperto la specie. E adesso quella radura era uno delle decine di siti dove la stava coltivando insieme alla sua squadra, di cui fa parte anche Bulle.
Davis, un botanico dei Royal botanic gardens di Kew, a Londra, è un cercatore di caffè selvatico. Lui e i suoi collaboratori sostengono di aver scoperto circa un terzo delle oltre 130 specie di caffè selvatico che conosciamo. Di formazione accademica, Davis tende a parlare apertamente del suo lavoro. Ma è un’inclinazione che ha dovuto imparare a reprimere.
Il mondo del caffè selvatico è sorprendentemente spietato. Botanici, esploratori al servizio delle aziende e avventurieri si contendono la scoperta di specie che potrebbero avere un valore commerciale. Durante un recente viaggio in Malaysia, dove era andato a visitare alcune aziende agricole che coltivano un raro ibrido di caffè, Davis aveva saputo che qualcuno lo stava seguendo. Gli agricoltori avevano raccontato alla sua squadra, che aveva pubblicato sui social informazioni sul viaggio di Davis, che una persona sospetta era arrivata negli stessi luoghi circa due settimane dopo la sua partenza cercando di farsi dare dei semi. A volte i cacciatori di caffè non si prendono neppure la briga di chiedere: Davis mi ha detto che l’anno prima erano state rubate migliaia di piante di stenophylla da una fattoria in Sierra Leone.
Ma la strada per salvare il caffè è disseminata di ostacoli ancora più grandi. L’aumento delle temperature sta spingendo al limite perfino la tolleranza al calore della stenophylla. Davis aveva chiesto che le piante coltivate in Sierra Leone non fossero annaffiate: l’esperimento voleva verificare se la stenophylla era ancora in grado di crescere normalmente nel suo habitat naturale. Ma le piante sembravano passarsela male. Le loro foglie lunghe e nastriformi, che dovrebbero essere di un verde intenso e lucido, erano pallide e secche come carta.
(Dimas Ardian, Bloomberg/Getty)
Nel corso degli anni Davis ha dovuto anche rassegnarsi al fatto che le grandi aziende non sembrano particolarmente interessate ad aiutarlo. Il mercato del caffè, che ha un valore stimato di circa 250 miliardi di dollari all’anno, è dominato da una manciata di imprese, per la maggior parte europee e statunitensi. Sono più interessate all’approvvigionamento nel breve periodo che alla pianificazione a lungo termine.
Nel 2025 Mywish Maredia, un’economista dell’università del Michigan, ha calcolato che l’industria mondiale del caffè spende in ricerca e sviluppo meno dello 0,1 per cento dei propri ricavi annuali, molto meno rispetto a settori paragonabili. La conseguente mancanza di innovazione potrebbe mettere a rischio i 2,25 miliardi di tazze di caffè che il mondo beve ogni giorno. “Userei la parola ‘crisi’”, ha detto Maredia.
Davis, 61 anni, che tra una spedizione e l’altra a caccia di caffè gira tra i quartieri occidentali di Londra su una moto d’epoca, sembra essersi assunto l’onere di individuare le specie in grado di sopravvivere a un clima che cambia. A parte il suo modesto stipendio dai Kew gardens, non guadagna e non vuole guadagnare nulla da nessuno dei suoi progetti. In un piccolo ristorante lungo la strada in Sierra Leone, ha segnato sulla nota spese il costo di un pranzo di pesce. “La gente pensa che sia pazzo,” mi ha detto. “Non ricevo bonus, non ho nessun benefit. Dormo nei posti peggiori. Lo faccio esclusivamente per il piacere di farlo e perché avrà degli effetti”.
Nel mondo del caffè Davis è considerato un anticonformista, uno che ha idee interessanti ma tutto sommato stravaganti sul futuro del settore. Anche se nell’industria qualcuno riconosce la necessità di sperimentare (“Dobbiamo cercare opportunità dappertutto,” mi ha detto il dirigente di un’azienda statunitense), le grandi compagnie del caffè tendono a considerare il progetto di Davis di coltivare nuove specie su larga scala una fantasia costosa e campata in aria.
Però Davis ama le sfide. Ha scelto come terreno di prova la Sierra Leone, un paese che in passato era un grande esportatore di caffè, ma che dopo la rovinosa guerra civile degli anni novanta ne produce ben poco. La maggior parte dei coltivatori ritiene che il suo clima sia troppo caldo e secco per produrre chicchi di alta qualità. Davis non è d’accordo. Se una varietà di caffè riesce a crescere in Sierra Leone, pensa, può crescere quasi ovunque.
A Kew, l’idea che le foreste del pianeta nascondano tesori sottovalutati ha radici profonde. Nel 1759 la principessa Augusta, madre di re Giorgio III, fondò i giardini che oggi si estendono su 130 ettari lungo la riva meridionale del Tamigi, nella zona ovest di Londra. Kew divenne il centro della botanica imperiale. I suoi raccoglitori di piante attraversavano Africa, Asia e Americhe alla ricerca di specie con potenzialità commerciali, imballando gli esemplari promettenti in contenitori appositamente progettati e spedendoli a Londra.
(Abhishek Chinnappa, Getty)
Alcuni furono ridistribuiti in altre parti dell’impero britannico. Alla metà dell’ottocento il personale di Kew mandò in India alcuni alberi di china sudamericani dalla cui corteccia si ricavava il chinino, un antimalarico naturale. Questo farmaco aiutò i britannici a sopravvivere alla malaria nell’Africa occidentale e centrale, facilitando la colonizzazione delle regioni interne del continente. Kew contribuì anche a spostare la produzione mondiale della gomma dall’Amazzonia al sudest asiatico. Nel 1876 l’esploratore Henry Wickham organizzò uno dei più audaci furti di piante della storia contrabbandando dal Brasile 70mila semi di caucciù e spedendoli a Kew. I semi furono poi inviati nella Malaysia britannica, dove furono usati per creare le prime piantagioni.
Oggi Kew non è più impegnata nella ricerca di colture tropicali redditizie e si dedica alla conservazione e allo studio. Ma il suo erbario, un immenso archivio scientifico dove sono conservati più di sette milioni di esemplari, offre indizi preziosi per la ricerca di colture resistenti ai cambiamenti climatici.
Negli ultimi anni i coltivatori di caffè hanno dovuto affrontare siccità, gelate, grandinate e alluvioni. Insieme a questi fenomeni meteorologici estremi, le stagioni sono diventate più imprevedibili: le piogge arrivano troppo presto e le stagioni secche durano troppo a lungo. In Etiopia, paese d’origine dell’arabica, gli acquazzoni precoci fanno sbocciare fiori che appassiscono prima dell’impollinazione. “È un fenomeno senza precedenti. Quando parli con la gente del posto, ti dice: ‘Non abbiamo mai visto niente di simile’”, racconta Davis. In Colombia, il caldo sempre più intenso sta spingendo i coltivatori di arabica a salire sulle montagne, dove la terra è più scarsa ma il clima più fresco (l’arabica soffre sopra i 30 gradi). In Brasile, che è il maggiore produttore mondiale di caffè, nel 2020 e nel 2021 una grave siccità seguita da gelate ha distrutto quasi seicentomila tonnellate di caffè, il 6 per cento della produzione mondiale.
A causa del cambiamento climatico, dei dazi e del costo crescente della manodopera, il prezzo medio del caffè tostato e macinato negli Stati Uniti è più che raddoppiato rispetto al 2020. “Nel giro di dieci anni il caffè diventerà un bene di lusso”, dice Davis.
Come suggerisce il suo nome, la robusta, una varietà ricca di caffeina ampiamente usata per il caffè solubile, è più resistente al calore dell’arabica. Ma neppure la robusta è immune al cambiamento climatico. Negli altopiani centrali del Vietnam, la più importante regione al mondo per la sua coltivazione, lunghi periodi di siccità seguiti da alluvioni hanno provocato un forte calo delle rese.
Nel 2015 alcuni ricercatori tedeschi, colombiani e nicaraguensi pubblicarono uno studio in cui sostenevano che entro il 2050 metà della superficie mondiale destinata alla coltivazione del caffè potrebbe diventare inutilizzabile. Era la prima volta che le aziende del settore ricevevano un avvertimento così netto. Leggere quell’articolo “è stato una specie di doccia fredda”, mi ha raccontato dal suo ufficio di Milano Andrea Illy, presidente della Illycaffè.
(Khadija Farah, The New York Times/Contrasto)
Coltivare caffè è sempre stata un’attività ad alto rischio e con margini di profitto modesti. Circa la metà dei 25 milioni di coltivatori di caffè del mondo vive con meno di 3,20 dollari al giorno. Quest’anno la guerra di Donald Trump contro l’Iran li ha costretti a fare i conti anche con il rincaro dei fertilizzanti. Se a questo si aggiungono condizioni meteorologiche sempre più mutevoli, un’attività già precaria sta diventando pericolosamente instabile.
A causa del cambiamento climatico molti agricoltori stanno pensando di passare a colture più affidabili, come le banane o le palme da olio, o addirittura di abbandonare l’attività. Nel frattempo, la domanda mondiale di caffè continua a crescere: in Cina il consumo è più che raddoppiato negli ultimi dieci anni. Come soddisfare gli ordini futuri è un problema che assilla i produttori. “Da dove arriveranno i prossimi venti milioni di sacchi?”, si chiede Dave Behrends della Sucafina, una grande società di commercio di caffè con sede a Ginevra. “E i quaranta successivi?”.
Anche quando non lavora, Davis passa gran parte del tempo tra le piante. Cura l’orto e il giardino della casa nella zona ovest di Londra dove vive con la moglie Lucy Smith, un’artista botanica conosciuta a Kew. Dopo la morte dei genitori, Davis ha cominciato ad andare regolarmente sulla costa del Kent, nel sudest dell’Inghilterra, per occuparsi del loro rigoglioso giardino tropicale. Qui è nata la sua passione per la ricerca delle piante. Quando lui e sua sorella erano piccoli, la madre, appassionata di giardinaggio, li portava alle fiere di piante e nei vivai per comprare fiori e arbusti rari. Il giardino di famiglia era così magnifico che a volte il postino si fermava lì per bersi una tazza di tè.
Da adolescente Davis era fidanzato con la figlia di un uomo che negli anni cinquanta aveva lavorato in India come raccoglitore di farfalle. Il fascino e lo spirito d’avventura di un lavoro che consisteva nel girare il mondo all’inseguimento di esemplari esotici catturarono la sua immaginazione. Cominciò a raccogliere bruchi, ma poi si rese conto di essere più interessato a coltivare le piante di cui si nutrivano. All’università studiò botanica e scrisse la sua tesi di dottorato sui bucaneve, fiori bianchi selvatici originari dell’Europa e del Medio Oriente che sbocciano in inverno.
Poco dopo la laurea, Davis stava prendendo il tè ai Kew gardens quando per caso si mise a parlare con Diane Bridson, un’esperta di piante di caffè che lavorava a Kew. Davis la tempestò di domande su quante specie di caffè esistono e dove crescono, solo per sentirsi rispondere: “Nessuno lo sa con precisione”. Colpita dal suo entusiasmo, Bridson finì per assumerlo perché lo scoprisse. Davis partì così per una missione che puntava a catalogare tutte le specie di caffè esistenti, passando gran parte del suo tempo in Madagascar.
Verso la metà degli anni duemila, quando le conversazioni dei suoi colleghi cominciavano a essere dominate dal cambiamento climatico, Davis si preoccupò delle possibili ricadute sul caffè. Rendendosi conto che al riguardo esistevano pochissimi dati, nel 2012 mise insieme una piccola squadra di botanici per raccogliere tutte le informazioni possibili.
Decisero di concentrare le loro ricerche sull’Etiopia, il principale produttore di caffè in Africa. Gli scienziati di Kew, affiancati dai colleghi etiopi, passarono anni percorrendo in auto quasi cinquantamila chilometri, spesso su strade così remote da non comparire neppure sulle mappe del governo. Visitarono il maggior numero possibile di aziende agricole che producevano caffè, raccogliendo dati sul clima di ciascuna zona e usandoli per elaborare modelli in grado di prevedere cosa sarebbe successo con l’aumento delle temperature. I risultati li sconvolsero. Secondo i modelli, entro la fine del secolo vaste zone dell’Etiopia sarebbero diventate inadatte alla coltivazione del caffè.
In Etiopia Davis aveva sperato di trovare varietà selvatiche di arabica che si erano adattate naturalmente a temperature più elevate, ma tornò a mani vuote. Cominciò a chiedersi se non sarebbe stato meglio cercare una specie selvatica completamente diversa. Nelle foreste africane, pensava, da qualche parte dovevano esistere piante di caffè con caratteristiche genetiche favorevoli, come la resistenza al calore o alla siccità. Naturalmente avrebbero dovuto anche avere un buon sapore.
Una specie che attirò la sua attenzione fu la stenophylla, coltivata in Sierra Leone all’inizio del novecento ma abbandonata già negli anni cinquanta. Davis non aveva mai visto una pianta viva, ma ne conosceva l’aspetto. Nell’erbario di Kew è conservato un esemplare raccolto da George Don, un botanico scozzese, durante una spedizione in Sierra Leone negli anni trenta dell’ottocento. In diversi periodi la stenophylla fu coltivata a fini commerciali in vari altri paesi africani, seppure in scala ridotta rispetto alla Sierra Leone.
Sappiamo che l’arabica è stata la prima specie di caffè a essere commercializzata, ma gli abitanti dell’Africa occidentale potrebbero aver consumato la stenophylla già molto tempo prima. Daniel Sarmu, un esperto di sviluppo originario della Sierra Leone che in seguito avrebbe partecipato alla ricerca della specie scomparsa, mi ha raccontato che i suoi antenati tostavano i semi di stenophylla sul fuoco e poi li macinavano nei mortai.
Le donne usavano i frutti della pianta per fare il sapone e insaporire il cibo, mentre dai suoi rami si ricavavano bastoni da passeggio. Gli agricoltori continuarono a coltivare la stenophylla durante il dominio coloniale britannico, ma a partire dall’inizio del ventesimo secolo passarono progressivamente alla robusta, che garantiva rese maggiori.
La stenophylla aveva anche altre qualità. Fonti dell’ottocento e del primo novecento ne lodano il sapore; in una rivista scientifica del 1929, un esploratore francese la definisce squisita. Don sosteneva che il suo gusto fosse superiore a quello dell’arabica.
Davis ha tirato fuori dal bagaglio un macinino a mano e un sacchetto di caffè, e si è messo a prepararmi un’altra tazza di excelsa
Davis sapeva che la stenophylla era in grado di resistere al caldo e alla siccità: era originaria di una regione molto più calda delle zone di produzione in Etiopia. Ma sapeva anche che mettersi a cercare la stenophylla o specie simili non era un’impresa da prendere alla leggera. “È molto, molto difficile trovare caffè selvatico”, mi ha detto a dicembre, mentre eravamo seduti nel suo ufficio, una stanzetta in cima a una scala a chiocciola rossa di ferro battuto proprio sopra l’erbario. Era pieno di barattoli con vecchi chicchi di caffè, campioni di dna di caffè selvatico conservati in contenitori ermetici, mappe e vecchi manuali di botanica vittoriani rilegati in pelle. Stavamo sorseggiando tazze di excelsa dolce e fruttata: un’altra specie resistente alla siccità che gli agricoltori stanno coltivando in Uganda con l’aiuto di Davis.
Davis mi ha spiegato che molte specie selvatiche crescono in piccole sacche isolate nel folto della foresta. Alcune piante di caffè arrivano fino a venti metri nelle foreste pluviali d’alta quota, mentre altre sono arbusti esili diffusi soprattutto nelle zone più basse. I loro frutti possono essere di un rosso acceso o neri come l’inchiostro e avere le dimensioni di un pisello o di un acino d’uva. Con i semi (quelli che comunemente chiamiamo chicchi) si possono preparare infusioni dagli aromi bizzarri come gelsomino, chiodi di garofano, carbone, marshmallow e igname viola.
La ricerca del caffè selvatico è un lavoro fisicamente impegnativo, perché bisogna farsi strada a colpi di machete tra la vegetazione per giorni interi, trascinandosi dietro le ingombranti aste da potatura necessarie per raccogliere i frutti dalle cime degli alberi. Nei primi anni duemila, quando andava alla ricerca di specie in Camerun, Davis era ulteriormente appesantito da uno zaino pieno di tintinnanti bottiglie di Johnnie Walker Black – regali destinati ai capi villaggio in cambio del permesso di esplorare le loro terre.
La caccia al caffè può essere anche pericolosa. Nelle foreste del Madagascar, alla fine degli anni novanta, Davis e il suo mentore, il biologo malgascio Franck Rakotonasolo, erano alla ricerca di specie che credevano potessero essere naturalmente prive di caffeina. Durante la spedizione Davis sviluppò il piede da trincea e passò una settimana in ospedale per un’infezione da anchilostoma. Nonostante quel calvario, ricorda le sue avventure con nostalgia. “Essere giovani, ingenui e non avere molti soldi,” dice, “rende tutto emozionante”.
Nel 2014 Davis compì cinquant’anni, ma aveva l’energia di un uomo più giovane, per non parlare dei suoi vent’anni di esperienza nella giungla. Era ancora disperatamente a corto di fondi. Ma se c’era qualcuno che poteva riuscire a trovare la stenophylla, quello era lui.
Una conversazione con un collega gli offrì una possibile soluzione. Jeremy Haggar, ecologo all’università di Greenwich, gli raccontò che stava lavorando con alcuni coltivatori di robusta in Sierra Leone. Davis propose di unire le forze per cercare la stenophylla, sempre che esistesse ancora. Secondo le ricerche dello stesso Davis, il 60 per cento delle specie di caffè selvatico rischia l’estinzione a causa della deforestazione, del cambiamento climatico, dei parassiti e delle malattie. Ammesso che crescesse ancora da qualche parte, avrebbero dovuto cercarla in un paese grande più o meno quanto la Scozia.
Haggar accolse la sfida con entusiasmo, ma entrambi erano consapevoli di dover adottare un approccio mirato. Davis passò al setaccio i documenti conservati nella biblioteca di Kew e scoprì che l’ultimo avvistamento documentato della stenophylla, nel 1954, era avvenuto in una foresta a tre ore di viaggio a est di Freetown, la capitale della Sierra Leone. Nel 2018 lui e Haggar, insieme a Sarmu, l’esperto di sviluppo della Sierra Leone, cominciarono a cercare in quella zona e sulle colline intorno a Freetown. Arrivare fin lì era stato tutt’altro che facile. Prima l’epidemia di ebola in Africa occidentale li aveva costretti a rimandare i programmi di viaggio. Poi alcune foglie dall’aspetto promettente che Haggar aveva trovato in Sierra Leone si rivelarono diverse dall’esemplare conservato nell’erbario di Kew.
Malgrado la gioia e l’emozione di essere finalmente sul campo, la pianta continuava a nascondersi. Sarmu si spostava in moto da una fattoria all’altra, chiedendo alla gente di tenere gli occhi aperti. Affisse perfino dei manifesti con l’immagine delle foglie di stenophylla e l’invito a inviare eventuali campioni. “Ci arrivò un sacco di roba strana”, racconta Davis. “Ma niente stenophylla”.
In un afoso pomeriggio di dicembre, Davis, Haggar e Sarmu avanzavano nella foresta di Kasewe, nel centro del paese. Si stava facendo tardi: avevano passato ore cercando di ottenere dal capo villaggio il permesso di entrare nella foresta e di trovare qualcuno che ce li portasse. All’improvviso Davis notò un piccolo arbusto seminascosto nella vegetazione. Era l’unica pianta di caffè della zona e aveva foglie lunghe e strette che si assottigliavano fino a terminare in una punta acuminata. Era certo che fosse una stenophylla.
La sensazione, dice Davis, fu di “assoluto sollievo”. “Trovare finalmente una pianta viva è stato davvero emozionante”. Sebbene fosse sano, l’arbusto era ancora troppo giovane per dare frutti. Ma almeno avevano la prova che la stenophylla era ancora viva e vegeta.
Mentre tornavano verso l’auto, Sarmu osservò che il paesaggio gli ricordava le foreste intorno alla sua città di origine, Kenema, la capitale del commercio dei diamanti in Sierra Leone. Forse la stenophylla cresceva anche da quelle parti? Si diressero verso quella zona. Dopo diverse ore di cammino attraverso la fitta foresta sulle colline intorno a Kenema, i tre individuarono diversi alberi adulti di stenophylla, alti circa sette metri, che crescevano su un pendio. Neppure quelli davano frutti. Ma quando tornarono a controllare, all’inizio del 2020, trovarono i rami carichi di bacche nere come l’inchiostro.
Non erano ancora del tutto mature, ma dopo la partenza dei suoi colleghi Sarmu le raccolse e spedì dieci grammi di semi di stenophylla in Inghilterra. Nel 2021 Davis e Haggar portarono il pacchetto alla sede della Union Coffee, una torrefazione londinese specializzata in prodotti provenienti da filiere etiche. Steven Macatonia, cofondatore dell’azienda Union Coffee, era interessato a commercializzare la stenophylla se si fosse rivelata all’altezza della sua reputazione.
Dopo essere riusciti a ricavare abbastanza polvere per preparare qualche espresso, gli uomini assaggiarono i primi sorsi. Secondo le regole, dopo aver bevuto il degustatore deve mantenere un’espressione neutra, per non influenzare i colleghi; ma Davis non riusciva a reprimere un sorriso. Furono tutti d’accordo: la dolcezza della stenophylla, la consistenza setosa e la morbidezza sulla lingua facevano pensare a un’arabica di alta qualità, e più precisamente alla red bourbon del Ruanda, una varietà pregiata che domina la produzione in quel paese dell’Africa orientale. “È stato strabiliante”, dice Davis.
(Fao 2026)
La Union Coffee era disposta a mettere in vendita la stenophylla se fosse stato possibile coltivarla su larga scala, e Davis era ansioso di coinvolgere anche altre aziende. L’anno seguente organizzò una degustazione alla cieca per un gruppo di assaggiatori professionisti a Montpellier, in Francia. Con grande soddisfazione di Davis, la maggior parte dei degustatori non fu in grado di distinguere la stenophylla dall’arabica.
Nell’aprile del 2021 pubblicò i risultati in un articolo su Nature. Nel giro di poche ore la sua casella di posta fu sommersa dalle richieste, alcune provenienti da grandi aziende come la Illy. Purtroppo non c’era abbastanza stenophylla per soddisfare la domanda. Si parlava di ulteriori sperimentazioni. La Starbucks, che sostiene di usare solo arabica, cominciò a studiare la possibilità di incrociarla con la stenophylla, nella speranza di trasferire all’ibrido parte della sua resistenza al caldo e alla siccità.
Sei anni dopo, però, l’entusiasmo iniziale per la stenophylla si è spento. Mentre piccoli operatori di nicchia continuano a contendersi le scorte estremamente limitate disponibili, l’interesse dei pesi massimi del mercato è rimasto marginale, senza nessuno degli ingenti investimenti che Davis aveva sperato di ottenere. La maggior parte della ricerca e sviluppo legata al clima si è invece concentrata sulla selezione di varietà più resistenti delle specie commerciali già note. Davis è convinto che questo metodo non possa spingersi troppo in là. “Se rimani all’interno di una stessa specie sei vincolato dai suoi limiti biologici”, dice.
Ma addomesticare specie di caffè selvatico come la stenophylla è difficile e costoso. Il primo passo per introdurre una nuova specie consiste nel trovare nella foresta un caffè che non solo abbia un buon sapore, ma produca anche molti frutti. Poi bisogna cominciare a fare esperimenti. Di quanta ombra ha bisogno? A che altitudine riesce a prosperare? Quanta acqua le serve? E prima di riuscire a coltivare su larga scala una specie selvatica, bisogna domarla. “Non è facile convincere una zebra a tirare un carro”, dice Vern Long, amministratrice delegata della World Coffee Research, un’organizzazione che collabora con l’industria del caffè per selezionare varietà di arabica e robusta resistenti alle alte temperature. Lavorando su diverse generazioni di piante, spiega Long, bisogna selezionare gli individui più forti – i più vigorosi, con le rese e il gusto migliori – e incrociarli fino a ottenere piante con caratteristiche genetiche solide e stabili. Anche con i moderni strumenti di selezione, è un processo che può richiedere decenni.
Ci sono altri ostacoli da superare. Bisogna convincere i coltivatori a sradicare i loro alberi e a piantare una specie sconosciuta che impiegherà anni prima di raggiungere la maturità. Bulle – il coltivatore che collabora al progetto di Davis – racconta che i suoi genitori coltivavano la robusta, ma avevano abbandonato le loro piante durante la guerra civile degli anni novanta, quando 2,6 milioni di persone dovettero lasciare le loro terre. Per i coltivatori della sua generazione, la stenophylla rappresenta sia un’opportunità sia una sfida. “Sono molto preoccupato”, dice. “È una cosa completamente diversa”.
(Fao 2026)
* Il prezzo reale è corretto in base al potere d’acquisto
Infine, bisogna sperare che i potenziali consumatori non si lascino scoraggiare dal gusto insolito di un nuovo caffè: “Proporgli qualcosa che non conoscono è un grosso rischio”, dice Pablo von Waldenfels dell’azienda tedesca Tchibo.
Ma Davis resta convinto del potenziale della stenophylla ed è deciso a dimostrare che può essere coltivata su scala commerciale nel suo ambiente d’origine. Insieme a Sarmu e Haggar sta collaborando con decine di agricoltori della Sierra Leone per coltivare 12mila piante nell’ambito di un programma sostenuto da un piccolo finanziamento della Sucafina.
“È un’iniziativa che secondo noi potrebbe davvero aiutare la nostra industria nei prossimi vent’anni”, ha detto Behrends, responsabile del settore commerciale dell’azienda. Malgrado il sostegno della Sucafina, i fondi per le sperimentazioni restavano insufficienti, e Davis e Haggar facevano frequenti viaggi in Sierra Leone per controllare le giovani piante. Quando li ho raggiunti, a gennaio, il paese stava attraversando una stagione secca particolarmente arida. Mentre il nostro aereo scendeva verso l’aeroporto di Freetown, vedevo ardere piccoli incendi nella foresta sottostante.
La mattina seguente, seduto nella sala da pranzo del nostro albergo fuori città, Davis ha liquidato sbrigativamente il Nescafé che ci avevano offerto. “Non bevo più questa roba comune”, ha riso. “Bevo cose che neanche la scienza conosce”. Ha tirato fuori dal bagaglio un macinino a mano e un sacchetto di caffè, e si è messo a prepararmi un’altra tazza di excelsa.
Davis e Haggar hanno passato una settimana a controllare i loro appezzamenti di stenophylla in varie parti del paese. In molti luoghi gli alberi apparivano stentati e sofferenti, in parte a causa del caldo, ma anche perché il progetto andava avanti con risorse minime e, in alcuni casi, senza fertilizzanti. Di tanto in tanto, la precarietà dell’impresa spegneva il consueto buonumore di Davis. “Stiamo partendo assolutamente da zero”, mi ha detto dopo aver ispezionato un sito deludente. “La capacità di fare ricerca e di intervenire in Sierra Leone è quasi inesistente”.
Quando ci siamo addentrati all’interno del paese per raggiungere gli altopiani orientali, gli alberi hanno cominciato ad avere un aspetto più sano. Erano più alti e robusti e le foglie apparivano di un verde più scuro. In un appezzamento abbiamo incontrato un coltivatore il cui problema principale era tenere alla larga i vicini. Convinti che le piante di stenophylla fossero erbacce, ne avevano abbattute diverse. “Qui la maggior parte della gente non sa nulla della stenophylla”, mi ha detto. Per fortuna, decine delle sue piante erano sopravvissute alla strage e stavano per mettere le foglie. Era orgoglioso di coltivare il caffè originario del suo paese e sperava di raccogliere diversi chili di chicchi l’anno dopo: un raccolto modesto ma simbolico. Davis era felicissimo di vedere come stavano crescendo bene le piante di stenophylla. “Ero arrivato al punto di pensare che non sarebbero mai fiorite, quindi sono contentissimo”, mi ha detto.
Tornato a Londra, Davis attendeva con ansia notizie dalle piantagioni di stenophylla. Sarebbero riuscite a superare la lunga stagione secca? A giugno mi ha mandato un messaggio entusiastico: le piante che a gennaio erano in fiore stavano producendo frutti. “Sai,” mi ha detto, “credo che ce la faremo. Berremo la stenophylla”.
Il piano è di cominciare a commercializzare il caffè come prodotto di alta gamma, vendendolo agli appassionati a caro prezzo. Ma a causa delle rese modeste della stenophylla i coltivatori come Bulle dovranno comunque fare una scommessa azzardata. Davis, però, pensa che ci possa essere un modo per distribuire il rischio. Da tempo perlustra le foreste della Sierra Leone alla ricerca di un’altra specie di caffè selvatico.
La liberica, che alle alte temperature se la cava meglio dell’arabica, è coltivata soprattutto nel sudest asiatico, ma è originaria dell’Africa occidentale. Nel diciannovesimo secolo alcuni abolizionisti statunitensi importarono i suoi chicchi dalla Liberia, una repubblica dell’Africa occidentale fondata per reinsediare gli afroamericani liberi e gli ex schiavi. Durante la guerra civile americana, li usarono per servire ai soldati dell’Unione una bevanda dal gusto fruttato e affumicato.
Secondo Davis la liberica, che può raggiungere i venti metri di altezza, potrebbe fornire alla stenophylla l’ombra di cui ha disperatamente bisogno, oltre ad aiutare i coltivatori a diversificare le loro colture. All’inizio del 2026 ha trovato quello che potrebbe essere un albero di liberica in una foresta al confine tra la Sierra Leone e la Liberia e intende analizzarne il dna. La sua équipe di Kew ha identificato un ibrido naturale di liberica ed excelsa, il libex, che a quanto pare è più gustoso della liberica pura e ha una resa più alta, pur conservandone la resistenza al caldo.
Davis è sempre in cerca di nuovi modi per contagiare altre persone con la sua passione per il caffè selvatico. Lui e la moglie a volte parlano di scrivere un libro sulla sua vita e sul suo lavoro (Smith esita all’idea di imbarcarsi in quello che potrebbe diventare un progetto senza fine: sospetta che il marito continuerà per sempre a scoprire nuovi tipi di caffè). Davis fantastica di far preparare espressi di stenophylla al miglior barista francese durante il World barista championship. Un’altra idea è mettere all’asta da Sotheby’s o Christie’s il prossimo raccolto del coltivatore della Sierra Leone orientale. Per suscitare interesse intorno alla stenophylla ha regalato un piccolo sacchetto di chicchi a James Hoffmann, un barista britannico che gestisce un popolare canale YouTube. “È un caffè dal gusto pulito e dolce, con una punta di acidità e note floreali”, ha detto Hoffmann in un video. “Mi riempie davvero di speranza”. ◆ gc
Tomas Weber è un giornalista freelance che vive a Londra. Collabora con The Economist, Financial Times e altri giornali.
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