#Finsubito news dalla rete – il costo dell’inazione e il valore della prevenzione – Ambient&Ambienti


Dalla conoscenza geologica alla pianificazione del territorio: perché investire nella sicurezza significa proteggere vite umane, risorse economiche e futuro delle nuove generazioni

 

di Patty L’Abbate (*)

C’è una contraddizione che attraversa da decenni le politiche ambientali italiane: conosciamo le fragilità del nostro territorio, disponiamo di competenze scientifiche avanzate e di strumenti per individuare le aree maggiormente esposte ai rischi naturali, eppure continuiamo a intervenire prevalentemente quando il danno si è già verificato. Frane, alluvioni ed erosione costiera vengono ancora affrontate troppo spesso come eventi eccezionali, mentre rappresentano fenomeni la cui pericolosità è ampiamente documentata e che possono essere aggravati dai cambiamenti climatici, dal consumo di suolo e da una gestione territoriale inadeguata.

È proprio da questa riflessione che nasce l’importanza dell’iniziativa “L’Italia che frana”, presentata il 13 ottobre a Roma dalla Società Italiana di Geologia Ambientale (SIGEA-APS), in occasione della Giornata internazionale per la riduzione del rischio dei disastri delle Nazioni Unite. Un brano rap, realizzato da Samen Mi Casa e La Voce di Selea, accompagnato da un videoclip che ripercorre alcune delle catastrofi naturali del nostro Paese, ha caratterizzato in modo originale la giornata, attraverso un linguaggio apparentemente distante dalla geologia, ma capace di raggiungere soprattutto le giovani generazioni.

Apprezzo con convinzione a questa iniziativa perché ritengo che la divulgazione scientifica debba uscire dai contesti specialistici. La cultura della prevenzione si costruisce anche attraverso la scuola, la comunicazione e la partecipazione dei cittadini. Conoscere il territorio significa comprendere le condizioni che determinano il rischio e acquisire consapevolezza delle proprie responsabilità.

Un Paese fragile che continua a consumare suolo

Secondo i dati ISPRA, le aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata rappresentano il 9,5% del territorio nazionale (nella foto, la frana a Montescaglioso (MT) del 2020)

I dati ISPRA descrivono un Paese caratterizzato da una diffusa esposizione ai rischi naturali. Secondo le rilevazioni richiamate nel corso dell’iniziativa, il 94,5% dei Comuni italiani è interessato da aree esposte a pericolosità da frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe. Le aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata rappresentano il 9,5% del territorio nazionale. A questa vulnerabilità si aggiunge il consumo di suolo, che ha raggiunto un ritmo di circa 21,5 ettari al giorno. L’impermeabilizzazione dei terreni altera il ciclo naturale dell’acqua, riduce la capacità di infiltrazione, aumenta il deflusso superficiale e può amplificare gli effetti degli eventi meteorologici intensi. Non si tratta quindi soltanto di una perdita di superficie agricola o naturale, ma della progressiva riduzione di servizi ecosistemici fondamentali per la sicurezza e il benessere delle comunità.

Anche la Puglia presenta criticità significative. Il 9,1% del territorio regionale risulta classificato a pericolosità da frana, con circa 63mila persone e oltre 17mila edifici in aree a rischio. Quasi 136mila abitanti sono inoltre esposti al rischio alluvioni.

Secondo un’analisi di Greenpeace del settembre 2026, tra il 2015 e il 2024 i danni provocati da frane e alluvioni nella regione hanno superato i 500 milioni di euro, mentre gli stanziamenti pubblici considerati nell’analisi ammonterebbero a circa 25 milioni. Numeri che impongono una riflessione sulle priorità della spesa pubblica e sulla capacità di programmare gli interventi.

La prevenzione conviene anche economicamente

Dal punto di vista dell’economia ecologica, la prevenzione rappresenta un investimento capace di evitare o ridurre costi futuri, proteggendo contemporaneamente capitale naturale, infrastrutture e attività produttive. Le alluvioni dell’Emilia-Romagna del 2023, con danni stimati in circa 8,6 miliardi di euro, dimostrano quanto possano essere elevate le conseguenze economiche di eventi estremi in territori vulnerabili. Eppure, per troppo tempo, la prevenzione è stata considerata una spesa rinviabile, mentre le risorse destinate alla ricostruzione vengono necessariamente mobilitate quando l’emergenza è già in corso.

Occorre modificare questa impostazione. Non basta aumentare gli stanziamenti: bisogna garantire continuità finanziaria, qualità della progettazione, capacità amministrativa e strumenti efficaci di monitoraggio. Il costo dell’inazione, infatti, non coincide soltanto con quello della ricostruzione. Comprende l’interruzione delle attività economiche, la perdita di servizi ecosistemici, il danneggiamento delle infrastrutture, gli effetti sulla salute e, soprattutto, le conseguenze sulle vite delle persone.

Le proposte di SIGEA: conoscenza, educazione e investimenti

In questo quadro assumono particolare interesse le proposte avanzate da SIGEA.

La prima riguarda l’introduzione dell’ Attestato di Pericolosità Naturale (APEN) negli atti di compravendita immobiliare, per rendere più trasparente la conoscenza delle condizioni di pericolosità del territorio.

La seconda prevede di destinare almeno l’uno per mille delle risorse per gli interventi di mitigazione del rischio ad attività di educazione, informazione e autoprotezione della popolazione.

La terza riguarda l’istituzione di un Fondo trentennale per la difesa del suolo, affiancato da un Fondo di rotazione destinato agli studi e ai monitoraggi geologici, per consentire anche ai Comuni più piccoli di disporre delle conoscenze necessarie a programmare gli interventi.

Sono proposte che meritano un confronto istituzionale approfondito perché affrontano tre aspetti strettamente collegati: conoscenza del rischio, consapevolezza dei cittadini e stabilità degli investimenti.

Dalla conoscenza scientifica alle scelte politiche

Il consumo di suolo ha raggiunto un ritmo di circa 21,5 ettari al giorno. (Dati ISPRA, foto SNPA)

La prevenzione richiede innanzitutto conoscenza. Per questo considero fondamentale il completamento della Carta geologica d’Italia alla scala 1:50.000, uno strumento indispensabile per comprendere la struttura e le caratteristiche del nostro territorio e supportare una pianificazione consapevole.

Nel corso della mia attività parlamentare ho sostenuto il finanziamento della cartografia geologica nazionale anche attraverso un emendamento a mia prima firma.

Nella stessa direzione si colloca la mia proposta di legge C.1430 sul contenimento del consumo di suolo, insieme alle iniziative legislative dedicate alla resilienza delle coste.

La tutela del territorio non può essere affrontata attraverso interventi isolati. È necessario integrare la pianificazione urbanistica con la gestione delle risorse idriche, la conservazione degli ecosistemi e le strategie di adattamento ai cambiamenti climatici. Occorre inoltre rafforzare le competenze tecniche degli enti locali, perché anche la migliore conoscenza scientifica rischia di rimanere inutilizzata se non viene tradotta in decisioni amministrative e interventi concreti.

Il futuro non può franare insieme al territorio

La vera sfida è trasformare la prevenzione da risposta occasionale a componente strutturale delle politiche pubbliche.

Ogni ettaro di suolo sottratto alle sue funzioni naturali, ogni intervento rinviato e ogni informazione scientifica ignorata possono contribuire ad aumentare la vulnerabilità delle comunità. Non tutti gli eventi naturali possono essere evitati, ma molto può essere fatto per ridurne le conseguenze attraverso una pianificazione responsabile. È questo il messaggio che dobbiamo trasmettere soprattutto ai giovani: la sicurezza del territorio non è soltanto una questione tecnica, ma un diritto collettivo e una responsabilità intergenerazionale. Un Paese che conosce le proprie fragilità e non interviene non può continuare a chiamare emergenza ciò che avrebbe potuto prevenire.

Investire nella conoscenza, nella tutela del suolo e nella riduzione del rischio significa scegliere un modello di sviluppo capace di guardare oltre l’immediato.

Perché la prevenzione non rappresenta soltanto un costo evitato: rappresenta il valore di un futuro che abbiamo il dovere di proteggere.

 

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