#Finsubito news dalla rete – Sotto Traccia Finanza n. 23 – Il denaro cambia strada: euro digitale, criptovalute, intelligenza artificiale e il risiko che presenta il conto


Immagine generata da ChatGPT in relazione al contenuto del post

La settimana finanziaria che si chiude domenica 11 ottobre 2026 ci consegna una fotografia piuttosto interessante, e per certi versi contraddittoria, di quello che sta accadendo nel mondo delle banche, delle assicurazioni e dei pagamenti.

Da una parte ci sono consumatori che acquistano oggi e pagano domani, investitori facoltosi che inseriscono criptovalute nei propri portafogli e una Banca centrale europea che prepara la sperimentazione dell’euro digitale con una partecipazione particolarmente significativa degli operatori italiani. Dall’altra continuano le grandi manovre bancarie, con Crédit Agricole che guarda alla Germania, lo Stato olandese che riduce la propria presenza in ABN Amro e il risiko italiano che solleva interrogativi sempre più concreti sulle conseguenze per famiglie e imprese.
Nel frattempo l’intelligenza artificiale entra nei processi decisionali delle compagnie assicurative, modifica le prospettive della guida automobilistica e diventa perfino un motivo di competizione tra Hong Kong e Singapore. Ma, come ricordano le autorità di vigilanza, affidare nuove responsabilità alle macchine non significa poter rinunciare a quelle degli esseri umani.
Il filo conduttore della settimana è proprio questo: la finanza sta cambiando strumenti, protagonisti e dimensioni, ma resta da capire se tutti questi cambiamenti produrranno vantaggi anche per chi utilizza quotidianamente i servizi bancari e assicurativi.

Buy Now Pay Later: il credito diventa invisibile, ma il debito rimane

Fonte: QN Economia, 5 ottobre 2026 – Articolo di Achille Perego.

Il Buy Now Pay Later, cioè il sistema che permette di acquistare immediatamente un prodotto e pagarne il prezzo successivamente, generalmente attraverso poche rate, continua a crescere anche in Italia, conquistando soprattutto i consumatori più giovani grazie alla semplicità delle procedure e alla possibilità di dilazionare gli acquisti senza interessi, purché vengano rispettate le condizioni contrattuali.
Come racconta Achille Perego, il valore delle operazioni è passato da un miliardo di euro nel 2021 a 6,8 miliardi nel 2024, mentre i dati di Experian indicano una crescita superiore al 50% su base annua nel mese di gennaio preso in esame. Millennials e Generazione Z rappresentano insieme il 57% delle richieste, a conferma di quanto questa forma di finanziamento sia diventata familiare a chi utilizza abitualmente piattaforme digitali e commercio elettronico.
Oltre il 75% delle transazioni avviene online, soprattutto per abbigliamento, elettronica, prodotti di bellezza e articoli per la casa. L’importo medio è di 171 euro negli acquisti online e sale a 731 euro nei negozi fisici.
Il successo si spiega facilmente: pochi clic, una valutazione del merito creditizio spesso molto rapida e la sensazione di poter gestire meglio il proprio bilancio familiare. Il problema, però, è che la facilità con cui si ottiene una dilazione può far dimenticare che si tratta comunque di un impegno finanziario.
Tre acquisti da cento euro, ciascuno suddiviso in tre rate, possono sembrare operazioni trascurabili se considerati separatamente, ma diventano un problema quando le scadenze si sovrappongono ad affitti, bollette e altre spese.
La vera innovazione del Buy Now Pay Later non consiste quindi nell’aver inventato il pagamento rateale, che esiste da decenni, ma nell’averlo reso quasi indistinguibile dal pagamento ordinario. E proprio questa apparente invisibilità rappresenta il suo principale rischio.

Criptovalute: i ricchi le comprano, ma in Italia vogliono ancora il consulente

Fonte: MF-Milano Finanza, 6 ottobre 2026 – Articolo di Sara Bichicchi.

Le criptovalute non sono più soltanto una passione degli investitori tecnologici o di chi cerca guadagni speculativi, perché stanno entrando anche nei portafogli delle persone con patrimoni finanziari importanti.
Secondo una ricerca di CoinShares, realizzata su oltre 2.200 investitori facoltosi in sette Paesi, circa il 70% degli intervistati negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Germania investe in asset digitali. In Italia la percentuale scende al 58%, un dato comunque significativo per una categoria di investitori tradizionalmente abituata a utilizzare strumenti finanziari più consolidati.
L’aspetto che considero particolarmente interessante riguarda però il rapporto con la consulenza finanziaria. In Italia il 40% degli investitori facoltosi che possiedono criptovalute si affida a un wealth manager, contro una media europea del 27%, mentre l’85% di chi ancora non investe in questi strumenti prenderebbe in considerazione la possibilità di farlo attraverso un consulente.
Questo dato racconta una realtà diversa dalla narrazione secondo cui le tecnologie digitali sarebbero destinate a cancellare ogni forma di intermediazione. Al contrario, quando cresce la complessità degli strumenti, può aumentare anche il bisogno di qualcuno che aiuti a comprenderli.
Naturalmente occorre distinguere la diffusione degli investimenti dalla loro effettiva convenienza. Il fatto che una quota elevata di persone facoltose possieda criptovalute non dimostra che questi strumenti siano adatti a tutti, né elimina volatilità, rischi operativi e possibilità di perdite rilevanti.
È interessante anche il divario generazionale: gli investitori facoltosi sotto i 45 anni destinano mediamente alle criptovalute una quota del portafoglio quasi doppia rispetto agli altri, l’11% contro il 6%.
Per le banche e le reti di consulenza si apre dunque una nuova sfida: accompagnare la clientela verso strumenti innovativi senza trasformare la consulenza in una semplice attività di collocamento di prodotti alla moda.

Crédit Agricole guarda alla Germania: nel risiko europeo non c’è soltanto UniCredit

Fonte: MF-Milano Finanza, 7 ottobre 2026 – Articolo di Andrea Deugeni e Luca Gualtieri.

Mentre l’attenzione del mercato continua a concentrarsi sulle operazioni di UniCredit in Germania e sul ruolo di Crédit Agricole nel capitale di Banco BPM, il gruppo bancario francese starebbe valutando un’altra possibile acquisizione, questa volta nel credito alle piccole e medie imprese tedesche.
L’obiettivo è IKB, banca di Düsseldorf specializzata nel finanziamento del Mittelstand, cioè quel tessuto di imprese di dimensioni medio-piccole che costituisce una componente fondamentale dell’economia tedesca.
Secondo le indiscrezioni riportate da MF, Crédit Agricole potrebbe partecipare alla fase delle offerte vincolanti, valutando l’istituto circa 600 milioni di euro, mentre l’attuale proprietario Lone Star punterebbe a una valorizzazione intorno ai 900 milioni.
IKB dispone di un portafoglio crediti di circa 8 miliardi, impiega 570 persone e ha realizzato un utile netto di 36 milioni nell’ultimo esercizio citato.
L’interesse si inserisce nel piano Act 2028, attraverso il quale il gruppo guidato da Olivier Gavalda punta ad aumentare dal 55% al 60% la quota dei ricavi realizzati fuori dalla Francia e a raggiungere due milioni di clienti in Germania nell’arco di tre anni.
La notizia dimostra che il consolidamento bancario europeo non riguarda esclusivamente le grandi operazioni di Borsa, ma passa anche attraverso acquisizioni industriali mirate, capaci di rafforzare la presenza in settori specifici e territori economicamente importanti.
E conferma un altro elemento: mentre in Italia Crédit Agricole continua a essere protagonista del dossier Banco BPM, il gruppo francese sta costruendo contemporaneamente una strategia di espansione che supera ampiamente i confini italiani.

Euro digitale: l’Italia è in prima fila nella sperimentazione europea

Fonte: Il Sole 24 Ore, 7 ottobre 2026 – Articolo di Isabella Bufacchi.

È probabilmente una delle notizie più importanti della settimana, anche se rischia di essere sottovalutata perché riguarda un progetto che non vedremo ancora utilizzare quotidianamente per diversi anni.
L’Italia avrà un ruolo particolarmente rilevante nella sperimentazione dell’euro digitale, prevista nella seconda metà del 2027, attraverso la partecipazione di UniCredit, Monte dei Paschi, Banca Sella, Poste Italiane, isybank, Nexi Payments e Numia, ai quali si aggiunge Satispay, società italiana registrata in Lussemburgo.
Su 36 prestatori di servizi di pagamento selezionati, otto sono dunque riconducibili al sistema italiano, un risultato che testimonia la presenza nel nostro Paese di competenze tecnologiche e industriali importanti nel settore dei pagamenti.
La sperimentazione durerà dodici mesi e servirà a verificare il funzionamento dell’infrastruttura, sia nei pagamenti online sia in quelli offline, coinvolgendo operatori commerciali e personale delle banche centrali, non ancora la generalità dei cittadini.
Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha indicato il 2029 come possibile anno della prima emissione, subordinatamente al completamento del percorso legislativo europeo e alla successiva decisione del Consiglio direttivo.
Occorre infatti chiarire che l’euro digitale non è ancora stato approvato definitivamente e che il progetto pilota non equivale alla sua introduzione sul mercato.
L’obiettivo della BCE è realizzare una forma digitale di moneta pubblica che affianchi il contante, offrendo contemporaneamente un’infrastruttura europea capace di rafforzare la concorrenza nei pagamenti e ridurre la dipendenza dai grandi operatori internazionali.
Il punto interessante, a mio giudizio, è che questa infrastruttura non dovrebbe necessariamente sostituire le soluzioni private, ma permettere loro di svilupparsi e operare più facilmente a livello europeo.
È una partita che si collega direttamente alla nascita della rete europea dei pagamenti promossa anche da Bancomat, della quale ci siamo occupati recentemente. Le due iniziative hanno caratteristiche differenti, ma condividono un obiettivo strategico: evitare che il futuro dei pagamenti europei venga deciso esclusivamente altrove.

HSBC, Hong Kong e Singapore: anche l’intelligenza artificiale diventa una questione geografica

Fonte: Il Sole 24 Ore, 7 ottobre 2026 – Articolo di Livia Caivano.

L’intelligenza artificiale non modifica soltanto il funzionamento delle banche, ma sta diventando anche un elemento di competizione tra i principali centri finanziari internazionali.
Secondo le indiscrezioni riportate nell’articolo, l’autorità monetaria di Hong Kong avrebbe chiesto chiarimenti a HSBC sulla decisione di collocare a Singapore un nuovo hub globale dedicato all’intelligenza artificiale, anziché rafforzare ulteriormente le attività nella città cinese.
La questione va oltre la scelta di una sede operativa. Hong Kong e Singapore competono da tempo per attrarre investimenti, dirigenti, imprese finanziarie e competenze tecnologiche, e l’arrivo di un centro specializzato nell’intelligenza artificiale può significare nuovi posti di lavoro qualificati, ricerca e capacità di innovazione.
HSBC, guidata da Georges Elhedery, ha avviato una riorganizzazione concentrata sui mercati strategici e punta a utilizzare l’intelligenza artificiale soprattutto nella gestione patrimoniale e nei pagamenti digitali, prevedendo anche il reclutamento di oltre cento specialisti.
Questa vicenda dovrebbe far riflettere anche l’Europa, perché il luogo in cui vengono sviluppate le tecnologie finanziarie del futuro non è una questione secondaria: significa decidere dove si concentreranno competenze, investimenti, capacità decisionale e occupazione qualificata.

ANIA e IVASS: l’intelligenza artificiale può aiutare, ma qualcuno deve continuare a rispondere delle decisioni

Fonte: MF-Milano Finanza, 7 ottobre 2026 – Articolo di Anna Messia

L’Insurance Day ha offerto un confronto particolarmente interessante tra le opportunità industriali dell’intelligenza artificiale e i rischi che possono derivare da un suo utilizzo non sufficientemente controllato.
Il presidente dell’ANIA Giovanni Liverani ha ricordato la solidità del settore assicurativo italiano, con un indice di solvibilità del 274%, premi in crescita del 7,5% e utili per 11,5 miliardi nel 2025.
Secondo Liverani l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità, soprattutto nella gestione e nell’analisi dei dati, ma deve essere governata e controllata, fino alla possibilità di interromperne il funzionamento quando non rispetti gli obiettivi stabiliti.
Ancora più interessante è stato l’intervento di Maddalena Rabitti, consigliera dell’IVASS, che ha richiamato il rischio di una dipendenza comune delle compagnie dalle stesse tecnologie, infrastrutture e fornitori.
Se molte imprese assicurative utilizzano sistemi simili, un malfunzionamento potrebbe infatti produrre conseguenze contemporanee su più operatori, trasformando un problema tecnologico in un rischio potenzialmente sistemico.
Rabitti ha inoltre sottolineato che le compagnie devono conservare quella che ha definito sovranità cognitiva sulle decisioni, evitando che l’autonomia tecnologica diventi una delega opaca delle responsabilità.
È un passaggio fondamentale, soprattutto con l’arrivo degli agenti autonomi di intelligenza artificiale, capaci di svolgere attività articolate e assumere iniziative all’interno dei limiti loro assegnati.
Per il mondo assicurativo significa poter automatizzare istruttorie, valutazioni e liquidazioni dei sinistri, ma anche dover chiarire chi controlla il processo, chi interviene quando qualcosa non funziona e chi risponde degli eventuali danni.
E aggiungerei una domanda che raramente compare nei grandi convegni: quale sarà l’effetto di questa trasformazione sulle persone che oggi svolgono quelle attività?

Le regole bancarie europee: semplificare non significa necessariamente migliorare

Fonte: MF-Milano Finanza, 8 ottobre 2026 – Intervento di Giovanni Sabatini, professore a contratto all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Giovanni Sabatini affronta una questione che accompagna da anni il dibattito sull’Unione bancaria: come rendere il sistema europeo più competitivo senza indebolire le garanzie che devono proteggerlo dalle crisi.
La Commissione europea ha presentato una roadmap per semplificare la regolamentazione bancaria, ridurre duplicazioni, rendere più proporzionati alcuni adempimenti e facilitare la circolazione di capitale e liquidità all’interno dei gruppi transfrontalieri.
Secondo le stime richiamate nell’intervento, una maggiore libertà nella gestione delle risorse potrebbe rendere disponibili fino a 230 miliardi di euro, mentre l’applicazione delle regole patrimoniali potrebbe, secondo le valutazioni dell’industria, produrre effetti restrittivi sulla capacità di credito.
Sabatini segnala però una contraddizione: le nuove proposte legislative sono attese nel 2027, quando diverse riforme già approvate saranno ancora in fase di applicazione.
Il rischio è che una semplificazione continuamente accompagnata da nuove norme finisca per aumentare, almeno temporaneamente, proprio quella complessità che si vorrebbe eliminare.
La conclusione è condivisibile: non servono semplicemente meno regole, ma regole più coerenti, proporzionate e applicate in maniera omogenea nei diversi Paesi.
Perché un mercato bancario europeo non può dirsi veramente integrato se ogni gruppo deve continuare a confrontarsi con vincoli nazionali differenti nella gestione delle proprie risorse.

ABN Amro torna contendibile: lo Stato olandese si avvicina all’uscita

Fonte: Il Sole 24 Ore, 8 ottobre 2026 – Articolo di Alessandro Graziani.

La riduzione della partecipazione pubblica olandese in ABN Amro dal 20,7% al 10,5% apre una nuova fase nella storia di una banca che è stata protagonista di alcune delle operazioni più controverse della finanza europea.
Dopo il salvataggio del 2008 e il progressivo ritorno sul mercato, l’istituto presenta oggi una capitalizzazione di circa 34 miliardi di euro e ha chiuso il 2025 con un utile netto di 2,25 miliardi.
La strategia industriale è molto diversa da quella dei primi anni Duemila: meno ambizioni di espansione attraverso grandi acquisizioni e maggiore attenzione alla banca commerciale, al private banking e al wealth management.
L’articolo ricorda inevitabilmente il precedente di Antonveneta, acquistata da ABN Amro e successivamente finita nel perimetro delle operazioni che avrebbero avuto conseguenze pesantissime per Monte dei Paschi.
È una storia che dimostra come le aggregazioni bancarie possano generare valore, ma anche distruggerlo quando prevalgono valutazioni sbagliate, eccessiva leva finanziaria o ambizioni non sostenute dai fondamentali.
Oggi ABN Amro torna a essere una possibile protagonista del consolidamento europeo, come aggregatore oppure come obiettivo di acquisizione. Non esiste ancora un esito scritto, ma il progressivo disimpegno dello Stato rende più aperti gli scenari.

BFF, i piccoli azionisti contestano la cessione dei crediti

Fonte: la Repubblica, 9 ottobre 2026 – Articolo di Carlotta Scozzari.

La crisi di BFF continua ad arricchirsi di nuovi capitoli e, questa volta, al centro delle contestazioni dei piccoli azionisti finisce la cessione a Pollen Street di un portafoglio di crediti iscritto a bilancio per 127 milioni di euro.
Alcuni soci hanno chiesto una valutazione tecnica dell’operazione e, secondo quanto riferito dall’articolo, sarebbe emersa l’ipotesi di un potenziale danno di circa 90 milioni, una stima ancora non definitiva e che rappresenta la posizione degli azionisti interessati, non un danno accertato.
La contestazione riguarda soprattutto il valore attribuito a crediti verso pubbliche amministrazioni, alcuni dei quali sarebbero assistiti da sentenze definitive favorevoli oppure collegati a interessi di mora.
Secondo questa interpretazione, BFF avrebbe ceduto posizioni che avrebbero potuto produrre recuperi più elevati nel tempo. Se venissero trasferiti anche ulteriori interessi di mora futuri, il potenziale danno stimato dai contestatori potrebbe superare i 270 milioni.
L’amministratore delegato Giuseppe Sica ha invece difeso l’operazione, spiegando che i crediti spagnoli sarebbero stati ceduti a valori leggermente superiori a quelli contabili e che le operazioni permetterebbero di liberare oltre 60 milioni di capitale in prospettiva.
È importante distinguere le due posizioni, perché siamo di fronte a una controversia sulle valutazioni economiche e sulle scelte gestionali, non a un accertamento definitivo di responsabilità.
Resta però un interrogativo di fondo: quanto valore può andare perduto quando una banca, sotto pressione patrimoniale e regolamentare, deve accelerare la cessione di attività che in condizioni normali avrebbe forse gestito con tempi diversi?

Mutui quasi al 4%, mentre i prestiti alle imprese continuano a crescere

Fonte: Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2026 – Articolo firmato Laura Serafini

I dati di Banca d’Italia relativi ad agosto mostrano una ripresa del credito, ma anche un aumento del costo dei finanziamenti per le famiglie.
I prestiti alle imprese crescono del 4,2% su base annua, quelli alle famiglie del 2,9%, mentre il tasso sui mutui arriva al 3,99%, rispetto al 3,81% di luglio.
Il TAEG sulle nuove operazioni di credito al consumo sale al 10,78%, un livello che dovrebbe indurre a riflettere chi considera il ricorso al finanziamento una soluzione ordinaria per sostenere le spese familiari.
Il dato sui mutui è particolarmente significativo perché arriva mentre molte famiglie continuano a confrontarsi con prezzi elevati degli immobili e difficoltà nell’accesso alla casa.
Anche la remunerazione dei depositi racconta uno squilibrio: il tasso medio passivo sui depositi in essere è dello 0,69%, ben lontano dal costo applicato a chi chiede denaro in prestito, pur trattandosi di grandezze riferite a prodotti e condizioni differenti.
La crescita dei prestiti è certamente un segnale positivo, ma per giudicare davvero la qualità della ripresa bisognerà verificare quanto credito raggiungerà le piccole imprese, le famiglie e gli investimenti produttivi, anziché limitarsi a osservare l’andamento complessivo degli impieghi.

Risiko bancario: chi paga davvero il prezzo delle grandi fusioni?

Fonte: Il Sole 24 Ore – Plus24, 10 ottobre 2026 – Editoriale di Gianfranco Ursino.

Gianfranco Ursino pone una domanda che dovrebbe accompagnare ogni grande operazione bancaria: quali conseguenze avrà per famiglie e imprese la progressiva concentrazione del settore?
L’editoriale parte dalla sfida tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi e richiama una trasformazione strutturale del sistema italiano.
Tra l’inizio del 2016 e quello del 2026, secondo i dati riportati, il numero delle banche operanti in Italia è passato da 640 a 414, mentre gli sportelli sono diminuiti da 30.258 a 19.140.
Contemporaneamente il credito alle imprese, considerato in termini reali e nell’orizzonte temporale richiamato dall’autore, ha registrato una contrazione rilevante, mentre le banche hanno progressivamente aumentato il peso dei ricavi derivanti dai servizi, dal risparmio gestito e dalla distribuzione di prodotti assicurativi.
Ursino sostiene che una maggiore concentrazione possa tradursi in meno concorrenza, minore possibilità di scelta e crescente dipendenza della clientela da pochi grandi intermediari.
È una preoccupazione che merita attenzione, anche se bisogna evitare di attribuire automaticamente alle fusioni tutta la riduzione del credito, perché nel decennio hanno inciso anche domanda di finanziamenti, condizioni economiche, politiche monetarie e trasformazioni delle imprese.
L’editoriale richiama inoltre uno studio della Banca d’Italia sull’aumento delle interconnessioni tra operatori finanziari, evidenziando come partecipazioni, investimenti e legami societari possano amplificare la trasmissione degli shock.
Questa osservazione è particolarmente importante nell’attuale risiko, perché il problema non è soltanto quanti sportelli rimarranno aperti, ma quanto potere finanziario, commerciale e assicurativo si concentrerà nelle mani di pochi gruppi.
E qui credo che la discussione dovrebbe uscire dai soli consigli di amministrazione e tornare a coinvolgere territori, imprese, lavoratori e consumatori.

Guida autonoma e assicurazioni: meno incidenti potrebbero significare premi più bassi

Fonte: Corriere della Sera, 10 ottobre 2026 – Articolo di Francesco Bertolino.

Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ritiene che la diffusione delle tecnologie avanzate di assistenza alla guida possa contribuire, nel tempo, a ridurre i premi delle assicurazioni automobilistiche.
Il ragionamento è semplice: se i sistemi tecnologici riusciranno a diminuire in maniera significativa la frequenza e la gravità degli incidenti, le compagnie disporranno di dati che potrebbero giustificare una riduzione dei costi assicurativi.
Stellantis collabora con Wayve per sviluppare sistemi di guida di livello L2++, cioè tecnologie particolarmente avanzate che richiedono comunque la supervisione del conducente, con l’obiettivo di arrivare sul mercato nel 2028.
È uno scenario interessante, ma non ancora una certezza economica.
Le polizze dipendono infatti non soltanto dalla frequenza degli incidenti, ma anche dal costo delle riparazioni, dai prezzi dei ricambi, dalla gravità dei sinistri e dalle responsabilità che emergeranno quando una parte crescente delle decisioni di guida sarà affidata ai sistemi elettronici.
In prospettiva potrebbe perfino cambiare il modo in cui viene distribuita la responsabilità tra conducente, produttore del veicolo e fornitore del software.
La tecnologia può certamente migliorare la sicurezza stradale, ma il passaggio dalla riduzione degli incidenti alla diminuzione effettiva dei premi dovrà essere verificato nei fatti.

Generali, gli agenti di ANAGINA rivendicano il proprio ruolo

Fonte: Economy, 1° ottobre 2026 – Articolo di Sergio Luciano.

La 97ª assemblea nazionale di ANAGINA ha offerto un messaggio importante in una fase in cui Generali continua a essere al centro di grandi interessi finanziari e di possibili trasformazioni degli assetti proprietari.
L’associazione rappresenta circa 400 grandi agenzie organizzate in forma d’impresa e oltre 12 mila persone tra operatori commerciali e addetti alle attività amministrative.
Secondo i dati riportati, ANAGINA rappresenta, direttamente e per delega dei propri associati, oltre due milioni di azioni Generali, per un valore indicato intorno ai 90 milioni di euro.
Il significato della posizione espressa dagli agenti è chiaro: il valore di Generali non dipende esclusivamente dalla sua capitalizzazione di Borsa, dalle partecipazioni azionarie o dagli equilibri tra i grandi soci, ma anche dalla rete distributiva, dalle relazioni con i clienti e dalla presenza sul territorio.
È un richiamo che assume particolare rilievo nel momento in cui il settore assicurativo viene attraversato da nuove aggregazioni bancarie e da una crescente diffusione della distribuzione digitale.
Una compagnia può cambiare azionisti, struttura societaria e strategie commerciali, ma non può considerare irrilevante il patrimonio professionale e relazionale costruito dalle proprie agenzie.

Banche europee e americane alla prova dei conti trimestrali

Fonte: Il Sole 24 Ore, 11 ottobre 2026 – Analisi di Alessandro Graziani.

La prossima settimana si aprirà una fase importante per i mercati finanziari, con la pubblicazione dei risultati trimestrali delle principali banche statunitensi e, successivamente, di quelle europee.
Secondo le aspettative degli analisti richiamate da Alessandro Graziani, le banche europee potrebbero beneficiare della ripresa dei volumi di credito e del miglioramento del margine di interesse, mentre negli Stati Uniti alcuni operatori potrebbero risentire di risultati meno brillanti nell’investment banking.
Il 13 ottobre sono attesi i conti di JPMorgan, Goldman Sachs, Citigroup e Wells Fargo, seguiti da altre grandi banche americane.
Per quanto riguarda l’Europa, particolare attenzione sarà riservata a UniCredit, anche alla luce della crescente integrazione con Commerzbank. L’articolo riferisce che il consiglio sui conti sarebbe stato rinviato all’8 novembre, dopo l’approvazione dei risultati della banca tedesca prevista per il 5 novembre.
Si tratta naturalmente di aspettative, che dovranno essere confrontate con i risultati effettivamente pubblicati.
La stagione delle trimestrali servirà anche a capire se la redditività straordinaria registrata negli ultimi anni dal settore bancario potrà essere mantenuta in una fase caratterizzata da costi tecnologici crescenti, investimenti nell’intelligenza artificiale e grandi operazioni di aggregazione.

Un unico commento: Il futuro della finanza corre veloce. Ma verso chi?


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