“La parola ‘complesso’ sfugge spesso di mano a chi cerca di darle una definizione precisa”. Inizia così la lectio magistralis che il premio Nobel Giorgio Parisi ha tenuto oggi all’Auditorium del complesso Aldo Moro dell’Università di Torino, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Fisica dei Sistemi Complessi da parte dell’Università di Torino e dell’Università del Piemonte Orientale. Un riconoscimento per il contributo decisivo dello scienziato alla nascita e allo sviluppo di una disciplina nella quale i due atenei hanno investito congiuntamente, dando vita nel 2009 al primo corso di laurea magistrale in Fisica dei Sistemi Complessi in Italia.
“Un sistema complesso è un sistema il cui comportamento può cambiare nel tempo, cioè capace di mostrare molti comportamenti diversi senza perdere la propria identità”. Parisi sceglie questa definizione per introdurre la sua lezione che, come recita il titolo, va dall’acqua che bolle all’intelligenza artificiale. L’acqua che bolle è un fenomeno collettivo, spiega, perché cambia il modo in cui le molecole stanno insieme, si relazionano e interagiscono. È d’altronde proprio nell’interazione tra gli elementi che sta la radice della complessità: il comportamento di un sistema complesso non si esaurisce infatti nella somma dei comportamenti delle singole parti che lo compongono, ma è molto di più.
Un sistema complesso è infatti un sistema che funziona su interazioni eterogenee e, come ha sottolineato il professor Michele Caselle durante la sua laudatio, l’intuizione fondamentale di Parisi è stata quella di rendersi conto che queste interazioni eterogenee si potevano organizzare. Trovare l’ordine gerarchico che governa il disordine è un’idea straordinaria perché ha infinite applicazioni.
Comprendere la complessità di oggi con la scienza
Se è nelle relazioni tra gli elementi che si manifesta la complessità, comprenderla richiede anche di mettere in relazione i saperi. Un lavoro nel quale intuizione e verifica procedono insieme, come ha sottolineato la rettrice di UniTo Cristina Prandi: “In questo percorso c’è un rapporto stretto tra intuizione, metodo e rigore. L’intuizione permette di riconoscere collegamenti non evidenti e di porre domande nuove. Il rigore consente di verificare le ipotesi, sviluppare i modelli e metterne alla prova i risultati. Sono aspetti inseparabili del lavoro scientifico”.
Il percorso di Parisi mostra quanto questo rapporto possa essere fecondo anche nell’incontro tra discipline: come ha ricordato il rettore di UPO Menico Rizzi, il suo approccio pionieristico ha avuto un impatto ben oltre la fisica, trovando applicazioni nella biologia, nelle neuroscienze, nell’informatica e nelle scienze sociali. Attraversare i confini delle discipline permette infatti di riconoscere strutture comuni in fenomeni apparentemente lontani e di trasferire strumenti e domande da un campo all’altro. È proprio questa capacità di stabilire collegamenti che diventa particolarmente preziosa oggi, mentre l’intelligenza artificiale modifica gli strumenti della ricerca e impone di interrogarsi sul rapporto tra potenza di calcolo e comprensione.
Su questo punto torna Prandi, indicando nella storia scientifica di Parisi un riferimento per affrontare la trasformazione: “L’intelligenza artificiale è una delle sfide cruciali del nostro tempo, anche per la ricerca scientifica: strumenti sempre più potenti sono oggi in grado di affrontare calcoli che fino a ieri richiedevano anni di lavoro. Ci aiuteranno molto. Ma la storia del professor Parisi ci ricorda che c’è qualcosa che nessuna capacità di calcolo, per quanto grande, può sostituire: l’intuizione di riconoscere, in un campo del sapere, la chiave per comprenderne un altro, anche molto lontano. È una capacità profondamente umana, e un’università ha il compito di custodirla e di coltivarla”.
Ricerca e società: chi decide il futuro dell’AI?
Il compito dell’università riguarda dunque sia le possibilità aperte dai nuovi strumenti sia le condizioni nelle quali la ricerca potrà continuare a svilupparsi. A rendere evidente quanto queste condizioni stiano cambiando è Caselle: “Stiamo attraversando un mare in tempesta dal punto di vista della ricerca. Siamo stati travolti da uno tsunami e oggi non possiamo dire cosa vorrà dire fare ricerca fra un anno”. Questa incertezza porta la riflessione fuori dai laboratori, perché le scelte su chi sviluppa le tecnologie, chi può comprenderle e chi ne governa gli effetti riguardano l’intera società. È su questo terreno che si colloca anche l’impegno pubblico di Parisi, richiamato da Prandi quando ricorda che il fisico “ha portato le proprie competenze fuori dai luoghi della ricerca, intervenendo su questioni di interesse collettivo”.
Questo impegno si è tradotto in un ragionamento sulle possibilità concrete di orientare il cambiamento, a partire dalla transizione energetica. Secondo Parisi, la riduzione dei costi delle fonti rinnovabili e dei sistemi di accumulo, favorita dagli investimenti e dalla produzione su larga scala, offre un’opportunità da sfruttare insieme al risparmio energetico, rendendo più efficienti i trasporti e migliorando l’isolamento delle abitazioni. Lo stesso criterio di responsabilità deve accompagnare lo sviluppo delle infrastrutture dell’IA: imporre ai data center l’autonomia energetica sarebbe, a suo giudizio, economicamente sostenibile, purché si introducano norme capaci di stabilire le condizioni del loro sviluppo e prevenirne l’impatto sul sistema energetico. La possibilità tecnica di intervenire chiama quindi in causa la capacità pubblica di fissare regole e indirizzi.
Per l’intelligenza artificiale, tuttavia, esercitare questa responsabilità richiede anzitutto di conoscere sistemi il cui sviluppo si è progressivamente spostato dalla ricerca pubblica agli interessi privati. Parisi ricorda che fino a una decina di anni fa la ricerca sull’IA si svolgeva prevalentemente nelle università, mentre oggi diventa più difficile comprenderne la direzione. Né l’ipotesi di rallentare questa corsa offre una risposta facilmente praticabile: nella competizione tra Stati Uniti e Cina, osserva, un rallentamento avrebbe senso soltanto se fosse globale, un accordo difficile però da immaginare nell’attuale contesto di tensioni commerciali. Diventa perciò ancora più urgente discutere di come governare una trasformazione già in corso e delle sue conseguenze sociali.
Le capacità di questi strumenti sono, per Parisi, indiscutibili: svolgono molte attività più rapidamente di noi e, nella collaborazione tra persone e macchine, consentono livelli di efficienza fino a poco tempo fa impensabili. Proprio questo aumento della produttività rende necessario chiedersi come distribuirne i benefici e quali sono i costi oltre che chiedersi se effettivamente la società ne abbia bisogno. Per affrontare queste conseguenze con consapevolezza, però, il pubblico deve poter comprendere il funzionamento delle tecnologie: accedere ai modelli dall’esterno non equivale a conoscerne i meccanismi interni, e senza questa conoscenza diventa difficile anche costruire una legislazione efficace.
È qui che si concentra la proposta di Parisi per arginare la preoccupazione: riportare la grande ricerca sull’intelligenza artificiale nel pubblico, attraverso investimenti massicci che consentano di sviluppare competenze e strumenti di controllo. L’IA nasce infatti dalla ricerca pubblica ed è stata costruita sul patrimonio di conoscenze dell’umanità, un patrimonio che, sostiene il fisico, non può diventare proprietà esclusiva di soggetti privati. Restituire al pubblico la capacità di fare ricerca su questi sistemi significa rendere effettivo il diritto di sapere che cosa sta accadendo e creare le condizioni per orientarne lo sviluppo nell’interesse collettivo.
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