Per decenni abbiamo considerato la menopausa come il momento in cui le ovaie esauriscono la loro funzione. Finita la produzione degli ovociti, terminata la possibilità di una gravidanza, questi piccoli organi sembravano aver concluso il proprio compito. Tanto che, durante alcuni interventi ginecologici, asportare ovaie perfettamente sane è stato a lungo considerato un modo ragionevole per prevenire futuri tumori.
Ma se questa convinzione fosse incompleta? Una ricerca americana, ripresa dal Washington Post, suggerisce che le ovaie continuino a svolgere un’attività biologica anche molti anni dopo la menopausa, quando una donna ha ormai raggiunto i 70 o 75 anni.
La scoperta non dimostra ancora che conservarle allunghi la vita. Ma solleva una questione importante: possiamo continuare a considerare inutile un organo soltanto perché ha terminato la propria funzione riproduttiva?
Un organo che continua a cambiare
I ricercatori hanno studiato campioni di tessuto ovarico di donne in postmenopausa, analizzando migliaia di proteine coinvolte nel funzionamento cellulare.
Hanno osservato che, con il passare degli anni, le ovaie non rimangono semplicemente inattive. Cambia la composizione delle proteine, si modificano i processi di riparazione dei tessuti e diventano più evidenti i segnali legati all’infiammazione e all’attività immunitaria.
È un risultato interessante perché suggerisce che l’ovaio continui a partecipare ai processi biologici dell’invecchiamento.
Attenzione, però: trovare proteine associate all’infiammazione non significa dimostrare che le ovaie provochino malattie. Alcune modificazioni potrebbero rappresentare risposte fisiologiche all’età, altre contribuire alla comparsa di patologie. La distinzione richiederà ulteriori studi.
Gli ormoni non scompaiono completamente
La menopausa determina una drastica riduzione della produzione ovarica di estrogeni, ma non equivale alla cessazione assoluta di ogni attività endocrina.
Le ovaie possono continuare a produrre androgeni, precursori di ormoni che altri tessuti dell’organismo possono trasformare in estrogeni.
Questo aspetto potrebbe avere conseguenze sulla salute delle ossa, sul metabolismo, sulla sessualità e forse anche sul sistema cardiovascolare e sul cervello.
Quanto pesi realmente questa produzione residua rispetto a quella delle ghiandole surrenali e dei tessuti periferici resta però da chiarire.
La differenza è sostanziale: sapere che un organo produce ancora ormoni non significa aver dimostrato che la sua conservazione prevenga infarti, demenza o osteoporosi.
La domanda che riguarda migliaia di interventi chirurgici
È qui che la scoperta assume un significato clinico concreto.
Una donna di 62 anni deve sottoporsi a isterectomia per una patologia benigna. Le ovaie sono sane. Conviene conservarle oppure asportarle per eliminare il rischio di un futuro tumore ovarico?
Non esiste una risposta valida per tutte.
L’asportazione bilaterale riduce il rischio di carcinoma ovarico, ma determina anche la perdita della funzione endocrina residua. Studi osservazionali hanno associato l’intervento, soprattutto se eseguito prima della menopausa naturale, a maggiori rischi cardiovascolari e ad alcune conseguenze sulla salute generale.
D’altra parte, nelle donne con mutazioni genetiche ad alto rischio, come BRCA1 e BRCA2, l’asportazione preventiva di tube e ovaie può rappresentare una misura salvavita.
Per molte donne a rischio oncologico ordinario, un’alternativa da discutere è l’asportazione delle tube conservando le ovaie durante interventi già programmati. Una strategia che può ridurre il rischio di alcuni carcinomi ovarici senza provocare la perdita immediata della funzione ovarica.
Il punto non è dunque conservare sempre le ovaie, ma evitare che la loro rimozione diventi una decisione automatica, basata esclusivamente sull’età.
E se le ovaie raccontassero come invecchiamo?
La prospettiva più affascinante riguarda il futuro della medicina.
L’ovaio è uno degli organi nei quali i cambiamenti associati all’età diventano evidenti relativamente presto. Studiare ciò che accade dopo la menopausa potrebbe aiutare a comprendere meglio i meccanismi dell’invecchiamento femminile.
I ricercatori hanno identificato modificazioni molecolari che meritano attenzione anche per i possibili collegamenti con lo sviluppo dei tumori ovarici.
Ma siamo ancora nella ricerca di base. Non disponiamo di un esame capace di misurare l’età biologica attraverso queste proteine, né di trattamenti che possano ringiovanire le ovaie o prevenirne le trasformazioni patologiche.
Che cosa cambia oggi per una donna?
Non serve sottoporsi a nuovi controlli ovarici soltanto perché è stata pubblicata questa ricerca. E non esistono indicazioni per iniziare una terapia ormonale sulla base dei risultati dello studio.
Cambia, invece, il modo di affrontare alcune decisioni.
Prima di un intervento ginecologico, soprattutto quando le ovaie sono sane, è ragionevole chiedere quali siano i benefici concreti della loro asportazione, quali rischi comporti conservarle e se esistano alternative.
La decisione deve considerare età, familiarità oncologica, eventuali mutazioni genetiche, patologie concomitanti e preferenze personali.
La lezione è più ampia. La medicina ha spesso interpretato gli organi in relazione alla loro funzione principale. Ma un organo può smettere di svolgere un compito e continuare a essere importante per altri.
La menopausa chiude la stagione riproduttiva della donna. Non necessariamente quella biologica delle sue ovaie. E comprendere questa differenza potrebbe cambiare il modo in cui ci prendiamo cura della salute femminile nella seconda metà della vita.
References:
- Bartels M. Why the ovary still matters well beyond menopause. The Washington Post, 14 ottobre 2026.
- The human ovary exhibits dynamic molecular remodeling in the decades post-menopause. Aging Cell, 2026. Studio originale su 28 donne, con analisi di 5.812 gruppi proteici. PubMed.
- Northwestern University. The ovary doesn’t retire after menopause. 14 ottobre 2026.
- Stout MB, Duncan FE. Does the postmenopausal ovary still matter? Science, 2026;394:44–45
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