#Finsubito news dalla rete – Bancarotta idrica: così evapora il capitale


Caldo record, siccità e incendi in tutta Europa. Temperature estreme in Australia e nel Sudest asiatico. Inondazioni in Sudafrica e Nepal. La prima metà del 2026 è stata catastrofica per il mondo. E i prossimi mesi non promettono meglio. Soltanto in Francia un milione di persone sono a rischio per l’acqua potabile a causa dell’assottigliamento delle falde, mentre la Catalogna è investita da piogge incessanti che devastano il territorio senza necessariamente ricostituire le riserve. Intanto El Niño, il fenomeno climatico legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico, minaccia di accentuare ancora gli estremi: inondazioni violente in alcune regioni, siccità brutali in altre.

«Il mondo non sta semplicemente vivendo una crisi dell’acqua», dice al telefono da New York Kaveh Madani, direttore dell’Istituto delle Nazioni Unite per l’acqua, l’ambiente e la salute. «Sta entrando nell’era della bancarotta idrica». La differenza non è semantica. Una crisi è un’emergenza dalla quale, prima o poi, si torna alla normalità. Una bancarotta arriva quando la normalità non esiste più.

Per capire cosa intende Madani basta pensare all’acqua come a un conto in banca. Ogni anno la pioggia, la neve, i fiumi e la ricarica delle falde producono un reddito. Poi c’è il capitale accumulato nei secoli: acquiferi, ghiacciai, laghi, zone umide, suoli capaci di trattenere l’acqua. Ebbene: da anni stiamo finanziando crescita economica, città e produzione di cibo spendendo non soltanto il reddito ma intaccando il capitale. Che, diminuendo, inevitabilmente produrrà meno reddito.

Secondo la Banca Mondiale, negli ultimi vent’anni le riserve mondiali di acqua dolce – superficiale e sotterranea – sono diminuite mediamente di 324 miliardi di metri cubi l’anno: una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno annuale di 280 milioni di persone. Nello stesso tempo il consumo globale d’acqua è aumentato del 25 per cento tra il 2000 e il 2019. E circa un terzo dell’aumento è avvenuto proprio nelle regioni che si stanno prosciugando.

Il cambiamento climatico è una parte della spiegazione, non tutta. Pesano l’agricoltura, l’urbanizzazione, il pompaggio delle falde, l’uso del territorio, l’industria, l’inquinamento selvaggio. Soprattutto pesa l’idea, incorporata nel nostro modello economico, che, davanti a una domanda crescente, si possa sempre trovare nuova acqua: scavando un pozzo più profondo come ha imparato l’India, deviando un fiume o costruendo una diga come fa la Cina o desalinizzando il mare come insegna Israele.

«Invece dovremmo diminuire il consumo e decidere come utilizzare l’acqua che abbiamo», sostiene Madani. «È il momento di fare scelte politiche». Perché una falda compattata, un ghiacciaio scomparso, una zona umida essiccata o un ecosistema distrutto non tornano necessariamente in vita quando finalmente ricomincia a piovere.

Non solo. Una quota enorme dell’acqua disponibile viene persa ancora prima di essere utilizzata. L’Italia è uno dei casi più gravi in Europa: secondo gli ultimi dati dell’Istat, che risalgono al 2022, il 42,4 per cento dell’acqua immessa nelle reti comunali di distribuzione non raggiunge gli utenti finali. Sono circa 3,4 miliardi di metri cubi l’anno, una quantità che basterebbe a coprire il fabbisogno annuale di 43,4 milioni di persone. Il dato è peggiorato rispetto al 42 per cento del 2018. Circa un quarto della rete idrica italiana ha più di cinquant’anni.

In tutta l’Unione europea durante la distribuzione si perde in media circa il 23 per cento dell’acqua trattata; in molti Paesi dell’Europa orientale e dell’Asia centrale le perdite oscillano tra il 30 e il 60 per cento. La scarsità convive così con un paradosso: mentre aumentano gli investimenti per reperire nuove fonti, miliardi di metri cubi già estratti, trattati e trasportati scompaiono da reti costruite per un’altra epoca.

L’altra grande sottrazione è meno visibile: l’inquinamento. L’acqua non deve necessariamente scomparire per diventare indisponibile. Fertilizzanti e pesticidi contaminano falde, fiumi e laghi; gli scarichi industriali aggiungono sostanze chimiche e metalli pesanti; microplastiche, residui farmaceutici e Pfas si sommano alle forme tradizionali di contaminazione. Secondo l’Onu, il 44 per cento delle acque reflue domestiche mondiali non è ancora trattato adeguatamente. Meno chiaro è ciò che succede a livello industriale. Nei 22 Paesi per cui esistono statistiche, soltanto il 38 per cento delle acque reflue è trattato. L’inquinamento restringe la quantità d’acqua disponibile anche quando fiumi, laghi e falde continuano fisicamente a esistere.

In Europa il costo dell’inquinamento sta diventando anche misurabile. Secondo uno studio pubblicato dalla Commissione europea nel gennaio 2026, se gli attuali livelli di contaminazione da Pfas dovessero continuare, il conto per la società europea arriverebbe a circa 440 miliardi di euro entro il 2050. Depurare l’acqua contaminata, invece di fermare gli scarichi alla fonte, potrebbe costare oltre mille miliardi.

«La bancarotta d’acqua non è una metafora: è un concetto», insiste Madani che quest’anno ha dato una definizione scientifica a un’espressione utilizzata sporadicamente già nel secolo scorso. La bancarotta si verifica quando coesistono due condizioni: insolvenza, cioè un consumo d’acqua superiore a quello che il sistema può rigenerare in maniera sostenibile, e irreversibilità, quando il capitale naturale è degradato al punto che tornare indietro diventa impossibile o proibitivamente costoso. Non si può far ricomparire una specie estinta, ricostruire un ghiacciaio o semplicemente riempire un acquifero il cui terreno si è ormai compattato.

Alcuni pezzi del Pianeta, secondo questa definizione, sono già in bancarotta: il bacino del Colorado e il Great Salt Lake nello Utah, il lago Urmia in Iran, il Mar Morto, l’ecosistema del lago Ciad. E poi Città del Messico, una metropoli che sprofonda anche a causa dell’eccessivo pompaggio dell’acquifero sul quale è costruita. Più si estrae acqua, più il terreno si compatta; più si compatta, meno può tornare a immagazzinarne.

Il problema è che la bancarotta idrica non ha un unico aspetto. Può presentarsi come una terra crepata dalla siccità oppure come una città sommersa dall’acqua. Alluvione e siccità sono due facce dello stesso sistema idrologico alterato.

Con il riscaldamento, piogge e nevicate tendono in molte aree a concentrarsi in episodi più intensi e distanziati. L’acqua arriva tutta insieme, scorre rapidamente in superficie, trascina terreno e infrastrutture, finisce nei fiumi e nel mare. Le “bombe d’acqua” che accompagnano ormai molte estati europee possono provocare disastri senza ricaricare in misura equivalente le falde. Può dunque piovere di più e restare meno acqua disponibile.

Ed è questo paradosso che rende più difficile trovare una narrativa che colga tutti gli aspetti del problema e riesca a mettere d’accordo gli stati sulle modalità d’azione. Tanto più che la consapevolezza del fatto che le conseguenze di un cattivo raccolto in India dovuto alla siccità si estendano all’altro capo del mondo è ancora in formazione. Ci sono volute le recenti sciagure, dal Covid alla chiusura dello stretto di Hormuz, passando per l’aggressione russa dell’Ucraina per cominciare a capire che i nostri ecosistemi sono interconnessi.

«Non riesco a togliermi dalla testa l’immagine dell’ambasciatore del Nepal che per anni davanti alle Nazioni Unite ha denunciato il rischio dello scioglimento dei ghiacciai nell’indifferenza generale», racconta Madani: «Fino a questa estate».

Un altro fenomeno che non aiuta la consapevolezza politica è quello che il think tank Chatam House ha documentato recentemente: l’esternalizzazione dell’impronta idrica. Quando importiamo riso, cotone, pomodori o frutta importiamo anche l’acqua necessaria a produrli. Tale commercio di acqua incorporata nei prodotti agricoli (che rappresentano oltre il 70 per cento dei prelievi di acqua dolce) è quasi triplicato tra il 1986 e il 2022. I Paesi del G20 da soli ne assorbono il 55 per cento.

La terza transizione

Secondo l’Ocse, la mancata soluzione dei problemi di sicurezza idrica potrebbe comportare entro il 2050 perdite economiche medie equivalenti a circa l’8 per cento del Pil mondiale. Eppure il sistema economico si rifiuta di considerare l’acqua come un limite fisico alla crescita e, mentre il conto in banca dell’acqua entra in rosso, sta costruendo il proprio futuro su due transizioni assetate: la digitale e la verde. Entrambe, per diventare davvero sostenibili, dovrebbero essere accompagnate da una transizione idrica.

L’intelligenza artificiale, che sembra immateriale, ha dietro di sé capannoni, cavi, centrali elettriche e server che scaldano e devono essere raffreddati. Ha semiconduttori la cui fabbricazione richiede quantità enormi di acqua ultra pura e ha bisogno di elettricità, per la cui produzione serve acqua. Un rapporto pubblicato dal think tank Ceres nell’agosto 2026 sottolinea che negli Usa l’acqua consumata indirettamente per produrre l’elettricità destinata ai data center può pesare più di quella utilizzata direttamente per raffreddarli. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, il consumo annuale associato a raffreddamento ed elettricità dei data center per l’Ia potrebbe arrivare a circa 1.068 miliardi di litri nel 2028, circa undici volte la stima del 2024.

L’Arizona racconta meglio di qualsiasi statistica il paradosso e l’enigma politico. Lo stato desertico sta diventando uno dei centri della strategia americana per rimpatriare la produzione dei semiconduttori. Ma l’Arizona deve la sua esistenza al fiume Colorado che è sottoposto da oltre vent’anni a una pressione idrica eccezionale.

Discorso simile vale per la transizione verde. Batterie, auto elettriche, reti e rinnovabili richiedono litio, rame, nickel e altri minerali critici. Secondo il think tank dell’Onu nel 2024 la produzione mondiale di litio avrebbe consumato 456 miliardi di litri d’acqua, l’equivalente del fabbisogno domestico annuale di circa 62 milioni di persone nell’Africa subsahariana. E circa il 16 per cento dell’estrazione dei minerali critici avviene già in aree sottoposte ad alto stress idrico.

La decarbonizzazione resta indispensabile perché il riscaldamento globale aggrava la crisi dell’acqua. Ma la contraddizione pone di fronte a nuove domande: non basta scegliere in base al risparmio di CO2, serve considerare anche da dove vengano le materie prime indispensabili, di quanta acqua abbia bisogno la loro  estrazione e, soprattutto, a chi la sottraggono quest’acqua, creando ingiustizia sociale.

Qualcosa, però, comincia a cambiare. Almeno in Europa. A settembre la Commissione ha lanciato una piattaforma di oltre cinquanta esperti incaricata di contribuire all’attuazione della strategia europea per la resilienza idrica adottata nel 2025. Intende migliorare del 10 per cento l’efficienza idrica dell’Unione entro il 2030 e comincia a mettere insieme ciò che finora era rimasto separato: acqua, industria, infrastrutture, energia, investimenti e digitalizzazione.

È previsto per il 2027 anche uno strumento che incroci dati ambientali, disponibilità idrica e reti energetiche per aiutare gli Stati a capire dove localizzare le attività industriali ad alta intensità d’acqua. È un cambiamento che sembra tecnico ma ha un significato politico: segnala che non tutte le industrie possono essere costruite ovunque solo perché si hanno a disposizione fondi sufficienti.

Così, se per due secoli la crescita economica è stata pensata in termini di capitale, lavoro, energia e materie prime, oggi quel vincolo atavico, a lungo dato per scontato, sta tornando a essere prioritario: l’acqua. Fonte di vita ma, se mal gestita, anche di guerre e di morte.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม