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| Ora di decidere, Stati Uniti come l’Italia, una crescita inaspettata, le promesse di Nordio, porte girevoli in Ungheria |
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di
Alessandro Trocino
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Ora di decidere Nel 1966 fu introdotta l’ora legale. Da allora sono cambiate parecchie cose e infuria il dibattito se sia il caso di abolirla o meno. Indaga Michelangelo Borrillo, che mette a confronto pro e contro di ora legale e ora solare. Non mancano le solite, sconcertanti, opinioni di Donald Trump, che tira in ballo i campi da golf.
Tu vuoi fare l’italiano «Gli Stati Uniti assomigliano sempre più all’Italia», scrive il Financial Times. Ma non è un complimento, visto che le somiglianze riguardano corruzione, populismo e mercato del lavoro bloccato (a favore dei baby boomer). Ne parla Gianluca.
Contr’ordine, si cresce Federico Fubini, in un articolo tratto dalla newsletter «Whatever it takes», parte da un dato in controtendenza: Italia e Germania hanno raddoppiato la loro crescita economica nel 2026 rispetto a ciò che ci aspettava meno di sei mesi fa. C’entra (come sempre, di questi tempi) l’intelligenza artificiale.
Le promesse di Nordio Il ministro della Giustizia nel tempo ha fatto diversi annunci sulla situazione critica delle nostre carceri, tra sovraffollamento e suicidi. Di molti se ne sono perse le tracce. Nel frattempo, da quando si è insediato il governo, il numero dei detenuti è cresciuto di 10 mila unità. E sul sistema incombe un’imminente sentenza della Corte costituzionale che rischia di essere clamorosa.
A libro paga Péter Szijjártó, per 12 anni ministro degli Esteri di Orbán, dopo aver contribuito all’arrivo del colosso delle auto elettriche Byd in Ungheria è diventato dirigente dell’azienda. Elena racconta un caso che riapre il tema delle «porte girevoli» tra politica e grandi aziende e solleva dubbi sui conflitti di interesse.
La Cinebussola Un film di Alejandro González Iñárritu è sempre un evento (vedi alla voce Birdman, 21 grammi, Babel). Paolo Baldini lo descrive così: «Una satira al cubo, il più interessante film grottesco degli ultimi vent’anni, un frullatore di simboli, allarmi, iperboli. Una grancassa distopica sul potere degenerato».
Gianluca Mercuri gmercuri@rcs.it Luca Angelini langelini@rcs.it Elena Tebano etebano@rcs.it Alessandro Trocino atrocino@rcs.it
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| Rassegna del tempo |
| Ora legale o ora solare? Ora di decidere (e intanto Trump pensa ai campi da golf) |
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Basterebbe guardarsi intorno: nessun palazzo delle nostre città è immune dalla presenza di condizionatori sulle facciate. Rispetto a quando venne definitivamente adottata per legge nel 1966 (in Italia fu precedentemente utilizzata come misura di guerra nel 1916 e poi dal 1940 al 1942) l’ora legale si ritrova oggi in un contesto completamente differente rispetto a quando nacque per ridurre i consumi di energia elettrica.
A questa conclusione evidente è arrivata anche un’indagine conoscitiva della Camera approvata all’unanimità in Commissione attività produttive. Dall’analisi della Confcommercio, presentata nella sua audizione, emerge «come i profili di consumo elettrico risultino oggi significativamente mutati rispetto al passato. La diffusione delle tecnologie di illuminazione ad alta efficienza energetica ha infatti progressivamente ridotto il peso della componente legata all’illuminazione artificiale sui consumi complessivi, mentre assumono crescente rilevanza i fabbisogni energetici connessi alla climatizzazione estiva e ai sistemi elettrici di riscaldamento. In tale quadro, il beneficio energetico derivante dall’estensione dell’ora legale deve essere valutato tenendo conto della mutata composizione della domanda elettrica e delle differenti dinamiche stagionali dei consumi».
Quando torna l’ora solare Nasce da qui il dibattito, anche in Italia, sul superamento del doppio cambio annuale dell’ora, tanto più in queste settimane in cui ci avviciniamo all’ennesimo cambio di orario: nella notte tra sabato 24 e domenica 25 ottobre 2026 tornerà l’ora solare e ciò significa che alle 3 del mattino le lancette dovranno essere riportate indietro di un’ora, tornando alle 2, consentendo così di dormire un’ora in più durante quella notte.
Cosa pensa l’Europa La discussione sull’opportunità del mantenimento del cambio dell’ora, in realtà, va avanti da anni e trae origine dalla consultazione pubblica lanciata dalla Commissione Europea nel 2018, alla quale parteciparono 4,6 milioni di cittadini europei: l’84% si espresse a favore dell’abolizione del cambio d’ora. Nel 2019 il Parlamento Europeo approvò una proposta di direttiva per lasciare ai singoli Stati la libertà di scegliere tra ora legale o solare permanente ma il processo si è poi arenato a causa della pandemia e delle divergenze tra i Paesi membri, lasciando il tema sospeso.
L’impatto economico Un dato fondamentale da tener presente nel dibattito è l’impatto economico. Gli ultimi dati ufficiali forniti da Terna e riferiti all’Italia attestano tra il 2004 e il 2025 «un minor consumo di energia elettrica dovuto all’ora legale di oltre 12 miliardi di kWh» che ha comportato, in termini economici, «un risparmio per i cittadini di circa 2,3 miliardi di euro», mentre la Società italiana di medicina ambientale ha evidenziato come, grazie all’ora legale, le emissioni di anidride carbonica in atmosfera «si riducano tra le 160 mila e le 200 mila tonnellate all’anno», una quantità pari a quella assorbita piantando dai 2 ai 6 milioni di nuovi alberi. Ma le audizioni alla Camera hanno ridimensionato questo storico argomento dei risparmi energetici, e non solo con le considerazioni evidenziate da Confcommercio: secondo Terna, rendendo permanente l’ora legale i consumi elettrici si ridurrebbero dello 0,15%, percentuale inferiore alle attese proprio perché, nel tempo, ai risparmi potenziali (perché di questo si tratta: stime su quanto si sarebbe consumato in più con un’ora di luce in meno) per il minor utilizzo della luce artificiale, si sono dovuti sottrarre i consumi più elevati per il maggior utilizzo dei condizionatori. Oggi sempre più diffusi e sempre meno costosi, quindi più facilmente accessibili per tutti e per qualunque ambiente.
Cosa emerge dall’indagine conoscitiva Tutti d’accordo, quindi, sull’opportunità del superamento del doppio cambio annuale dell’ora, anche in Parlamento, come evidenziato dall’approvazione all’unanimità dell’indagine conoscitiva della Camera in Commissione attività produttive. E ne è convinto, ovviamente, il deputato Andrea Barabotti della Lega, che dell’indagine è stato il promotore: premesso che «per la prima volta il Parlamento ha affrontato in maniera organica, attraverso dati, studi e audizioni, un tema che interessa direttamente la vita quotidiana di milioni di italiani», Barabotti evidenzia come dalle audizioni svolte sia «emerso con forza un dato: il superamento del doppio cambio annuale dell’ora rappresenta un beneficio certo sotto il profilo della salute, perché elimina gli effetti legati alla modifica forzata e ripetuta dei ritmi biologici e circadiani. A questo si aggiungono i possibili benefici sul piano energetico, economico e ambientale: minori consumi, riduzione delle emissioni, effetti positivi per commercio, ristorazione, turismo, trasporti e organizzazione delle attività quotidiane». Alla luce di queste evidenze, insiste il parlamentare, «il voto unanime dimostra che su questo tema è possibile andare oltre gli schieramenti e costruire una posizione largamente condivisa».
Chi preferisce l’estensione dell’ora legale Ma meglio mantenere per sempre l’ora legale o quella solare? Barabotti non ha dubbi sulla preferenza per l’ora legale e annuncia che intende andare avanti in questa direzione: «Nei prossimi giorni è mia intenzione riunire Consumerismo No Profit e la Società italiana di medicina ambientale, promotori della petizione “Ora legale per sempre” che ha già raccolto oltre 350 mila firme verificate su Change.org, per condividere con loro il risultato raggiunto e soprattutto ragionare sui prossimi passi». «Dopo il lavoro conoscitivo svolto dalla Commissione – assicura il leghista – credo esistano oggi le condizioni per compiere un ulteriore passo avanti: lavorare a un documento di indirizzo politico condiviso che consenta al Parlamento di indicare con chiarezza la strada da seguire e al governo di sostenere questa posizione anche nel confronto europeo. L’indagine – questo il suo auspicio – non deve rappresentare un punto di arrivo, ma la base dalla quale passare finalmente dall’approfondimento alle decisioni».
La posizione degli Stati Uniti Anche dall’altra parte dell’Atlantico Donald Trump è favorevole all’estensione dell’ora legale. «Il buio è deprimente – ha dichiarato venerdì scorso il presidente degli Stati Uniti – e con la luce c’è meno criminalità: cambiare tutti gli orologi crea il caos e le persone arrivano in ritardo agli appuntamenti». Per questo Trump ha un nuovo obiettivo: rendere permanente l’ora legale con un disegno di legge approvato a larga maggioranza alla Camera ma fermo al Senato per l’opposizione di alcuni rappresentanti degli Stati settentrionali come Arkansas, South Dakota e Montana. I senatori di queste zone, infatti, sostengono che spostando un’ora di luce dalla mattina alla sera in alcune città del nord l’alba non arriverebbe prima delle 8,30 e 9,30 del mattino, e in certi casi persino più tardi. Questo costringerebbe milioni di bambini ad andare a scuola o ad aspettare l’autobus al buio pesto, aumentando il rischio di incidenti stradali. Anche i lavoratori del mattino presto si troverebbero a fare il tragitto in condizioni di totale oscurità. Una parte di esperti e psicologi si sono schierati a favore di questa tesi concordando che iniziare la giornata nel buio può avere un impatto negativo sulla salute.
I profitti per il golf, il business dei ricchi Ma a Trump questo poco interessa. O, meglio, interesserebbe meno di un aspetto che ha più a che fare con un business da ricchi. Secondo una ricostruzione di The Hill, al tycoon più che lo stato d’animo degli americani o la loro puntualità agli appuntamenti, starebbe a cuore il profitto che i proprietari di golf club potrebbero ricavare dalla riforma. Brian Rolapp, il ceo del torneo di golf più importante del mondo, il Pga Tour, ha inviato una lettera ufficiale a Trump spiegando che un’ora in più di luce serale potrebbe generare 23 milioni di partite di golf aggiuntive e 1 miliardo di dollari di nuovi ricavi annuali per il settore. Anche la maggior parte dei club che aderiscono alla National Golf Course Owners Association si dice favorevole all’adozione dell’ora legale permanente. «I campi potrebbero restare aperti più a lungo e di conseguenza incrementare i guadagni», ha spiegato il presidente dell’Associazione Jay Karen precisando tuttavia che ci sono campi, soprattutto del nord, che d’inverno chiudono comunque e quindi non avrebbero nessun vantaggio dalla nuova legge.
Le ragioni di chi preferisce l’ora solare E la questione del nord è rilevante anche in Italia: in caso di ora legale permanente, a Torino si registrerebbero 81 giorni con alba successiva alle 8 del mattino, con il sole che sorgerebbe addirittura alle 9.04 nel giorno del solstizio d’inverno. Insomma, i bambini andrebbero a scuola ancora con il buio fitto, circostanza che ha indotto anche la Federazione Russa a fare retromarcia a tre anni di distanza dalla scelta del 2011 di estendere in via sperimentale l’ora legale all’intero anno. Tornando in Italia, anche a Bari – la grande città più a Sud-Est e quindi meno penalizzata nelle ore mattutine dalla scelta di estendere l’ora legale a tutto l’anno – comunque si registrerebbero 34 giorni all’anno con alba successiva alle 8 del mattino. Infine, ma in realtà dovrebbero essere le prime conseguenze da dover prendere in considerazione, ci sono gli effetti sul corpo: «Il ritorno all’ora solare sembra comportare meno difficoltà per l’organismo rispetto al passaggio primaverile all’ora legale», come ha spiegato all’Adnkronos Salute Luigi Ferini-Strambi, direttore del Centro di medicina del sonno dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano e professore ordinario di Neurologia alla Facoltà di Psicologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele. Perché per il corpo umano esiste un solo orologio a scandire sonno, alimentazione e consumo di calorie, quello dell’ipotalamo – la struttura del sistema nervoso centrale situata alla base del cervello – che controlla il senso di fame e sazietà, la sete e il ritmo sonno-veglia in relazione alla quantità di luce che ci circonda. In base, quindi, all’ora solare. Che adesso che i condizionatori consumano più delle lampadine può tranquillamente tornare a scandire i giorni dell’intero anno senza che motivi economici ne consiglino la sostituzione con quella legale.
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| Rassegna politico-economica |
| «Gli Stati Uniti assomigliano sempre di più all’Italia» (ma non è un complimento) |
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Stavamo cominciando ad abituarci a paragoni storicamente in controtendenza, a noi favorevoli. Esempi: Francia e Regno Unito, con il loro viavai di primi ministri, negli ultimi anni hanno ricordato l’Italia della prima Repubblica, mentre quella meloniana suscita invidia per la stabilità da record. Oppure: il «malato d’Europa» che campeggia periodicamente sulle copertine dell’Economist non ha più la forma dello stivale, ma addirittura quella della locomotiva del continente, la Germania. Sono i grandi Paesi europei che l’Italia ha sempre preceduto, ispirato o disgustato con i prodotti rivoluzionari sfornati in cent’anni dal suo sempre inquieto laboratorio politico. Come dice Giuliano da Empoli, siamo la Silicon Valley dei populismi e in effetti, dopo il prototipo autocratico del fascismo, negli ultimi decenni abbiamo accelerato la produzione di «ismi» (soprattutto destrorsi), passando dalla novità dirompente del berlusconismo all’appeal ambiguo del grillismo alla fiammata del leghismo fino alla fiamma secolare del melonismo tridimensionale, cuore nel passato, testa nel futuro e piedi ben ficcati nel presente. Presto, anche francesi e tedeschi potrebbero conoscere una nuova stabilità di stampo sovranista e incline a un’Europa usa-e-getta.
Ma se c’è un Paese che ha già conosciuto l’iperbole del moderno populismo di destra – frullando elementi di proto-berlusconismo, neo-autoritarismo, vetero-nazionalismo e suprematismo in pura salsa tech – sono gli Stati Uniti. Per questo non dovrebbe sorprendere più di tanto il paragone inedito che propone un’analista internazionalmente stimata come Rana Foroohar: «L’America assomiglia sempre di più all’Italia». Un apparente azzardo costruito su fattori vecchi e nuovi, tre in tutto, nessuno dei quali lusinghiero e tutti orientati a confermare quanto la cattiva immagine socio-politica dell’Italia sia alla fine difficile da lustrare anche con una stabilità senza precedenti. Anzi.
I tre fattori, dice Foroohar, sono corruzione, populismo e mercato del lavoro bloccato.
Del primo continuiamo a essere l’epitome. Sul secondo va specificato che, nella pubblicistica anglosassone, per populismo si intende generalmente quello di destra. Il terzo è il più sorprendente. L’analisi è spietata: sulla corruzione «entrambi i paesi stanno attivamente smettendo di contrastarla». Sul populismo, «in politica si sta manifestando nei due paesi in modo simile». Quanto al mercato del lavoro, «quello americano sta iniziando ad assomigliare sempre più a quello italiano sotto un aspetto cruciale: le persone più anziane mantengono posti di lavoro di qualità, mentre i giovani faticano a trovarne di dignitosi».
Il prodotto di questo insieme di fattori, sottolinea la giornalista americana, è un indebolimento della democrazia, accertato sia negli Stati Uniti sia in Italia dall’ultimo rapporto del V-Dem Institute dell’Università di Göteborg sullo stato della democrazia nel mondo. Già citato in questi mesi più volte anche dalla Rassegna, conviene andare a rivederlo perché non si tratta di fisime di intellettuali prevenuti ma di un benchmark di importanza globale per governi, organizzazioni internazionali e investitori. Bene: il rapporto ha certificato un regresso degli Stati Uniti sotto il Trump-bis a un livello di democrazia liberale così basso che non si riscontrava dagli anni ’60, quelli in cui finì la segregazione razziale. «Sul piano della rapidità con cui si sta instaurando un regime autocratico, Trump 2.0 supera non solo Trump 1.0, ma anche i più importanti autocrati degli ultimi 25 anni», scrivono i ricercatori svedesi. Lo smantellamento (per fortuna non senza contrasti) del sistema di checks and balances, le purghe di funzionari «infedeli» e gli attacchi alla libertà di stampa vengono indicati come elementi decisivi in questo quadro. Quanto all’Italia, viene segnalato il peggior piazzamento degli ultimi dieci anni, e tra le motivazioni sono indicate l’autocensura dei media, con una certa distorsione mediatica filo-governativa, e attacchi alla libertà accademica e culturale. Materia di riflessione per tutti, insomma, ed è utile che i grandi osservatori come Foroohar ce lo ricordino. Lei aggiunge una notazione: «Freedom House ha rilevato che i due paesi hanno registrato oscillazioni relativamente marcate verso un modello politico-economico più autocratico rispetto ad altre nazioni ancora classificate come “libere”». Tutte valutazioni opinabili naturalmente, ma quello che conta qui è rilevare un persistente dark side nell’immagine internazionale dell’Italia.
Quanto alla corruzione, può essere altrettanto utile sottolineare che, stando ai rapporti di Transparency International, non ha giovato all’immagine dell’Italia l’abolizione del reato di abuso d’ufficio, e anche il fatto che con la Germania siamo il paese che più si è impegnato a non inserirlo nell’ultima direttiva anticorruzione della Commissione europea.
E gli Usa? Basterebbe il sondaggio Gallup secondo cui l’89% degli americani pensano che la corruzione nel governo sia diffusa, contro il 60% del 2006. Senonché un Paul Krugman particolarmente in vena commenta lo stesso sondaggio così: «Il livello di corruzione in cui Trump si è lasciato coinvolgere e che ha permesso ad altri di praticare non ha assolutamente precedenti: un’attività di auto-arricchimento che, come direbbe Trump, non ha eguali nella storia. L’America ha attualmente un presidente repubblicano che, insieme alla sua famiglia, ha incassato miliardi, forse quasi 10 miliardi di dollari di guadagni personali grazie alla carica ricoperta in meno di due anni» (considerazioni simili a quelle di un comprensibilmente sconfortato Massimo Gaggi nei mesi scorsi). Foroohar ci aggiunge «l’indebolimento del Foreign Corrupt Practices Act da parte dell’amministrazione Trump che rientra nella stessa categoria di comportamenti» (ne aveva scritto un comprensibilmente indignato Ferruccio de Bortoli).
Ma il più interessante dei tre fattori che rendono stranamente somiglianti America e Italia è il mercato del lavoro. Quello Usa, spiega l’analista del Financial Times, comincia a rispecchiare in modo sempre più preoccupante il «sistema a due livelli» che affligge l’Italia, per definizione quello dei giovani costretti a stare più a lungo con i genitori e destinati a passare alla storia come la prima generazione con meno prospettive della precedente, se non riesce a salvarsi grazie a privilegi ereditari. Foroohar cita l’economista Raj Chetty, i cui studi dimostrano che «oggi l’America assomiglia sempre di più alla Vecchia Europa in termini di mobilità sociale: il luogo in cui nasci e la famiglia in cui cresci hanno un impatto sproporzionato sul tuo successo o sul tuo fallimento».
Ora, i dati Usa di settembre attestano un tasso di disoccupazione del 7,1% nella fascia 20-24 anni, del 3,6% tra i 25-54 anni e al 3% per gli over 55. Dati molto più bassi dei nostri, «ma i rapporti sono simili: la disoccupazione tra i giovani è all’incirca il doppio di quella dei lavoratori di mezza età».
Ma c’è un elemento ancora più sorprendente e controintuitivo: perfino l’innovazione, nell’immediato, favorisce i lavoratori più anziani, «che dispongono dell’esperienza settoriale necessaria per sfruttare la tecnologia e non corrono lo stesso rischio di dislocamento di quelli in cerca di lavori di primo impiego». Non a caso, un rapporto recentissimo del Census Bureau spiega che i laureati nei settori più esposti all’intelligenza artificiale hanno il 5% di probabilità in meno di trovare un primo impiego e guadagnano il 13% in meno rispetto ai coetanei impiegati in settori meno esposti.
Questa tendenza è certamente contingente, e in futuro la rivoluzione dell’AI potrà avvantaggiare i giovani, ma intanto «il risultato a breve termine sarà probabilmente un aumento del numero di giovani disillusi». Il che secondo Foroohar rischia di innescare un circolo vizioso di crescita del populismo e rallentamento della crescita, «alimentando le divisioni politiche tra i baby boomer e gli elettori più giovani, tra centristi ed estremisti». Il che risulta più allarmante visto dall’altra parte dell’oceano: «L’Italia ha visto questo ciclo ripetersi molte volte nella sua lunga storia e sta vivendo proprio ora un momento più roseo, con dati più positivi in materia di esportazioni e occupazione. L’America sta solo cominciando a comprendere cosa succede quando un impero crolla sotto il peso della propria economia politica disfunzionale».
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| Rassegna economica |
| Perché l’Italia ora cresce? Il segreto dell’improvvisa ripresa del made in Italy (e della Germania) |
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Mi sono concentrato più del solito sulle dinamiche dell’intelligenza artificiale in queste settimane, perché stavo preparando uno speciale televisivo sul tema (per chi fosse interessato, in onda su La7 oggi, lunedì 5 ottobre, e lunedì prossimo in seconda serata dopo La Torre di Babele di Corrado Augias). E certo in parte era materiale nuovo rispetto a molti dei miei ferri del mestiere: sono stato costretto a chiedermi chi sono gli uomini alla testa di questa rivoluzione – Peter Thiel, Elon Musk, Sam Altman, Dario Amodei –, da che infanzia e da che passato arrivano o se sia un caso (spoiler: non lo è) che fra i loro punti in comune contino l’ossessione per la fantascienza e l’escapismo.
Intanto però mi restava un tarlo. Perché non so se ce ne siamo resi pienamente conto ma – in mezzo alle guerre, agli stretti di mare bloccati, ai dazi di Donald Trump, alla corsa dei prezzi del petrolio, all’inflazione, alla stretta monetaria delle banche centrali e alle tempeste sui mercati del debito – sta succedendo anche altro. Qualcosa, per ora, di segno opposto. Non attira altrettanto l’attenzione, vero. Ma mentre si snodavano tutte queste tragedie e questi problemi, Italia e Germania hanno raddoppiato la loro crescita economica nel 2026 rispetto a ciò che ci aspettava meno di sei mesi fa. I principali istituti economici tedeschi hanno corretto la stima dallo 0,6% previsto in primavera all’1,3% previsto adesso. E in Italia il Documento programmatico appena varato dal governo fissa la crescita del 2026 all’1%, quando lo stesso in aprile scorso la prevedeva allo 0,6%. Anche qui, quasi il doppio.
Perché c’entra l’intelligenza artificiale
Ricordo di rado revisioni così positive in situazioni così difficili. E non ho certezze su quanto stia accadendo, giusto un’idea. Sono convinto che c’entri proprio l’intelligenza artificiale. Per lo meno, anche quella. Non nel senso di un aumento di efficienza sostanziale delle nostre economie grazie all’adozione dei suoi modelli, del quale per ora non vi è evidenza nei numeri di costante calo della produttività in Italia. Ma la massa di investimenti degli «hyperscalers», i colossi californiani dell’AI, ormai è un fenomeno di proporzioni storiche. Il grafico sotto, curato da Paul Krugman per la sua newsletter, mostra che il livello d’investimento in ricerca, sviluppo, componenti e strutture fisiche per l’intelligenza artificiale, in proporzione alla taglia dell’economia americana, ha ormai superato di netto persino i livelli della bolla di internet alla fine del secolo scorso. In totale, quasi duemila miliardi di dollari l’anno. Siamo di fronte a un’ondata di liquidità per investimenti simile a quella sperimentata nella storia del capitalismo per le ferrovie o per l’elettrificazione delle fabbriche. Possibile che qualche rivolo arrivi anche all’Italia o alla Germania? Vediamo dunque più di preciso cosa, come e le implicazioni della spinta dell’AI che arriva fino a noi.

Rifornire i data center
I dati generali dicono che quest’ipotesi potrebbe non essere campata in aria. Per esempio, l’istituto statistico tedesco Destatis registra che, per la Germania, l’export in volume di quadri elettrici come quelli utilizzati nei data center per l’AI è cresciuto fra il 2022 e il 2025 del 247%. Le vendite di questi prodotti verso gli Stati Uniti si moltiplicano nel quadriennio da duemila e settemila tonnellate l’anno, crescendo del 67% solo l’anno scorso. In sostanza la Germania, mentre vede ridursi o stagnare le proprie vendite all’estero di tutto o quasi, è avviata a quadruplicare le sue forniture americane di armadi di apparecchiature elettriche e ogni anno ne manda negli Stati Uniti per un peso pari a quello della Tour Eiffel.
Quelle sono componenti dei data center dell’AI che gli hyperscalers e i loro fornitori stanno sviluppando in tutto il Nordamerica. Ed è logico, perché gli innovatori californiani non producono quasi nulla se non proprietà intellettuale di qualità unica al mondo. Nvidia non realizza i suoi semiconduttori per l’intelligenza artificiale, ma li progetta e poi li fa costruire materialmente a Taiwan. E nessuna azienda statunitense coinvolta nell’ultimo ciclo di innovazione digitale può contare su una sostanziale capacità manifatturiera dentro o attorno a sé. L’America ha perso buona parte di questa sapienza materiale fra gli anni ’70 e il cambio di secolo, e adesso ricostruirla su scala sufficiente è difficilissimo. Italia, Germania e in genere la fascia dell’Europa centrale da Sud a Nord invece no: viviamo in uno fra i pochi posti al mondo a non aver mai smantellato le filiere né disimparato a realizzare fisicamente strutture meccaniche, elettriche o metalliche di livello eccelso e in quantità di rilevanza macroeconomica. Perciò abbiamo ciò che adesso serve ai data centers dell’AI per nascere e vivere. Per esempio, l’Istat segnala che dal 2022 al 2025 l’export italiano in America di cavi in fibre ottiche «anche contenenti conduttori elettrici» è raddoppiato.
Il boom dei grandi gruppi europei
S’intuisce cosa sta accadendo, in quali dimensioni, dai bilanci delle imprese coinvolte. Perché sono loro a detenere i segreti degli ultimi mesi: i fornitori italiani ed europei di tutto ciò che occorre attorno ad una immensa fila di semiconduttori in Virginia o in Texas, costruita per rispondere alle domande che noi ogni giorno rivolgiamo all’AI. Sono le strutture prefabbricate, i generatori di energia, i trasmettitori e trasformatori elettrici, i cavi, i sistemi di raffreddamento. La materia che abilita l’intelligenza artificiale viene in buona parte da qui: dall’Italia e dall’Europa.
Così la relazione del gruppo tedesco Siemens relativa al terzo trimestre di quest’anno registra ordinativi in crescita del 42% nella divisione «Smart Infrastructure» («infrastrutture intelligenti»), a otto miliardi di euro, spiegando che l’azienda «ha vinto un certo numero di grandi contratti da clienti di data center negli Stati Uniti e in Europa». E non si tratta di un picco isolato, perché Siemens stessa parla ormai di un «vasto arretrato di ordinativi» da consegnare.
Allo stesso modo il gruppo svizzero-svedese Abb nella relazione agli investitori relativa al secondo trimestre di quest’anno riferisce di un boom del 132% rispetto a un anno fa degli ordinativi dagli Stati Uniti di «prodotti per l’elettrificazione». La crescita degli ordini dall’Europa, dove pure si stanno costruendo nuovi data center, è invece di circa otto volte più piccola. È la rivoluzione americana dell’intelligenza artificiale a trainare: ormai per Abb l’aumento degli arretrati da consegnare corre più del ritmo di produzione e vale nel complesso quasi 14 miliardi di dollari alla fine di giugno scorso.
L’effetto sul made in Italy
L’impatto naturalmente sta arrivando anche in Italia, come si nota dai bilanci delle aziende in grado di intercettare la domanda statunitense. Non ne mancano. Leonardo opera anche nelle infrastrutture tecnologiche, Prysmian e Retelit producono i cavi che servono a collegare queste ultime, Ducati Energia, Ansaldo Energia o Gewiss sono specializzate nei sistemi che alimentano di elettricità i data center, BTicino assicura infrastrutture e reti elettriche, Carel Industries e Aermec producono i sistemi di raffreddamento delle centrali che concentrano migliaia di server.
Alcune di queste sono quotate e quel che sta accadendo si legge nei conti. Nella prima metà del 2026 Prysmian vede il fatturato dell’area «Digital Solutions» aumentare del 36,5% e l’utile lordo raddoppiare. L’azienda lo spiega citando espressamente «l’accresciuta domanda di fibra dai data center» per «funzioni digitali e di energia». Altrove nella relazione sul secondo trimestre 2026 l’azienda parla di «forte aumento» sia della crescita «organica» che dell’utile lordo «grazie anzitutto alla domanda per data center in Nordamerica». Intanto il margine nella divisione relativa ai cavi di trasmissione è «il più alto mai registrato», mentre il gruppo ha già concluso un accordo da 5,5 miliardi sui prossimi dieci anni con il gruppo americano Molex (della famiglia Koch, celebre come super-finanziatrice di Donald Trump e di tutti i politici più di destra) per cavi sempre nei data center.
Anche qui, non sembra il bagliore di un istante. Con vasti libri di ordini nei prossimi anni, queste aziende possono investire, assumere, allargare la base produttiva e quella dei fornitori nei loro ecosistemi. Possono creare nuovo prodotto interno lordo. Tipico esempio, Ansaldo Energia. La relazione annuale sul 2025 riferisce di un’esplosione del 117% sul 2024 degli ordini di «nuove unità» che è «guidata in particolare dalla domanda di turbine a gas per data center negli Stati Uniti». Il gruppo riferisce che si trova di fronte a una delle impennate più pronunciate di richieste per i propri prodotti negli ultimi 45 anni. C’è poi un enorme progetto pluriannuale per le basi fisiche dell’intelligenza artificiale che gli hyperscalers americani stanno assecondando ad Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, per i quali Ansaldo Energia dovrà fornire sempre le turbine a gas per l’alimentazione elettrica.
Il punto sarà capire quanto tutto ciò getti le basi di una vera rinascita manifatturiera italiana ed europea. Di certo altri casi evidenti non mancano. Carel Industries di Padova, che produce fra l’altro sistemi di raffreddamento e umidificazione, segna a metà 2026 un aumento annuale dei ricavi in Nordamerica del 55% (al netto del cambio valutario) e cita anch’essa la domanda per i data center. Il colosso francese Schneider Electric, con fatturati annui da oltre 40 miliardi di euro, è particolarmente esplicito nel sottolineare che nella primavera di quest’anno ha visto una crescita della domanda superiore al 100% in gran parte legata alle infrastrutture digitali tradizionali e disegnate per l’AI. Anche per lei l’area che traina di più è il Nord America, per gran parte delle funzioni delle infrastrutture digitali e persino per i prefabbricati dentro cui metterle. Tra l’altro, la relazione di Schneider Electric sui conti sottolinea che proprio la sua divisione italiana vede i suoi fatturati crescere particolarmente bene. Anche qui, con un enorme libro di ordini che permette di investire nel medio periodo e innescare un moltiplicatore più ampio di fatturato e ricchezza anche attorno all’azienda.
Attenti alla sindrome Merkel
Non ci sono molti dubbi su quello che sta accadendo: il boom dell’AI sta aiutando l’Europa a ritrovare la sua vocazione nella manifattura nel settore dei beni d’investimento. Per le sue specializzazioni così intense su questi settori, in un’economia più piccola di quelle di Germania e Francia, l’Italia sembra in buona posizione per beneficiare in modo particolare degli sviluppi in corso. L’ampiezza della domanda e la durata degli ordinativi possono tornare a ramificare interi ecosistemi attorno a queste e altre ammiraglie esposte verso gli Stati Uniti. Già oggi, questo piccolo boom transatlantico potrebbe spiegare fino a circa metà (più o meno a un extra 0,3%) della crescita supplementare, rispetto alle attese, che Germania e Italia stanno registrando nel 2026.
Poi però restano le domande. Negli anni Dieci di questo secolo la cecità della Germania e la testarda arroganza di Angela Merkel – un’arroganza passiva-aggressiva – condussero l’intera élite tedesca a illudersi che la propria rendita di posizione sarebbe stata per sempre. Per sempre avrebbero potuto fornire auto, macchinari, metropolitane e prodotti chimici alla Cina e al resto del mondo, pensando semplicemente di poter andare al traino della domanda e dell’innovazione altrui. Fino a quando gli eredi di Merkel si sono trovati spalle al muro, privi di un progetto, con un partito post-nazista quasi al 30% nei sondaggi. Eppure, in sedicesimo, con effetti di crescita frazionali rispetto ad allora, in Europa adesso stiamo tutti replicando i riflessi di Merkel. Lo stiamo facendo di fronte a un’ennesima ondata di investimenti legata a una nuova trasformazione radicale che non è qui. Ci limitiamo a mettere a disposizione degli altri gli strumenti materiali della loro trasformazione, senza pensarne una nostra. E potrà funzionare, per un po’.
Ma immaginate che questo boom americano prenda la strada di quello di internet nel 1999, o di quello immobiliare nel 2007. Immaginate che Donald Trump torni a esercitare la coercizione economica su di noi, a causa del petrolio, del Big Tech, della Russia o per altre ragioni. O immaginate che questi fornitori europei dei data center spostino i loro impianti direttamente in Nordamerica, se non altro perché lì l’energia costa meno e non dovrebbero più temere i dazi. Possiamo tirare mezzo sospiro di sollievo per adesso, di sicuro. Ma ricadere collettivamente nella cecità merkeliana, pur di non dover progettare un vero futuro europeo e investire per quello, sarebbe davvero imperdonabile.
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| Rassegna penitenziaria |
| Carcere, gli annunci di Nordio e la realtà |
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Fatto un annuncio, si passa al prossimo. Non è il caso di inquinarlo con la realtà, che ne sgualcirebbe l’effetto declamatorio. Meglio lasciarlo, lì, intonso e stentorio, nella sua nuda perentorietà. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, da quando è arrivato a via Arenula, ne ha fatti molti di annunci trionfali. Non si tratta, spiega pazientemente ogni volta che ne fa uno, di uno «svuotacarceri», minaccioso lemma mediatico che materializza l’immagine di istituti improvvisamente deserti, mentre legioni di criminali passeggiano impuniti nelle nostre strade. Per carità, si tratta – invece – di «un piano vasto e strutturale, senza sciatterie, un vero piano organico» (luglio 2025). Oppure di «misure epocali» (come le definì sobriamente l’allora sottosegretario Andrea Delmastro) oppure di «una riforma finalmente strutturale» (parole dell’altro sottosegretario Andrea Ostellari). Negli anni si sono affastellati, senza neanche troppa convinzione, decine di annunci volti ad affrontare se non risolvere l’annoso problema del carcere, con il suo corollario antiestetico di sovraffollamento e suicidi. Nel frattempo, il carcere – questa istituzione totale tetragona a ogni sforzo, figuriamoci a ogni annuncio – ha continuato a sovraffollarsi, a causare suicidi e a crollare a pezzi. Nell’ottobre 2022, quando il governo Meloni entra in carica, ci sono nelle carceri 56 mila detenuti. Oggi, dato del 30 settembre, abbiamo raggiunto i 66.063 reclusi. Diecimila in più rispetto al dato di partenza. Il governo «riempicarceri» ha ottenuto questo risultato epocale, senza sciatterie e con qualche annuncio ben calibrato.
Non si sa da dove cominciare per elencare tutte le promesse fatte. La prima, quella più consona all’indole della destra, riguarda l’edilizia penitenziaria. Se produciamo più detenuti non è per l’aumento delle pene e dei reati, non è per lo scarso uso di misure alternative, non è perché gli istituti sono pieni di tossicodipendenti e di persone con problemi psichiatrici che dovrebbero stare altrove, ma è perché aumenta la criminalità. Tutti i dati smentiscono questa teoria, ma non importa. Dunque, se ci sono più detenuti, bisogna costruire nuove carceri. In principio, l’idea era proprio quella di metterne su qualcuna nuova di zecca. Poi, la realtà si è messa in mezzo come al solito e si è scoperto che ci vuole una decina di anni per costruire un nuovo istituto e servono molti soldi, troppi. Nell’agosto del 2023 Nordio parla di usare le caserme dismesse del demanio. Segue breve dibattito, con sentenza breve anch’essa: non si può fare. E infatti non se ne sa più nulla. Nell’agosto del 2025, la nuova ideona è quella di realizzare container e prefabbricati nei cortili e negli spazi liberi delle carceri. Che non ci sono, com’è noto. Ma, intanto, sulla scia di celebri piani carceri falliti in passato – Nicolazzi-De Mico, Castelli, Alfano – nel settembre 2024 si era affidata la patata bollente a un commissario straordinario all’edilizia. Commissario numero 67, a leggere il sito del governo. Marco Doglio, manager, tuttora in carica. Obiettivo, enunciato da Nordio: trovare 7 mila posti in pochi mesi. Come? Ristrutturando e cercando spazi vuoti. L’ex garante Mauro Palma commentava: «Neanche Mandrake ce la può fare».
Poi il piano diventa più dettagliato. Si tratta di recuperare 10.600 nuovi posti complessivi nel triennio 2025-2027, con un investimento di 900 milioni di euro. Il piano prevede consegne progressive: centinaia di posti trovati già tra la fine del 2025 e il primo semestre del 2026. Risultato? Non si sa. Nel senso che non ci sono dati certi sui posti recuperati, perché il ministero non trova necessario informare sullo stato di avanzamento degli annunci. Però si possono fare due conti facili, sulla base dei dati dell’associazione Antigone, tratti da numeri ufficiali. Da allora, la capienza regolamentare del sistema è scesa di 41 posti, quella effettiva, invece, di 250 posti. Cioè, invece di avere 10 mila posti in più, o qualche migliaio, o qualche centinaio, ce ne sono 250 in meno.
I detenuti aumentano, il tasso di sovraffollamento anche (147%), la capienza diminuisce. A Regina Coeli crolla la cupola della seconda rotonda. A San Vittore, che è al 231% di affollamento, precipita il tetto dell’aula bunker. A Sollicciano i magistrati sequestrano sette sezioni. Rivolte, rabbia, cimici, scarafaggi, violenze. In un anno sono 6500 i reclami accolti per trattamenti inumani e degradanti.
Di annunci, si diceva, ne sono stati fatti molti altri, come racconta Susanna Marietti, di Antigone: «A che punto siamo? Io, che faccio questo lavoro da molti anni, mi sono persa. Nell’estate del 2024 Nordio aveva fatto un annuncio per trovare comunità che avrebbero accolto chi poteva andare ai domiciliari, ma non aveva alloggio. Idea pensata malissimo: un carcerino privato, dove il personale doveva sorvegliare i detenuti e fare la rieducazione. Non se n’è fatto niente. Allora è arrivata una variazione sul tema, con la promessa di liberare 10 mila detenuti, il numero magico di Nordio. Quelli con problemi di dipendenza, affidandoli a una lista di comunità. Peccato che non ci siano posti, in queste strutture ce ne sono in totale, già occupati, 10-12 mila in tutta Italia. E peccato che non ci sono soldi». E infatti, calcolatrice alla mano, i finanziamenti promessi basterebbero solo per 500 persone. Che fa 9.500 meno del numero magico. E, infatti, tra agosto e settembre le persone presenti in carcere sono aumentate di 1.270 unità.
Spiega Marietti: «È tutta propaganda. Stanno facendo dei carcerati carne da macello. Oggi, grazie alle loro circolari, il 60 per cento dei reclusi è in circuito chiuso, cioè non esce sostanzialmente mai dalla cella. Le rivolte aumentano. E non c’è neanche più il bon ton della retorica. Prima, se protestavamo, i governi di turno ci rassicuravano. Ora ci dicono in faccia che è giusto che i detenuti soffrano. Ostentano il volto truce della giustizia».
Il volto meno truce potrebbe arrivare con una sentenza della Corte costituzionale che, questa sì, potrebbe essere epocale. Il tribunale di sorveglianza di Firenze ha chiesto alla Consulta di valutare se l’ordinamento violi la Costituzione (il principio di umanità e la finalità rieducativa della pena) laddove non prevede una norma che permetta il rinvio facoltativo dell’esecuzione della pena quando questa debba essere scontata in condizioni inumane o degradanti. Se la Corte dicesse di sì, ci sarebbero migliaia di ricorsi di detenuti che chiederebbero il rinvio dell’esecuzione della pena (e cioè la scarcerazione). In pratica, sarebbe un po’ come mettere il numero chiuso: superata una certa soglia di sovraffollamento, siamo oltre i trattamenti inumani e degradanti e quindi non può più entrare nessuno.
Sarebbe una bomba. Ci si può immaginare la rivolta del governo contro i «giudici comunisti». Per questo la sentenza, che è attesa da giorni, tarda. Si studia un meccanismo più blando. È possibile che alla fine la soluzione sia quella di una «sentenza monito», come quelle già fatte per ergastolo ostativo e fine vita: la richiesta che il Parlamento legiferi e risolva la situazione entro un anno o un lasso di tempo.
A quel punto, potrebbe essere il momento giusto per mettere in cantiere qualche nuovo annuncio o qualche nuovo commissario straordinario. O magari reclamizzando la nuova «indagine conoscitiva» appena varata dalla Camera su iniziativa di Enrico Costa, di Azione. La commissione parlamentare del 1948 la mise in piedi un gigante come Pietro Calamandrei, grande giurista, che pronunciò una frase storica: «Bisogna aver visto». Per vedere una vera riforma dell’ordinamento penitenziario, però, toccò aspettare fino al 1975. La speranza è che non servano altri 27 anni per cambiare qualcosa.
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| Rassegna economica |
| Prima ministro, poi dirigente dell’azienda che aveva finanziato con soldi pubblici: il caso Szijjártó agita l’Ungheria |
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Péter Szijjártó è stato il ministro degli Esteri ungherese per 12 anni, fino a maggio, nei governi dell’ex premier sovranista Viktor Orbán. Quando era in carica ha concluso l’accordo che ha permesso al colosso cinese delle auto elettriche Byd di costruire il suo primo stabilimento europeo, a Szeged, nel sud dell’Ungheria. Dovrebbe iniziare la produzione a breve, permettendo così a Byd di vendere auto nella Ue evitando i dazi previsti per le importazioni dalla Cina. L’anno scorso Szijjártó aveva anche annunciato un finanziamento da 20 miliardi di fiorini (oltre 54 milioni di euro) all’azienda, che in cambio stabilirà la propria sede centrale europea e un centro di ricerca e sviluppo a Budapest. Fin qui è tutta legittima politica industriale: i governi Orbán, nonostante le professioni di sovranismo, hanno sempre spalancato le braccia alle aziende straniere.
Ma a luglio, dopo l’ascesa al potere del premier filoeuropeo Péter Magyar, che ha sconfitto Orbán alle elezioni di aprile, Szijjártó si è dimesso dal parlamento ungherese. E ha accettato un posto come dirigente (non meglio specificato) alla Byd. Lui ha detto di essere «responsabile delle relazioni esterne del gruppo e dello sviluppo di nuove linee di business». Non sorprende che sia stato immediatamente accusato di avere un gigantesco conflitto di interesse.
Il nuovo primo ministro Magyar gli ha rinfacciato di aver aiutato Byd «con centinaia di miliardi di denaro pubblico, sostegno diplomatico e infrastrutture statali» e ha detto che ci sarà un’indagine per «esaminare tutte le decisioni, le trattative e gli impegni statali». Ieri, come riporta l’agenzia Ap, Szijjártó è comparso davanti al Comitato per la sicurezza nazionale per rispondere alle domande sui suoi rapporti con la casa automobilistica cinese. Ha rivendicato l’arrivo della Byd in Ungheria come «un grande successo» e ha sostenuto che «i sussidi governativi proposti e concessi per la costruzione dello stabilimento Byd a Szeged sono rimasti ben entro i limiti dei consueti sussidi previsti per investimenti di questa portata»
Ma il fatto che sia diventato dipendente dell’azienda che ha finanziato con i soldi dei contribuenti ungheresi, per quanto legale, è problematico. Szijjártó d’altronde non è l’unico politico europeo ad aver bellamente ignorato i propri conflitti di interesse: l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder ha iniziato a lavorare per Gazprom e altre società russe dopo aver lasciato la politica e oggi è uno dei più rumorosi avvocati delle ragioni di Mosca in Europa (nonostante la guerra di aggressione russa all’Ucraina).
Viene spontaneo chiedersi se questi politici negli anni in cui sono stati al governo abbiano fatto gli interessi dei loro elettori o delle aziende che poi li hanno assunti (e non sorprende che oggi in Germania gli elettori si fidino sempre meno della Spd, il partito socialdemocratico che è stato guidato proprio da Schröder).
Ma per Szijjártó e i governi sovranisti di cui ha fatto parte c’è una contraddizione in più. Si sono sempre opposti all’immigrazione, sostenendo che gli immigrati rubassero posti di lavoro agli ungheresi. Ma non hanno avuto nessun problema con il fatto che nell’impianto Byd di Szeged (che è ancora in costruzione ma ha già iniziato ad assemblare auto prodotte in Cina) venga impiegata manodopera cinese in condizioni dubbie.
La ong China Labor Watch (Clw) ad aprile ha denunciato «orari di lavoro eccessivi, pratiche salariali poco trasparenti, debiti legati al reclutamento e condizioni che potrebbero corrispondere agli indicatori di lavoro forzato riconosciuti a livello internazionale». Secondo la ong, gli operai tra le altre cose hanno riferito di aver lavorato sette giorni a settimana «con poco o nessun riposo» e spesso oltre i limiti legali; che i lavoratori non assunti direttamente da Byd devono pagare pesanti commissioni di reclutamento, e quindi sono economicamente dipendenti da chi gli ha procurato il lavoro, e che ci sono irregolarità nei visti, «il che limita l’accesso alle tutele legali». Nell’impianto, intanto, ci sono già state due morti sul lavoro a distanza di pochi mesi l’una dall’altra (Byd sostiene di rispettare la legislazione sul lavoro ungherese).
«Byd prevede di impiegare circa 10 mila lavoratori per produrre, secondo le stime, 300 mila auto all’anno, ma il modello di costruzione che prevede il ricorso a lavoratori migranti cinesi sarà seguito con grande attenzione nel resto d’Europa» ha scritto intanto il Guardian.
Quello con Byd non è stato l’unico accordo con aziende estere stretto da Szijjártó quando era ministro degli Esteri: ce ne sono stati diversi anche con società cinesi e sudcoreane per la produzione di batterie per l’industria dei veicoli elettrici. Le attività in quello di Debrecen, la seconda città dell’Ungheria, sono state sospese a settembre dopo che sono stati rilevati livelli di contaminazione superiori ai limiti di legge per diverse sostanze inquinanti o tossiche. E il governo di Magyar ha promesso una maggiore regolamentazione e una supervisione più rigorosa del settore della produzione di batterie. Intanto l’ex ministro degli Esteri prosegue il suo lavoro come dirigente della Byd.
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| La Cinebussola |
| «Digger», la distopia grottesca di Iñárritu |
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Non può essere banale un film che porta la firma di Alejandro González Iñárritu, messicano, 63 anni, catalizzatore di Oscar, due personali per Birdman e Revenant, autore di film evento come 21 grammi e Babel. Siamo di fronte al più intrigante degli eredi di Federico Fellini, che stavolta s’impegna in una satira al cubo, azzeccando il più interessante film grottesco degli ultimi vent’anni, un frullatore di simboli, allarmi, iperboli. Una grancassa distopica sul potere degenerato, il caos dei pensieri e delle parole e il collasso climatico, ambientale, sociale. In quattro parole, la fine del mondo. Che non sarà dovuta agli alieni o a un’ineluttabile apocalisse ecologica, garantisce il film, ma alla caduta della coscienza occidentale e all’azione autodistruttiva degli umani sempre più disumani. Il tono è feroce, salace, mordace. Voluto e ribadito. Poi c’è il versante politico, anti-trumpiano, post progressista. Iñárritu procede per proclami. I personaggi salgono in cattedra e spiegano sé stessi e le conseguenze delle loro azioni.
Viene da pensare a Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick e a tanto altro cinema che affronta la denuncia senza barriere. Tuttavia, a quelle altezze si rischia il capogiro, il ditino alzato, la lezioncina moraleggiante. Iñárritu è troppo bravo, troppo originale e profondo per cadere in trappola. Ma in certi momenti il film sembra più una masterclass che un capolavoro, un’enunciazione più che una spiegazione, un’educata provocazione che una narrazione distesa. Cinema nel cinema, nel teatro, nello show business. Al centro, quell’osso duro di Digger Rockwell (Tom Cruise), magnate del petrolio, inquinatore seriale, trivellatore amorale, convinto che il denaro possa comprare qualsiasi soluzione e che il destino graviti sulle sue spalle. Il diavolo in persona, felice di riassumere tutti i mali del mondo. Vi viene in mente qualcuno?
L’uomo è un bagonghi con pochi capelli, panciuto, compiaciuto, volgarissimo, perennemente con gli stivali ai piedi. Un uomo d’azienda diabolico che vediamo all’inizio prendersi cura con tenerezza della sua gatta ammalata. Un furfante che non si fa scrupoli ad abbattere un poderoso ghiacciaio della Groenlandia senza tenere conto degli effetti per la crosta terrestre e il sistema, Europa compresa. Lo scienziato e collaboratore Dr. Ganesh (Riz Ahmed) cerca di stimolare il senso di responsabilità di Rockwell. Il magnate, però, non ha alcuna intenzione di ammettere le sue colpe e arriva a coinvolgere nei suoi deliri l’emaciato presidente degli Stati Uniti (John Goodman) e il suo vice (Michael Stuhlbarg).
Rockwell è abituato a manipolare il consenso. Ma ora lo aspetta una specie di parlamento-tribunale-arena dove tutti gli sono contro fino alla rissa e così tenta di convincere il turbato pubblico con parole forti: se io sono il più cattivo del cortile, quello a cui spetta il lavoro sporco, nessuno di voi vuole realmente invertire la rotta e abbandonare la comfort zone costruita sugli illeciti e gli inganni. Di più: Digger si autoproclama salvatore dell’umanità e il discorso si allarga ai concetti di verità, verosimiglianza, apparenza. Quindi, al cinema. Il viaggio di Digger il pragmatico diventa il castello dei sogni di Ulisse e Don Chisciotte. Iñárritu allevia il dramma con l’ipertrofia visiva e la sovrabbondanza formale. Una trappola, perché è proprio inseguendo l’accumulo che il film ha momenti in cui gira a vuoto e la tensione s’allenta. Non è grave: Digger vale soprattutto come pantagruelica metafora. E a far rombare il motore ci pensa Tom Cruise, autore di una metamorfosi da Oscar: il suo malefico petroliere ha un marcato accento del Sud, è instabile, paranoico, frenetico. Specchio del capitalismo più tossico e sfacciato.
Piace ricordare la pastosa fotografia di Emmanuel Lubezki e il contributo formidabile di Riz Ahmed, uno smagrito John Goodman, Sandra Hüller e Jesse Plemons, il dolce finanziere che ci introduce dal palcoscenico di un teatro all’ultimo segreto del film. Siamo davvero alla fine del mondo? E la cattiveria morale di Digger appartiene davvero alla realtà o è un bagliore di post verità?
DIGGER di Alejandro González Iñárritu (Gran Bretagna-Messico-Usa, 2026, durata 128’, Warner Bros. Pictures) con Tom Cruise, Jesse Plemons, John Goodman, Sandra Huller, Michael Stuhlbarg, Sophie Wilde, Emma D’Arcy, Riz Ahmed Giudizio: dal 3 al 4 su 5 Nelle sale
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