La finanza può accompagnare le imprese nella transizione, trasformando gli obiettivi ESG in investimenti capaci di generare valore e ridurre i rischi. Per le PMI restano però ostacoli importanti dalle competenze insufficienti alla mancanza di dati affidabili che possono rendere meno agevole l’accesso agli strumenti finanziari dedicati.
La transizione sostenibile è entrata da tempo nell’agenda delle imprese e delle banche, ma la fase più complessa è forse quella attuale: trasformare obiettivi e impegni in investimenti concreti, misurabili e sostenibili anche dal punto di vista economico. Per il sistema bancario questo significa non solo finanziare nuovi progetti, ma comprendere come i rischi climatici, ambientali e sociali possano incidere sulla solidità delle imprese e, di conseguenza, sulla qualità del credito.
Il tema diventa particolarmente rilevante per le piccole e medie imprese, che costituiscono una parte importante del tessuto produttivo italiano e che spesso dispongono di minori risorse, competenze e strumenti per affrontare la trasformazione. In questo quadro, la disponibilità di dati affidabili rappresenta uno dei principali nodi ancora da sciogliere: le banche ne hanno bisogno per misurare i rischi, mentre le imprese non sempre sono in grado di produrli o condividerli.
Dalla finanza per le rinnovabili ai Sustainable-Linked Loan, fino agli interventi di adattamento ai cambiamenti climatici, il rapporto tra credito e transizione sta quindi assumendo forme sempre più articolate. Ne abbiamo parlato con Giovanna Zacchi, Head of ESG Strategy di BPER Banca.
Quale ruolo possono svolgere le banche nel sostenere la transizione sostenibile delle imprese italiane e come si è evoluto negli ultimi anni?
Il ruolo delle banche è, innanzitutto, quello di fornire credito e quindi finanza a supporto dei bisogni delle imprese. Questo vale a maggior ragione quando parliamo di percorsi di sostenibilità. Quando un’azienda ha costruito una strategia ESG che contribuisce concretamente a migliorare la competitività e a ridurre i rischi, sostenere quel percorso significa, per una banca, contribuire alla stabilità del mercato e lavorare con imprese più solide. Non si tratta soltanto di una valutazione teorica. Il rapporto di primavera dell’ASviS, per esempio, evidenzia un miglioramento della competitività e della marginalità nelle aziende che hanno intrapreso percorsi ESG strutturati. Anche BCE ed EBA, attraverso le ultime linee guida, sottolineano come le aziende che gestiscono e mitigano i rischi ESG, o che stanno investendo in processi di adattamento, siano più resilienti, con una maggiore capacità di garantire la business continuity e, di conseguenza, con un minor rischio di credito.
Sono valutazioni che rientrano ormai a pieno titolo nelle analisi che svolgiamo. La valutazione del rischio di credito e della probabilità di default dell’azienda è, in questo senso, un elemento centrale. Finanziare la transizione significa quindi anche migliorare la qualità del credito e lavorare con aziende più stabili.
Ma sarebbe troppo facile fermarsi qui. Alle banche viene chiesto anche di accompagnare le imprese più esposte ai rischi ESG nel percorso da “brown” a “green”. E questo vale non soltanto per la componente ambientale, ma anche per quella sociale e di governance. Se, per esempio, un’azienda non gestisce correttamente i propri dipendenti, aumenta anche il rischio di credito, perché aumenta la probabilità che incontri problematiche di business continuity. Lo stesso vale per i fornitori e, più in generale, per la catena del valore.
Pensiamo all’efficientamento energetico. Quando un’azienda realizza un intervento con un payback definito, non si tratta semplicemente di un costo, ma di un investimento in grado di generare valore nel tempo, anche attraverso la riduzione dei costi operativi. Oggi, con l’aumento dei costi dell’energia e il contesto in cui operano le imprese, parlare con i CFO di energie rinnovabili è diventato molto più semplice. Non si ragiona più soltanto in termini di costi, ma sempre più di investimenti.
Per le banche, naturalmente, resta una sfida complessa. La vigilanza ci chiede rendicontazioni sempre più articolate, mentre spesso non disponiamo ancora di tutti i dati necessari. Anche il quadro tecnico e metodologico è ancora in evoluzione. È un percorso impegnativo, ma che considero di grande valore.
Riscontra una maggiore maturità delle imprese sui temi ESG? E quanto la sostenibilità è integrata nei piani industriali e nelle decisioni di investimento?
Quello che vediamo è che le aziende che hanno scelto di investire nella sostenibilità continuano a farlo. Perché? Perché hanno toccato con mano i benefici di una migliore gestione dei rischi, ma anche la possibilità di cogliere nuove opportunità. Nel B2C, molte hanno compreso che un posizionamento ESG può rafforzare la propria presenza sul mercato, soprattutto nel rapporto con i consumatori. Nel B2B, invece, un ruolo importante è svolto dai main client, cioè dalle grandi aziende che trainano le proprie filiere.
Il problema è che, per una banca dei territori come la nostra, dove oltre il 95% delle aziende clienti sono piccole e medie imprese, esiste ancora un importante gap culturale. Abbiamo sviluppato prodotti, servizi, attività di consulenza e tool gratuiti, ma vediamo che sono ancora poco utilizzati. Chi ha già scelto di intraprendere questo percorso continua a farlo e spesso non ha bisogno di essere convinto, chi invece non ha ancora iniziato, tende a rimandare. In questo senso, l’Omnibus è stata per noi una vera doccia fredda: ha spinto a fare un passo indietro anche a quelle imprese che avevano iniziato a interrogarsi sul tema.
Come precedentemente indicato, per le banche è particolarmente rilevante perché, sia per la rendicontazione dei rischi sia per rispondere alle richieste della BCE e alle linee guida EBA, abbiamo bisogno dei dati sottostanti. E spesso questi dati non sono disponibili, perché le aziende fanno fatica a fornirli. Siamo un fornitore di credito delle imprese e, se non percepiscono un’esigenza immediata di finanziamento, è più difficile ottenere i dati. Inoltre, lavorando spesso con più banche, le aziende ricevono richieste diverse.
Come affrontate questi aspetti?
Accanto alla raccolta dei dati, stiamo investendo molto nella divulgazione sul territorio, attraverso eventi e collaborazioni con società di consulenza e professionisti. Il problema è che il mercato della rendicontazione non si è ampliato quanto ci aspettavamo. Speravamo che la semplificazione introdotta dal VSME potesse allargare la platea. Abbiamo seguito la CSRD fin dall’inizio e sappiamo quanto fosse complessa. Il voluntary scheme è più concreto e meno articolato, ma resta comunque impegnativo, con diverse decine di domande. Inoltre, le banche devono raccogliere informazioni necessarie per rispondere alle richieste di vigilanza che non sono necessariamente previste dal suddetto framework.
Un esempio riguarda i KPI sulla copertura assicurativa rispetto ai rischi: come possiamo sapere se un’impresa ha una polizza con un altro assicuratore? Sono informazioni tutt’altro che semplici da ottenere. È su questo patrimonio informativo che dobbiamo ancora lavorare.
Dal vostro osservatorio, quali sono gli investimenti per la transizione che le imprese chiedono maggiormente di finanziare?
In termini qualitativi, gli interventi sulle energie rinnovabili sono sicuramente tra i principali ambiti di investimento nel corporate. Abbiamo inoltre prodotti dedicati all’acquisto di capannoni con elevate prestazioni energetiche, in linea con i criteri della tassonomia.
Una parte importante dei finanziamenti ESG riguarda poi i Sustainable-Linked Loan, che non sono necessariamente legati a un progetto specifico, ma collegano le condizioni del finanziamento al percorso di sostenibilità dell’azienda attraverso determinati KPI. Il raggiungimento degli obiettivi può tradursi in una riduzione del tasso. Tra gli indicatori più frequenti ci sono quelli relativi alla riduzione delle emissioni di Scope 1 e Scope 2, quindi il tema dell’efficientamento è quasi sempre presente. In alcuni contratti sono previsti anche meccanismi di adeguamento: se l’azienda raggiunge gli obiettivi, il tasso si riduce; se non li raggiunge, aumenta.
È importante, però, non sovrastimare l’effetto della scontistica in termini quantitativi. Per la banca si tratta oggi sostanzialmente di una rinuncia sulla marginalità, perché non è previsto un beneficio sul capitale assorbito. Per questo, la scelta delle imprese di intraprendere un percorso di sostenibilità deve basarsi soprattutto sulla consapevolezza dei benefici e dell’efficacia che questa trasformazione può generare nel tempo.
Quanto conta la qualità dei dati ESG nella valutazione del merito creditizio e quanto le semplificazioni normative rischiano di ridurre le informazioni disponibili alle banche?
Lavoriamo dal 2020-2021 sulla gestione del rischio climatico e questo tema è ormai stabilmente integrato nel RAF e nel sistema di gestione dei rischi della banca. Il sistema si basa soprattutto su dati settoriali: non esiste ancora una correlazione diretta tra il dato ESG della singola impresa e il suo rating creditizio. Le banche stanno sviluppando propri score interni, ma senza dati sufficienti e affidabili per alimentarli è ancora difficile utilizzarli pienamente nella valutazione del rischio.
Una correlazione più diretta è possibile in alcuni casi specifici. Pensiamo, per esempio, ai mutui: la perizia può includere anche una valutazione del rischio fisico dell’immobile. Se l’edificio appartiene a determinate classi energetiche e può essere qualificato come green, questo può tradursi direttamente in condizioni economiche più favorevoli.
Sulla classe di rischio complessiva siamo ancora in una fase di sviluppo. Non basta raccogliere i dati: bisogna integrarli nei processi della banca e fare in modo che incidano concretamente sulla valutazione del rischio. La sfida è soprattutto mettere in relazione il rischio fisico e quello di transizione con le azioni di mitigazione adottate dall’impresa. È una direzione richiesta dalla vigilanza, ma richiede tempo: i dati devono essere raccolti, verificati, integrati e resi utilizzabili. Cosa meno semplice con la semplificazione in atto.
Per le banche quali sono i maggiori vincoli e difficoltà nel finanziare la transizione?
La difficoltà maggiore resta lavorare su dati coerenti e affidabili, che ancora non abbiamo in modo uniforme se non in forma settoriale. Prendiamo le emissioni finanziate di un portafoglio: le metodologie esistono, ma non sono ancora omogenee e, a seconda dell’approccio e del provider utilizzato, si possono ottenere risultati diversi. Anche i cambiamenti nelle classificazioni, come quello degli ATECO, possono modificare la composizione del portafoglio e richiedere di rivedere parte delle analisi.
C’è poi un altro aspetto: gli obiettivi di decarbonizzazione della banca dipendono soprattutto dal percorso dei clienti. Si tratta della nostra catena del valore, sulla quale non abbiamo un controllo diretto. Ridurre le emissioni finanziate non significa semplicemente smettere di finanziare un cliente: l’obiettivo è accompagnarlo nella transizione. Però possiamo proporre, non imporre.
Infine, c’è il tema delle piccole e medie imprese, che operano in un contesto economico complesso. Quando devono affrontare problemi contingenti, spesso non hanno competenze e risorse sufficienti per intervenire su efficientamento energetico, rinnovabili o riduzione dei consumi. Eppure, proprio questi interventi potrebbero contribuire a migliorare la loro situazione.
Quali strumenti finanziari possono essere più efficaci per sostenere gli investimenti nella transizione e quali vantaggi può ottenere l’emittente?
Dipende molto dal contesto, dalle caratteristiche dell’azienda e dall’investimento. Sul fronte dei green bond, si tratta soprattutto di grandi imprese quotate.
Per l’equity la sostenibilità ha assunto un peso crescente. Per gli investitori è sempre più difficile prescindere dai fattori ambientali e sociali, anche perché incidono sulla valutazione del rischio. La due diligence ESG è ormai sempre più frequente nelle operazioni di investimento e acquisizione.
Ci sono poi gli strumenti bancari, che consentono di finanziare direttamente progetti, come un impianto fotovoltaico o l’acquisto di un capannone ad alte prestazioni energetiche, oppure di collegare le condizioni del finanziamento agli obiettivi di sostenibilità attraverso i Sustainable-Linked Loan.
Per le imprese, la sostenibilità può diventare anche un elemento di accesso ai capitali. Più gli obiettivi sono concreti e misurabili, più è possibile costruire strumenti finanziari in grado di accompagnarne il percorso.
La transizione richiede investimenti spesso ingenti e con ritorni distribuiti nel tempo. Quali sono i principali ostacoli che incontrate nel finanziare questi progetti?
Noi non operiamo sul lunghissimo periodo. La finanza che offriamo per la sostenibilità è prevalentemente di breve e medio termine. Esistono altri operatori più adatti a finanziare infrastrutture, grandi opere o interventi di adattamento che richiedono orizzonti molto lunghi.
Nel nostro ambito, molti investimenti legati alla transizione, soprattutto nel settore energetico, hanno invece tempi di rientro relativamente definiti. Questo ne facilita la valutazione economica e, di conseguenza, la finanziabilità. Quando il progetto è solido, con investimenti, ritorni attesi e rischi ben strutturati, il processo diventa più lineare.
Per il nostro modello, l’elemento discriminante non è tanto l’orizzonte temporale, quanto la qualità del progetto: un investimento ben strutturato, con ritorni prevedibili e rischi valutabili, è più facilmente finanziabile.
Se sulla mitigazione e sulla decarbonizzazione le imprese hanno ormai sviluppato una maggiore consapevolezza, come mai gli investimenti in misure di adattamento per rendere le imprese più resilienti agli eventi climatici sono ancora così indietro?
Qui il tema principale è quello delle assicurazioni. L’Italia resta un Paese poco assicurato e, storicamente, abbiamo affrontato gli eventi avversi soprattutto intervenendo dopo il danno, più che investendo in prevenzione e protezione. È una cultura che deve ancora cambiare. Anche sulle coperture contro gli eventi catastrofali, si sono mosse soprattutto le imprese soggette a obblighi o coinvolte in bandi pubblici, mentre il livello complessivo di assicurazione resta basso.
Un settore che si sta muovendo molto sull’adattamento è l’agribusiness. Abbiamo finanziato interventi come bacini di raccolta e sistemi di irrigazione a goccia, perché aumento delle temperature, scarsità d’acqua e cambiamenti nelle condizioni del suolo incidono direttamente sulla continuità produttiva.
Adattarsi significa anche ripensare colture e modelli produttivi. In Emilia-Romagna, per esempio, è aumentata la diffusione del girasole, che richiede meno acqua rispetto ad altre colture. Al contrario, coltivazioni come il kiwi, più esigenti dal punto di vista idrico, diventano più difficili in condizioni di crescente stress idrico. In alcune aree del Mezzogiorno si stanno inoltre sperimentando colture un tempo poco compatibili con il clima locale. Quando cambia il clima, quindi, cambia anche il modello produttivo. Agricoltura e alimentare sono tra i settori più esposti e destinati a investire maggiormente nell’adattamento.
Ci sono poi gli eventi estremi, come grandinate e downburst, che possono provocare in tempi molto brevi danni ingenti a edifici, mezzi di trasporto, impianti e colture, mettendo sotto pressione intere filiere e generando costi significativi per imprese, assicurazioni e sistema economico dell’area colpita.
Per questo l’adattamento non può più essere considerato secondario rispetto alla decarbonizzazione: è parte integrante della gestione del rischio e della capacità delle imprese di garantire la continuità del business in un clima sempre più variabile.
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