Il presidente della Federal Reserve promuove la tenuta dell’economia globale nonostante guerre e caro energia. Negli Usa l’inflazione è al 3,7% e si profila un nuovo rialzo dei tassi. L’intelligenza artificiale sostiene la crescita, ma il Fmi avverte sui rischi finanziari
La guerra in Medio Oriente ha riportato il petrolio sopra i 100 dollari al barile, l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto delle famiglie e le banche centrali sono tornate ad aumentare i tassi d’interesse. Eppure, contro molte previsioni, l’economia mondiale continua a crescere. È il paradosso sul quale Kevin Warsh, presidente della Federal Reserve, ha richiamato l’attenzione a Bangkok, dove sono in corso gli incontri annuali del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale.
«L’economia globale sta dimostrando una resilienza che non sono sicuro avrei previsto cinque o sei mesi fa, considerando quanto sta accadendo sul piano geopolitico», ha riconosciuto durante un colloquio con la direttrice del Fmi, Kristalina Georgieva. Una resistenza che trova conferma nelle ultime previsioni del Fondo: crescita mondiale del 3,1% nel 2026 e del 3,4% nel 2027, nonostante un’inflazione globale attesa al 4,7% quest’anno. Ma dietro questa tenuta si nasconde un equilibrio fragile, nel quale la corsa agli investimenti nell’intelligenza artificiale rappresenta contemporaneamente una delle maggiori opportunità di crescita e una nuova fonte di pressione sui prezzi.
L’inflazione americana e il dilemma dei tassi
Negli Stati Uniti il problema è particolarmente evidente. A settembre i prezzi al consumo sono aumentati del 3,7% rispetto a un anno prima, ben oltre l’obiettivo del 2% della Federal Reserve, mentre l’inflazione di fondo, che esclude alimentari ed energia, è salita dal 2,4 al 2,6%. Numeri superiori alle attese, che hanno riacceso i timori di una nuova stretta monetaria. Warsh, arrivato alla guida della banca centrale a maggio, ha fatto della stabilità dei prezzi la propria priorità. Il mese scorso la Fed ha alzato i tassi di un quarto di punto, portandoli nell’intervallo tra il 3,75 e il 4%, il primo aumento dopo tre anni. Una decisione presa all’unanimità dal comitato monetario e in contrasto con le ripetute richieste del presidente Donald Trump, favorevole invece a una riduzione del costo del denaro.
Ma sul prossimo rialzo Warsh non ha voluto scoprire le carte. «Non anticipo le decisioni delle riunioni. Non credo sia giusto dire oggi cosa potrei fare negli incontri che restano da qui alla fine dell’anno», ha spiegato. Ha però aggiunto che, nel mese trascorso dalla decisione di settembre, l’andamento dell’economia mondiale è rimasto sostanzialmente in linea con le aspettative della Fed. Un’affermazione che gli investitori hanno interpretato come un segnale a favore di una pausa nella prossima riunione del 27-28 ottobre.
Secondo il Financial Times, la probabilità di un rialzo dei tassi a ottobre, calcolata sulla base dei contratti futures, è scesa dal 27 al 15% dopo le dichiarazioni di Warsh. Soltanto mercoledì, sulla scia dei dati sull’inflazione, era arrivata fino al 55%. Anche i mercati finanziari hanno reagito: il dollaro ha perso lo 0,1% rispetto a un paniere delle principali valute, mentre i futures sull’S&P 500 sono saliti dello 0,3%. Gli economisti di Goldman Sachs prevedono ora tassi invariati a ottobre e un nuovo aumento a dicembre.
La prudenza del presidente della Fed riflette anche una diversa concezione della comunicazione monetaria. Warsh vorrebbe una banca centrale meno incline ad anticipare le proprie mosse, lasciando che siano i dati economici a orientare le aspettative degli investitori. Una posizione che non tutti condividono. Secondo Reuters, dalla riunione di settembre i suoi colleghi sono intervenuti pubblicamente più di quaranta volte, spesso per chiarire che ulteriori aumenti dei tassi saranno probabilmente necessari, ma senza l’urgenza di procedere immediatamente. Tra questi, la presidente della Fed di San Francisco, Mary Daly, ha osservato che ulteriori rialzi sono più probabili che improbabili, ma che non c’è urgenza di intervenire. Alcuni temono che il silenzio del presidente possa generare maggiore volatilità sui mercati anziché ridurla. È un confronto che riguarda non soltanto il livello dei tassi, ma il modo stesso in cui la banca centrale deve guidare le aspettative dell’economia.
L’AI spinge la crescita, ma anche i prezzi
Il passaggio più significativo dell’intervento di Warsh riguarda però l’intelligenza artificiale. «L’avvento di questa nuova tecnologia è probabilmente il cambiamento più importante per l’economia americana e mondiale che abbia visto nella mia vita», ha affermato. Un giudizio accompagnato da una distinzione fondamentale: gli effetti immediati dell’AI sull’economia sono molto diversi da quelli che potrebbe produrre nel medio e lungo periodo.
Oggi la costruzione dei grandi centri dati, l’acquisto di semiconduttori, la domanda di elettricità e gli enormi investimenti delle imprese tecnologiche alimentano l’attività economica, ma contribuiscono anche a spingere verso l’alto i prezzi. I benefici sulla produttività, invece, richiederanno tempo per manifestarsi. «È evidente che l’intelligenza artificiale sta incidendo sulla domanda prima che sull’offerta», ha spiegato Warsh. In altre parole, i costi e gli investimenti arrivano subito, mentre i vantaggi in termini di maggiore efficienza produttiva si vedranno più avanti.
Il presidente della Fed resta comunque ottimista. La corsa agli investimenti, ha osservato, si sta allargando oltre il settore tecnologico, offrendo all’economia americana nuove fonti di crescita e una maggiore capacità di resistere agli shock. «Abbiamo molti fattori favorevoli che stanno dando forza e solidità a questa economia», ha detto, sottolineando che una simile spinta non è presente ovunque nel mondo. E nonostante un percorso che definisce accidentato, Warsh ritiene che l’intelligenza artificiale finirà per rendere più produttivi i Paesi capaci di utilizzarla, generando nuova ricchezza.
Rimangono però grandi interrogativi, soprattutto sull’occupazione. Nessuno è ancora in grado di prevedere con precisione quali saranno gli effetti sul mercato del lavoro nei prossimi dodici o diciotto mesi. Per approfondire questi aspetti, la Fed ha istituito un gruppo di lavoro dedicato all’impatto dell’AI sulla produttività e sui posti di lavoro, che terrà un’audizione pubblica nell’area di San Francisco il 16 novembre.
I timori del Fondo monetario
L’ottimismo di Warsh incontra tuttavia le cautele del Fondo monetario internazionale. Georgieva ha avvertito che, in assenza di adeguate regole e garanzie, i rischi dell’intelligenza artificiale potrebbero persino superarne le opportunità. La tecnologia sta già contribuendo a sostenere l’economia globale, ma un rallentamento degli investimenti o risultati inferiori alle aspettative sulla produttività potrebbero provocare pesanti correzioni sui mercati finanziari. Il timore è che le valutazioni delle aziende tecnologiche e l’espansione dei grandi centri dati abbiano incorporato benefici economici che devono ancora concretizzarsi.
La direttrice del Fmi ha insistito sulla necessità di costruire regole condivise, coinvolgendo imprese, governi e società civile. Perché i vantaggi dell’AI possano essere distribuiti, ha ricordato, servono anche infrastrutture digitali, disponibilità di elettricità e accesso alle nuove tecnologie. Altrimenti il rischio è che la rivoluzione approfondisca le differenze tra le economie più avanzate e quelle che già faticano a sostenere i costi dell’energia e degli investimenti. Un problema sollevato anche dal presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, secondo il quale l’intelligenza artificiale potrebbe accentuare gli squilibri economici globali.
Le banche centrali alla prova
Nel frattempo, i governatori riuniti a Bangkok devono affrontare un problema molto più immediato: riportare l’inflazione sotto controllo senza soffocare la crescita. Warsh ha sottolineato come negli ultimi mesi si sia verificata una stretta monetaria pressoché sincronizzata in molte regioni del mondo, con le banche centrali impegnate a rispondere a pressioni sui prezzi sempre più simili. «Non ci sono passeggeri clandestini», ha osservato, spiegando che ciascuna istituzione sta facendo la propria parte per garantire la stabilità monetaria.
Il rischio è che tassi elevati, sommati al rincaro dell’energia e agli oneri crescenti del debito pubblico, finiscano per indebolire proprio quella resilienza che oggi sorprende gli economisti. Ma Warsh continua a guardare al futuro con fiducia. «Credo, ottimisticamente – forse qualcuno penserà ingenuamente – che almeno gli Stati Uniti usciranno da questa fase più forti, con un’economia più solida e più capace di guidare la crescita mondiale». È una scommessa che si gioca su due tempi diversi: contenere l’inflazione oggi e raccogliere domani i benefici della rivoluzione tecnologica. Senza la certezza che il passaggio dall’uno all’altro sarà indolore.
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