Ci sono Paesi dai quali si parte con una valigia e altri dai quali, in qualche modo, non si parte mai. Il Bangladesh appartiene alla seconda categoria. Lo si lascia per Londra, New York, Roma, Toronto, per il Golfo Persico o per una periferia della Pennsylvania, ma qualcosa rimane attaccato ai figli e perfino ai nipoti: una lingua ascoltata in cucina, il cibo della nonna, una fotografia, un cognome che qualche volta neppure racconta più da dove si viene. Poi un giorno quel Paese torna a bussare alla porta. Nel caso di Ronan e Declan Sullivan lo ha fatto attraverso Instagram e aveva la forma di una maglia da calcio.
I gemelli Sullivan e quel trofeo alle Maldive
I due sono gemelli, sono cresciuti a Philadelphia, portano un cognome che sembrerebbe condurre direttamente in Irlanda e fino a poco tempo fa non avevano mai messo piede in Bangladesh. La madre, però, è di origine bangladese. Tanto è bastato perché una pagina chiamata Save Bangladesh Football li rintracciasse sui social e cominciasse a convincerli che quella parte della loro identità poteva diventare anche una scelta sportiva.
Qualche mese più tardi Ronan Sullivan era sul dischetto del National Football Stadium di Malé, alle Maldive, davanti all’India, nella finale del Campionato sudasiatico Under 20. Zero a zero dopo i tempi regolamentari. Quinto rigore del Bangladesh. Sullivan ha deciso di fare la cosa che in quel momento sembrava meno sensata possibile: il cucchiaio. E ha segnato, regalando al Bangladesh il SAFF Under-20 Championship.
È una storia perfetta per il cinema, ma sarebbe un errore fermarsi qui, perché dietro i Sullivan c’è qualcosa di molto più grande: il tentativo di un Paese di trasformare la propria diaspora in una geografia calcistica.
Una Nazionale sparsa per il mondo
Il Bangladesh occupa oggi il 181° posto del ranking FIFA maschile. Il suo massimo storico è stato il 110°, il minimo il 197°. Non ha mai partecipato a un Mondiale e la sua storia calcistica internazionale rimane periferica rispetto alle dimensioni demografiche del Paese. Eppure il calcio in Bangladesh non è affatto periferico. È ovunque.
Durante i Mondiali le strade, le case e i quartieri si riempiono di bandiere dell’Argentina e del Brasile. Nel giugno scorso il Guardian ha raccontato un Paese di oltre 170 milioni di persone nel quale il tifo per le due grandi nazionali sudamericane attraversa generazioni, famiglie e comunità emigranti. Quasi il venti per cento del traffico del liveblog del quotidiano britannico per Argentina-Algeria arrivava proprio dal Bangladesh.
E qui sta il paradosso. Uno dei Paesi più appassionati di calcio al mondo ha costruito per decenni la propria immaginazione calcistica sulle squadre degli altri. Argentina e Brasile sono diventate quasi delle Nazionali adottive. Si ama Messi, si è amato Maradona, si ama il Brasile perché qualcuno prima amava Pelé, Zico o Ronaldo. Il calcio è entrato nell’identità collettiva senza riuscire però a trasformarsi in un sistema capace di produrre una selezione nazionale competitiva.

Il capitale nascosto della diaspora
Thomas Dooley vuole rovesciare esattamente questo meccanismo. L’ex capitano della Nazionale statunitense, oggi commissario tecnico del Bangladesh, ha spiegato al Guardian che il Paese deve passare dall’essere una nazione di tifosi a una nazione di calciatori. Sembra uno slogan. In realtà è quasi un programma politico del pallone.
Il Bangladesh, infatti, possiede una risorsa che per molto tempo il calcio locale non ha considerato pienamente: milioni di persone che vivono fuori dai suoi confini.
Le Nazioni Unite definiscono il Bangladesh uno dei maggiori Paesi di origine delle migrazioni internazionali; circa mezzo milione di cittadini parte ogni anno per lavorare all’estero, mentre le rimesse rappresentano una componente fondamentale dell’economia nazionale. Quella diaspora, osservata attraverso il calcio, cambia significato. Non è soltanto denaro che torna a casa. È anche competenza che cresce altrove.
Un ragazzo di origine bangladese nato in Inghilterra può entrare a otto anni in un’academy della Premier League. Uno cresciuto negli Stati Uniti può attraversare il sistema universitario o quello della Major League Soccer. Un altro può formarsi in Canada, Germania o Italia. Il Bangladesh, quindi, non deve necessariamente costruire tutto da zero, ma può provare a ricomporre quei frammenti.
Dal Leicester al Bangladesh
La figura simbolicamente più importante è Hamza Choudhury, cresciuto nel Leicester City e passato alla Nazionale bangladese dopo aver rappresentato l’Inghilterra nelle selezioni giovanili.


Ronan e Declan Sullivan, invece, rappresentano la generazione successiva. E la loro famiglia sembra quasi una dimostrazione vivente di ciò che sono diventate le identità calcistiche contemporanee. I fratelli Quinn e Cavan giocano nel Philadelphia Union; Cavan è uno dei maggiori talenti americani della sua generazione ed è destinato al Manchester City. Ronan e Declan, invece, hanno scelto il Bangladesh. Stessa famiglia, stessa città, possibilità internazionali differenti.
Il Mondiale 2026 ha mostrato con particolare evidenza quanto la vecchia equivalenza tra luogo di nascita, formazione calcistica e Nazionale sia ormai saltata. Il Guardian ha contato 140 combinazioni nelle quali Paese rappresentato e Paese di nascita dei giocatori non coincidevano. Fratelli nati nello stesso luogo hanno indossato maglie nazionali differenti, mentre le migrazioni hanno ridisegnato intere selezioni. Il Bangladesh sta cercando di entrare in questa nuova geografia.
Non basta trovare undici passaporti
Sarebbe tuttavia troppo semplice raccontarla come una scorciatoia. Dooley lo sa bene. Una Nazionale non può vivere indefinitamente importando calciatori formati dagli altri. Nel suo progetto la diaspora deve funzionare come acceleratore, non come sostituto del sistema domestico. Per questo il tecnico insiste parallelamente sullo sviluppo delle academy, sui campionati giovanili, sulle strutture e sulla necessità di convincere più bambini a giocare.
La questione si vede persino guardando Dhaka dall’alto. Dooley ha raccontato di osservare dalla finestra del proprio albergo una delle metropoli più densamente abitate del pianeta e di vedere pochissimi campi da calcio nelle scuole. Il problema profondo è lì: non trovare un altro Sullivan in Pennsylvania, ma fare in modo che un Sullivan possa nascere calcisticamente anche in Bangladesh.
La Fifa negli ultimi anni ha finanziato attraverso il programma Forward nuove infrastrutture nel Paese, comprese due superfici artificiali inaugurate nel 2025. Sono piccoli passi in avanti rispetto alle dimensioni del problema, ma indicano la direzione: trasformare la passione in possibilità materiale di giocare.
Per questo la vittoria dell’Under 20 contro l’India conta più del trofeo stesso e offre un’immagine possibile. Un ragazzo nato a Philadelphia vola dall’altra parte del pianeta, conosce compagni con i quali inizialmente fatica persino a comunicare, indossa la maglia del Paese della madre e segna il rigore che consegna al Bangladesh un titolo regionale.
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Dal tifare al giocare
Nel calcio le Nazionali sono sempre state uno degli ultimi luoghi nei quali fingiamo che geografia e identità coincidano perfettamente. Non è mai stato del tutto vero e oggi lo è ancora meno.
Le famiglie attraversano confini, i bambini crescono in Paesi diversi da quelli dei genitori, le academy pescano talenti ovunque, i passaporti si sovrappongono alle biografie. Per il Bangladesh questa trasformazione potrebbe essere un’opportunità formidabile.
Il sogno dichiarato resta arrivare un giorno al Mondiale. Sarebbe qualcosa di enorme: nessuna Nazionale del subcontinente indiano ha mai disputato una Coppa del Mondo maschile o femminile. Per ora la distanza rimane gigantesca e il 181° posto FIFA serve a ricordarlo.
Ma forse il risultato più importante arriverebbe ancora prima. Succederebbe il giorno in cui, durante un Mondiale, un bambino di Dhaka appendesse alla finestra la bandiera rossa e verde del Bangladesh invece di quella argentina o brasiliana. Non perché abbia smesso di amare Messi, Maradona o il Brasile. Ma perché, guardando una partita, abbia cominciato a pensare una cosa molto più “pericolosa” per l’ordine costituito del calcio mondiale: non voglio più soltanto tifare per loro, voglio giocare contro di loro.
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