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Ora di decidere, Stati Uniti come l’Italia, una crescita inaspettata, le promesse di Nordio, porte girevoli in Ungheria

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Perché c’entra l’intelligenza artificiale

Ricordo di rado revisioni così positive in situazioni così difficili. E non ho certezze su quanto stia accadendo, giusto un’idea. Sono convinto che c’entri proprio l’intelligenza artificiale. Per lo meno, anche quella. Non nel senso di un aumento di efficienza sostanziale delle nostre economie grazie all’adozione dei suoi modelli, del quale per ora non vi è evidenza nei numeri di costante calo della produttività in Italia. Ma la massa di investimenti degli «hyperscalers», i colossi californiani dell’AI, ormai è un fenomeno di proporzioni storiche. 
Il grafico sotto, curato da Paul Krugman per la sua newsletter, mostra che il livello d’investimento in ricerca, sviluppo, componenti e strutture fisiche per l’intelligenza artificiale, in proporzione alla taglia dell’economia americana, ha ormai superato di netto persino i livelli della bolla di internet alla fine del secolo scorso. In totale, quasi duemila miliardi di dollari l’anno. Siamo di fronte a un’ondata di liquidità per investimenti simile a quella sperimentata nella storia del capitalismo per le ferrovie o per l’elettrificazione delle fabbriche. Possibile che qualche rivolo arrivi anche all’Italia o alla Germania? Vediamo dunque più di preciso cosa, come e le implicazioni della spinta dell’AI che arriva fino a noi.

Rifornire i data center

I dati generali dicono che quest’ipotesi potrebbe non essere campata in aria. Per esempio, l’istituto statistico tedesco Destatis registra che, per la Germania, l’export in volume di quadri elettrici come quelli utilizzati nei data center per l’AI è cresciuto fra il 2022 e il 2025 del 247%. Le vendite di questi prodotti verso gli Stati Uniti si moltiplicano nel quadriennio da duemila e settemila tonnellate l’anno, crescendo del 67% solo l’anno scorso. In sostanza la Germania, mentre vede ridursi o stagnare le proprie vendite all’estero di tutto o quasi, è avviata a quadruplicare le sue forniture americane di armadi di apparecchiature elettriche e ogni anno ne manda negli Stati Uniti per un peso pari a quello della Tour Eiffel.

Il boom dei grandi gruppi europei

S’intuisce cosa sta accadendo, in quali dimensioni, dai bilanci delle imprese coinvolte. Perché sono loro a detenere i segreti degli ultimi mesi: i fornitori italiani ed europei di tutto ciò che occorre attorno ad una immensa fila di semiconduttori in Virginia o in Texas, costruita per rispondere alle domande che noi ogni giorno rivolgiamo all’AI. Sono le strutture prefabbricate, i generatori di energia, i trasmettitori e trasformatori elettrici, i cavi, i sistemi di raffreddamento. La materia che abilita l’intelligenza artificiale viene in buona parte da qui: dall’Italia e dall’Europa.

L’effetto sul made in Italy

L’impatto naturalmente sta arrivando anche in Italia, come si nota dai bilanci delle aziende in grado di intercettare la domanda statunitense. Non ne mancano. Leonardo opera anche nelle infrastrutture tecnologiche,  Prysmian e Retelit producono i cavi che servono a collegare queste ultime, Ducati Energia, Ansaldo Energia o Gewiss sono specializzate nei sistemi che alimentano di elettricità i data center, BTicino assicura infrastrutture e reti elettriche, Carel Industries e Aermec producono i sistemi di raffreddamento delle centrali che concentrano migliaia di server.

Attenti alla sindrome Merkel

Non ci sono molti dubbi su quello che sta accadendo: il boom dell’AI sta aiutando l’Europa a ritrovare la sua vocazione nella manifattura nel settore dei beni d’investimento. Per le sue specializzazioni così intense su questi settori, in un’economia più piccola di quelle di Germania e Francia, l’Italia sembra in buona posizione per beneficiare in modo particolare degli sviluppi in corso. L’ampiezza della domanda e la durata degli ordinativi possono tornare a ramificare interi ecosistemi attorno a queste e altre ammiraglie esposte verso gli Stati Uniti. Già oggi, questo piccolo boom transatlantico potrebbe spiegare fino a circa metà (più o meno a un extra 0,3%) della crescita supplementare, rispetto alle attese, che Germania e Italia stanno registrando nel 2026.

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