#Finsubito news dalla rete – La svolta di Planet Farms: da produttori di insalate a industria tecnologica. Impianti all’estero e cosmetica


di
Alessia Cruciani

Nel nuovo stabilimento di Cirimido, nel Comasco, si producono fino a 75 mila confezioni al giorno. La società punta a espandersi in Europa e a diversificare il business

A Cirimido, in provincia di Como, anche l’architettura sembra voler mettere d’accordo natura e tecnologia. Il nuovo stabilimento di Planet Farms sorge all’interno di un vivaio e ne riprende le geometrie: tanto legno, linee che seguono il ritmo dei filari. Al primo piano gli uffici. Al piano terra un mondo di tecnologia: camere bianche, robot, sistemi automatizzati che accompagnano le piante dal seme alla confezione senza che nessuno le tocchi. Un investimento da 62,5 milioni di euro per quello che Luca Travaglini, cofondatore e chief technology officer, definisce «uno stabilimento unico al mondo».
Qui Planet Farms produce ormai fino a 75 mila confezioni di insalata al giorno, destinate ai supermercati italiani e ai mercati esteri. Ma il punto è che, in futuro, le insalate potrebbero non essere più il suo business principale. «Non vogliamo essere un’industria di insalate, ma un’industria di tecnologia», spiega Travaglini. Fondata nel 2018 insieme a Daniele Benatoff, oggi ceo, Planet Farms ha sviluppato un sistema proprietario di agricoltura verticale che permette di controllare ogni parametro della crescita. La luce è prodotta da led che simulano alba e tramonto, l’aria viene filtrata, temperatura e umidità sono costanti. Al posto del terreno c’è una fibra di cocco sterilizzata con il vapore. Niente pesticidi o fitofarmaci.

Raccolti assicurati

«I nostri semi, certificati per la loro purezza, ogni mattina si svegliano nel miglior giorno possibile. Hanno il sole e la temperatura ideali, non devono affrontare vento, neve, pioggia o parassiti. Il risultato sono piante che crescono perfettamente identiche, pronte per essere raccolte dopo 18-23 giorni. E soprattutto raccolti programmabili, senza le incognite meteorologiche che condizionano l’agricoltura tradizionale».
Su una superficie di circa un ettaro, sostiene Travaglini, la produzione equivale a quella di decine di ettari coltivati in campo aperto. Il risparmio d’acqua dichiarato arriva al 97%. Il rovescio della medaglia è il consumo energetico, inevitabilmente elevato ma l’energia utilizzata è certificata verde e il 20% viene autoprodotto. E la società punta sulla continuità delle forniture, sulla riduzione degli sprechi e sulla qualità costante, caratteristiche preziose anche per le grandi catene della distribuzione.




















































Business plan

Oggi Planet Farms dichiara 20 milioni di euro di fatturato, una quota del 2% del mercato italiano di riferimento e circa il 35% delle vendite all’estero. I prodotti arrivano già in Svizzera, Regno Unito e Spagna. In Gran Bretagna è in programma un nuovo stabilimento. L’espansione europea, sostenuta dall’accordo con Swiss Life, prevede sei nuovi impianti, mentre lo sguardo è rivolto anche agli Stati Uniti.
Planet Farms lavora sia con il proprio marchio sia per le private label e collabora con la ristorazione, a cominciare dai fratelli Cerea del tristellato Da Vittorio, per i quali ha realizzato una piccola vertical farm su misura. «Non è chilometro zero, è centimetro zero», sorride Travaglini.
Ma la vera scommessa è portare questa tecnologia oltre il banco delle insalate. Planet Farms sta per chiudere un accordo con un noto brand per lo sviluppo di un prodotto cosmetico basato su ingredienti vegetali coltivati in ambiente controllato. E nei laboratori di ricerca si lavora già su cotone e caffè. L’obiettivo è diventare un fornitore di ingredienti per industrie diverse, garantendo qualità e disponibilità costanti.
Una tecnologia che produce anche enormi quantità di dati: circa un terabyte al giorno, elaborato attraverso software proprietari. Per farlo servono competenze che spesso non esistono ancora. A Cirimido lavorano 100 persone, tra agronomi, chimici, fisici, ingegneri aeronautici e specialisti di automazione. «A volte assumiamo anche di pancia. Cerchiamo missionari, non mercenari. Ai dipendenti vengono offerte anche stock option: vogliamo che ciascuno si senta imprenditore».
Resta la difficoltà di costruire un’impresa così in Italia, tra investimenti ingenti, autorizzazioni e regole stringenti. Travaglini non la nasconde, ma la sua determinazione ha radici lontane: «Tutto è cominciato quando ho avuto un tumore. Mi avevano dato tre mesi di vita. Da allora ho capito quanto sia vero che siamo quello che mangiamo. E che non devo fermarmi davanti a un no. Ne ho ricevuti tanti: solo per far riconoscere i nostri prodotti pronti al consumo abbiamo lavorato due anni con i ministeri». Eppure, non avrebbe scelto un altro Paese. «Se fossi partito dagli Stati Uniti, oggi forse porterei l’insalata sulla Luna. Ma sul cibo nessuno può far meglio dell’Italia».

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12 ottobre 2026


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