#Finsubito news dalla rete – L’Italia vera e quella immaginaria (perché il Paese cresce più di quanto raccontino gli stereotipi)


Con le clamorose proteste di folla e le dimissioni del governo guidato da Pedro Sanchez in Spagna si è aperto in Italia un vivace dibattito sul perché un Paese con una forte crescita economica come quello iberico abbia una società in crisi: un apparente paradosso. La Spagna, in effetti, negli ultimi anni è stata spesso presa a modello e contrapposta polemicamente all’Italia per il fatto di avere una più forte crescita del PIL e per dimostrare che il nostro Paese crescerebbe poco: tema, quello dell’Italia che non va, che costituisce un vero e proprio “pallino” duro a morire per un’ampia schiera di commentatori e un certo nostro mainstream. 
Per la verità, abbiamo messo più volte in guardia in passato sulla fragilità del modello spagnolo, con un PIL totale in forte espansione, sì, ma per la metà soltanto grazie ad una abnorme crescita demografica spinta dall’immigrazione (da ultimo Fortis, Dove l’Italia batte la Spagna, Il Messaggero, 17 maggio 2026). Col risultato che dal 2019 al 2025 il PIL per abitante della Spagna è aumentato 3,8 punti percentuali in meno di quello dell’Italia (+5% contro +8,8%), i consumi per abitante meno della metà rispetto a noi (+1,8% contro +4,2%) e che il tasso di disoccupazione è di quasi 4 punti percentuali più alto del nostro (10% contro 6,2% ad agosto). Quegli intellettuali radical chic nostalgici delle barricate che in questi giorni si chiedono perché in Italia la gente non scenda in piazza arrabbiata a protestare come in Spagna forse dovrebbero approfondire un po’ di questi dati ufficiali dell’Eurostat prima di parlare. 

Sicuramente l’Italia continua a presentare problemi socioeconomici gravi, vecchi e nuovi, tra cui: la recente debolezza dei salari reali e la piaga dei contratti pirata; le crescenti difficoltà formative ed occupazionali dei giovani, prima nel sostenere i costi degli studi universitari (tra cui gli affitti costosi dei grandi centri urbani) e poi a entrare nel mondo del lavoro; lo storico divario Nord-Sud, sia pure in lieve attenuazione negli ultimi anni; una “falsa” povertà e una evasione fiscale molto più alta di quella ufficiale, come testimoniano anche le crude ed imbarazzanti analisi di Itinerari Previdenziali sui pochi italiani che pagano l’Irpef e sui pochissimi che ne sostengono maggiormente il gettito. 

Ma l’Italia non è certo il Paese “macchietta” che spesso viene dipinto nei dibattiti politici e nei talk show o su certa stampa estera che vive ancora di antichi stereotipi sulla nostra nazione. Tra questa Italia immaginaria e quella vera, uscita con slancio dalla pandemia e resiliente di fronte a due gravi guerre consecutive (Ucraina e Iran) e alle loro pesanti conseguenze su energia e inflazione, passa una bella differenza. Tanto per cominciare il nostro è l’unico dei quattro Paesi-pilastro dell’Euro area che oggi non sia attraversato da una crisi politica, economica o sociale grave. La Spagna ha la gente arrabbiata in piazza a tintinnare le chiavi e tra poco andrà ad elezioni. La Francia ha gli studenti liceali che stanno mettendo a ferro e fuoco le scuole, un debito pubblico esplosivo e le elezioni presidenziali alle porte, con possibili esiti incerti ed inquietanti, anche per il futuro della stessa moneta unica. La Germania è in crisi economica da sette anni e fatica ancora adesso a riprendersi, ha un governo debole e la minacciosa Afd che guadagna inesorabilmente consensi. 

LA TRAVE INGLESE

Le ultime castronerie estere sull’Italia le abbiamo dovute leggere con tristezza sul Financial Times negli ultimi giorni. Autrice una corrispondente estera statunitense che si è lanciata in un audace ed acrobatico confronto tra gli Stati Uniti e l’Italia, con la nazione americana accostata a noi per corruzione, populismo e scarse prospettive per i giovani (Ma come? La vulgata prevalente non dice sempre che i nostri giovani vanno all’estero e soprattutto in America?). 

La corrispondente racconta che negli ambienti intellettuali newyorkesi, tipo quelli così bene messi in ridicolo nelle imitazioni di Maurizio Crozza, sarebbe in gran voga negli ultimi giorni un nuovo gioco di società dove i partecipanti si cimentano nell’equiparare elementi di decadenza degli Stati Uniti agli aspetti più degenerati di nazioni come la Nigeria (corruzione) o il Brasile (disuguaglianza). Non paga, la signora ha proposto invece sul Financial Times un confronto, a suo avviso più consono, tra gli USA e la solita Italia “macchietta”. Per la verità, l’autrice nelle conclusioni del suo articolo riconosce che oggi l’Italia «sta godendo di un momento brillante, con buoni numeri di export e occupazione». Però prima ne dice di tutti i colori sul nostro Paese e la sua storia, citando una lunga serie di statistiche e relative fonti alquanto discutibili. 
Spiace che una autorevole testata economico-finanziaria come il Financial Times talvolta scivoli rovinosamente, ospitando interventi così scentrati. Il quotidiano britannico, anziché occuparsi delle economie di Stati Uniti e Italia, fino a prova contraria le prime due del G7 per crescita del PIL pro capite dal 2019 ad oggi, farebbe forse meglio a dedicare le proprie analisi alla disastrosa situazione dell’economia del Regno Unito post Brexit. Infatti, dopo la pandemia e l’uscita dall’Unione Europea, la Gran Bretagna è il “fanalino di coda” tra le grandi nazioni avanzate per aumento del PIL per abitante (assieme a Canada e Germania) e l’ultima assoluta per dinamica dei consumi pro capite delle famiglie (-3,3% dal 2019 al 2025!). Inoltre, il Regno Unito presenta il secondo più grande disavanzo commerciale con l’estero del mondo (391 miliardi di dollari nel 2025!) dopo quello degli USA. È il tipico caso in cui, anziché guardare la pagliuzza negli occhi altrui, sarebbe decisamente meglio preoccuparsi della chiave, pardon, della trave inglese nel proprio occhio.

LE MIRABILIE DELL’IA AMERICANA PER LA NOSTRA ECONOMIA

Dopo mesi in cui la maggior parte dei previsori e commentatori italiani e stranieri hanno pronosticato che l’economia italiana nel 2026 sarebbe stata l’ultima in Europa per crescita, il PIL del nostro Paese viene ormai previsto aumentare quest’anno tra lo 0,8% e l’1% (cioè il doppio delle previsioni iniziali). È altresì chiaro che il “fanalino di coda” europeo sarà invece la Francia, con una crescita che forse sarà meno della metà della nostra. Le recenti revisioni del PIL italiano operate dall’Istat, in aggiunta, hanno decretato che la nostra crescita del 2024 era stata dell’1,1% e non dello 0,8%, quella del 2025 dello 0,6% e non dello 0,5% e che, nel complesso, dal 2019 al 2025 la nostra economia è cresciuta di un rotondo punto percentuale in più di quello che pensavamo.

Tanti analisti, però, faticano ad ammettere di aver sbagliato le loro previsioni e, pur di non contraddirsi o di dover riconoscere i meriti delle politiche economiche, individuano le cause della ormai non più negabile crescita italiana in fattori del tutto immaginari o assolutamente secondari. In altre parole, costoro si rifiutano di prendere atto che la marcia in più della nostra economia risiede oggi nella crescita occupazionale che sostiene i consumi e nella spinta di un PNRR che il governo, contro ogni pronostico, ha saputo mettere a terra.

L’ULTIMA CORBELLERIA

L’ultima delle corbellerie che abbiamo dovuto leggere negli ultimi giorni è quella secondo cui, se l’Italia finalmente cresce, dobbiamo ringraziare non noi stessi e i nostri sforzi ma principalmente i mega-miliardari americani dell’Intelligenza Artificiale. Infatti, grazie ai loro giganteschi investimenti in data center, server e infrastrutture per lo sviluppo dell’IA, l’Italia starebbe esportando negli USA una gran quantità di cavi, quadri elettrici e altre attrezzature. Come se un export di così poca entità bastasse a far crescere l’economia. I numeri veri dell’Istat, tra l’altro, dicono chiaramente che negli ultimi quattro trimestri, dal terzo del 2025 al secondo del 2026, il contributo cumulato della domanda estera netta (export meno import) alla crescita del PIL è stato nullo, mentre chi ha trascinato l’economia sono stati i consumi delle famiglie e gli investimenti in edilizia non residenziale e altre opere (leggasi PNRR). Infatti, l’aumento tendenziale dei primi, confrontando il secondo trimestre del 2026 con quello del 2025, è stato dell’1,2% (tre volte più forte che in Germania e Francia), mentre l’aumento dei secondi è stato dell’8,3%.

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